Raccontami una storia

La radio che fa parlare di sé (tranne che in Italia)

C'erano una volta i radio documentari, ora sono tornati grazie alla spinta dei nuovi media.
Raccontami una storia 
La radio che fa parlare di sé

“Ehi! Che succede?”
“È andata via la luce”
“Dove sei?”
“Qui”.

Doveva suonare più o meno così il dialogo fra Mary e Jack, i due protagonisti di A Comedy Of Danger, il primo radiodramma trasmesso dalla BBC. Era il 15 gennaio del 1924. Richard Hughes, scrittore e sceneggiatore di teatro, aveva messo in piedi un pezzo estremamente innovativo per l’epoca: uno spettacolo fatto solo di suoni e voci, senza immagini. L’ambientazione è una miniera allagata, dove tre visitatori rimangono intrappolati e, nel buio più totale, cercano una via d’uscita. I loro discorsi sono interrotti dagli scricchiolii e dai gemiti della miniera, da un’esplosione in lontananza che si riverbera sulle pareti, dal gorgoglio dell’acqua che sale, dal canto dei minatori. Il successo fu tale da conquistare le prime pagine dei quotidiani. Il mattino successivo, il “Daily Mail” titolava: “Drama Thrills by Wireless”, il teatro via radio elettrizza gli ascoltatori.

È passato quasi un secolo da quel primo racconto orale della storia della radiofonia, di cui purtroppo non è rimasta nessuna registrazione. Da allora, l’etere si è arricchito di migliaia di radio documentari, features e radiodrammi. A differenza delle notizie di cronaca e delle interviste, queste produzioni esaltano l’esperienza auditiva, mischiando voci, musica ed effetti sonori. A seconda dell’argomento trattato e delle finalità, vengono contaminati da diverse forme narrative: dal giornalismo d’inchiesta all’entertainment, dalla storia orale al teatro. Che durino quattro minuti o mezz’ora, devono avere la potenza di sradicare l’ascoltatore dal divano o dalla pensilina del bus e trasportarlo in un campo di rifugiati siriani o in cima a un grattacielo a New York. Sono divertenti da fare e da ascoltare, perché danno spazio alla creatività dell’autore nel montaggio e all’immaginazione dell’ascoltatore, che non si limita a ricevere passivamente, ma è libero di associare paesaggi e volti a ciò che sente. Sono generi molto diffusi nei paesi anglofoni, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, ma anche in Francia e in Germania. L’Italia, che era all’avanguardia negli anni cinquanta, se n’è gradualmente disinteressata, fino a cancellarli quasi totalmente dai palinsesti.

Produrre un audio documentario è spesso considerato troppo costoso, anche se non sempre è vero” spiega Anna Maria Giordano, conduttrice di Radio 3 Mondo e cofondatrice di Audiodoc, un’associazione che dal 2006 riunisce autori e autrici indipendenti determinati a riportare i racconti sonori sulle scene italiane. “Certamente, però, il format non è adatto al nostro pubblico che, a differenza di quello francese o inglese, è meno abituato ad ascoltare documentari audio”.

In un programma di tre ore come Today, la punta di diamante dell’attualità su BBC Radio 4, passano in media sei mini documentari di 4 minuti, detti packages, che approfondiscono una notizia di attualità o raccontano una storia, dalla fuga di Edward Snowden alla chiusura dell’ultima agenzia per spedire i telegrammi in India. In ogni canale radio della BBC esistono poi spazi più lunghi dedicati ai documentari, che siano reportage di guerra o speciali sui Beatles, tutti scaricabili come podcast. E quest’anno il Sony Radio Academy Awards, il prestigioso premio per il giornalismo radiofonico, ha dedicato il primo posto a Witness, un format di dieci minuti in cui viene raccontato un evento storico attraverso i suoni originali e le voci delle persone che erano presenti.

bbc

 

In Italia Radio 3, Radio 24 e Radio Popolare sono i network nazionali che ancora trasmettono radio documentari, ma si parla di numeri decisamente inferiori. Perché? Tiziano Bonini, autore radiofonico e ricercatore in sociologia dei media allo IULM, ha una visione molto lucida: “I problemi sono due: i costi di produzione e il gusto del pubblico. In Italia nessuno investe più in radio documentari e il servizio pubblico, che è il maggior acquirente in altri paesi, ha smesso di comprarli. Questo ha fatto sì che si perdesse l’abitudine all’ascolto nel pubblico: le nostre generazioni avrebbero bisogno di essere ‘riabiutate’ ad ascoltare una bella storia. Anche tra gli autori freelance, spesso, c’è un’ingenuità di fondo. Manca lo stile e la narrazione che invece fanno scuola in altri Paesi.”

Londra, per esempio, è una delle capitali della produzione audio in Europa. Alan Hall è un ex giornalista della BBC con numerosi premi alle spalle. Nel 1998 ha fondato Falling Tree, una delle più rinomate case di produzione del Regno Unito. Con un piccolo gruppo di editor e producer realizza in media 40 radio documentari all’anno, di varia durata, che vengono acquistati prevalentemente dalla BBC. “Il costo medio di un documentario di mezz’ora varia tra le 6 e 7 mila sterline, che vanno a coprire i costi di produzione. A noi resta un profitto tra l’8 e il 9 percento”, spiega Hall.

Questo si traduce in un compenso per il giornalista di circa 100 euro al minuto, dieci volte tanto quello italiano. Secondo un report pubblicato da Audiodoc, infatti, un documentarista italiano, quando viene pagato, riceve in media circa 10 euro al minuto. Certo, ci sono stati dei tagli anche da loro. Ma la dimostrazione che alla BBC credono nel prodotto è data dal fatto che tra i maggiori acquirenti ci sono Radio 4 e Radio 1Xtra. E se il primo è il punto di riferimento del pubblico intellettualoide e radical chic, il secondo è la roccaforte dei giovanissimi. Alan Hall è fiducioso: “Credono nel potenziale dei documentari e puntano sempre di più a catturare l’attenzione dei ragazzi. Anche perché, a mio avviso, stiamo vivendo una nuova golden age: lo possiamo verificare in base al numero dei download e alla diffusione sui social media, come Audioboo, SoundCloud e Twitter. Grazie agli sviluppi tecnologici degli ultimi anni, che permettono non solo di fruire più facilmente dei radio documentari, ma anche di provare a sperimentare in modo amatoriale, abbiamo visto una notevole crescita nel numero di appassionati del genere”.

È la stessa filosofia che sta alla base di Audiodoc: “Abbiamo sempre pensato che gli audio documentari potessero trovare uno slancio attraverso i nuovi media” spiega Anna Maria Giordano “e la nostra scommessa è stata in parte premiata: siamo riusciti a dimostrare che gli audio documentari funzionano anche su altri canali. Per questo chiamiamo le nostre produzioni ‘audio’ e non ‘radio’ documentari, perché è un genere che ormai va al di là della distribuzione sui canali tradizionali. Oltre a Internet, uno degli esperimenti che ha avuto più successo sono le audio proiezioni, ovvero presentazioni pubbliche dei nostri documentari.”

L’idea è di Roman Herzog, uno dei soci di Audiodoc, e consiste nel creare luoghi di ascolto in posti tradizionali come i cinema o le rassegne, in cui il pubblico, invece di guardare una proiezione video, semplicemente ascolta.

Una delle esperienze più entusiasmanti” continua Anna Maria Giordano “è stata la scorsa edizione del Festival di Internazionale, dove abbiamo tenuto un workshop e una rassegna, e dove torneremo quest’anno. Poi c’è il Bellaria Film Festival, che dà spazio alle opere audio (durante la scorsa edizione è stata conferita una menzione speciale a L’isola che c’è di Daria Corrias e Alessandro Serranò, un racconto del naufragio della Costa Concordia attraverso le voci degli abitanti dell’Isola del Giglio, prodotto in collaborazione da Radio 3 e Audiodoc, Ndr). Certo, c’è ancora tanto da fare, prima di tutto riuscire a sensibilizzare le emittenti italiane. La nostra nuova sfida ora è organizzare rassegne di ascolti collettivi e puntare sulla formazione, attraverso workshop e laboratori. Audiodoc collabora anche con l’Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos) nell’organizzazione di corsi di formazione per giovani e cooperanti, per realizzare produzioni audio nei paesi del Terzo mondo, dove la radio è ancora il media più ascoltato.”

costa

 

Nel 2011, Audiodoc e Aidos hanno portato a termine un progetto in Burkina Faso per contrastare il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili proprio attraverso la diffusione di audio documentari. Rispetto alla televisione, un documentario radio è molto più semplice da realizzare e da trasmettere: basta un buon registratore, un computer e un programma di montaggio.

Nonostante ciò, in Italia entrare nei canali della distribuzione è molto difficile, e vivere di audio documentari è impossibile. Lo sa bene Elisabetta Ranieri, 28 anni, che ha iniziato come autodidatta, tagliando e incollando storie e voci raccolte per strada mentre lavorava come reporter per Radio Popolare. Uno dei suoi ultimi lavori, Di bianco c’è solo il telo, racconta la tragedia della ThyssenKrupp attraverso la voce di Antonio Boccuzzi, l’unico operaio sopravvissuto, ora deputato PD.

Il mio approccio al mondo dell’audio documentario è del tutto indipendente, ovvero autofinanziato” spiega Elisabetta “Mi interessava quella storia, ho contattato Boccuzzi, abbiamo registrato l’intervista davanti alla fabbrica a Torino. Tutto a mie spese”. Il documentario è passato su Radio Popolare e su Amisnet, e ora punta ai concorsi, come il Premio Marco Rossi. Audiodoc ha permesso a Elisabetta non solo di realizzare il documentario dal punto di vista tecnico, grazie all’esperienza degli altri soci, ma anche di promuoverlo e farlo entrare in contatto con un pubblico più vasto. “All’inizio anch’io pensavo non ci fosse un mercato dell’ascolto” dice Elisabetta “ma in realtà c’è stata un’accoglienza entusiasta ovunque lo abbia presentato. Vedere la reazione del pubblico, seduto in silenzio ad ascoltare il mio pezzo, è stata un’esperienza emozionante. Mi ha stupito anche la curiosità della gente, che spesso ti fa domande tecniche, ti chiede che tipo di registratore hai usato. È un segnale forte e positivo.”

E se il servizio pubblico non investe, è possibile pensare a un futuro per questo genere?

In Italia i freelance e le case di produzione spesso si basano su fondi europei o su progetti regionali” spiega Tiziano Bonini “ma non è una strada percorribile, perché ce ne saranno sempre meno. Ci sono però altri modi di finanziare questo tipo di progetti, e il modello economico più efficace è il crowdfounding, ovvero la raccolta fondi basata sulle campagne online, come quelle Kickstarter. Nel Terzo mondo, dove la radio è ancora un mezzo leggero, più accessibile rispetto alla televisione, stiamo assistendo a un forte revival del genere anche grazie a esperimenti di questo tipo. Penso per esempio a Radio Ambulante, un progetto di storytelling in lingua spagnola, con un approccio narrativo simile a This American Life.”

Radio Ambulante è il primo network di giornalisti che racconta storie provenienti da tutto il continente: da scampoli di vita quotidiana, come la battaglia di un padre messicano per ottenere l’affido dei figli, a eventi di portata internazionale, come la storia della nazionale cilena, diventata simbolo della situazione politica del paese dopo il colpo di stato di Pinochet. Negli ultimi anni Radio Ambulante ha attivato collaborazioni con diverse stazioni in America Latina e negli Stati Uniti, ma la vera forza del progetto è rendere i contenuti disponibili online, in streaming o in podcast su iTunes. Un altro aspetto innovativo, poi, è il finanziamento: nel 2012 Radio Ambulante ha lanciato una campagna di raccolta fondi su Kickstarter che ha raggiunto 46 mila dollari in tre mesi. E ha dimostrato che quando un progetto è forte, l’interesse c’è e si vede.

Questa potrebbe essere una via, dice Bonini, che però non è molto ottimista. “In Italia non abbiamo ancora trovato un modello economico che funzioni. Un’altra soluzione potrebbe essere quella dei micro pagamenti, ma ci vorrà ancora una decina d’anni di sviluppo tecnologico e culturale per ottenere risultati accettabili…

Elisabetta Ranieri, però, non ha intenzione di arrendersi: “Viviamo in un mondo di stimoli visivi che ci ha resi spettatori assuefatti, e non partecipi. Abbiamo bisogno di ricominciare a immaginare. E io penso che nessuno si stancherà mai di ascoltare…

 

 

 

 

 

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