Realtà aumentabili

Spotify nativo

Il rock ti aggiunge una dimensione. Ti aumenta. Ed è un fenomeno deliziosamente ingovernabile.
Realtà aumentabili
Il potere del rock

Eh, sì, sono proprio felice di appartenere al genere umano. Nascere cavalletta o ghepardo non mi avrebbe permesso di apprezzare colpi di genio formidabili tipo la realtà aumentata. Tuttavia, non per fare il passatista ad oltranza – giuro che non lo sono – ma stavolta sento odore di cantonata clamorosa.
Nella fattispecie, gli occhiali che il noto motore di ricerca si appresta a piazzare sul naso di mezzo mondo mi sembrano la pensata patafisica di chi si è guardato quelle dieci volte di troppo un brutto film di fantascienza. Davvero verrà il giorno in cui sentirò il bisogno d’indossarli perché m’informino sulle offerte speciali nel tal negozio, se dietro l’angolo c’è un bancomat, qual è l’esatto nome del tale albero o se la tal ragazza prosperosa è facebookianamente single? Tolto forse quest’ultimo aspetto, credo proprio di no. Sì, ok, ero anche convinto che nessuno avrebbe mai avuto voglia di mettersi tra le labbra un tubetto di plastica simile ad un pennarello indelebile con lo scopo di vaporizzarsi nei polmoni imprecisate sostanze chimiche. Tuttavia, detto delle mie scarse capacità predittive, consentitemi: il punto è un altro. Ovvero che la realtà è già piena così com’è di pertugi sull’immaginario, connessioni mnemoniche, riverberi sentimentali.

Spinti dal sacrosanto obiettivo di cavar soldi anche dalle rape, quei cervelloni della realtà aumentata stanno tentando di contabilizzare un fenomeno che il rockofilo conosce e vive da sempre a gratis, senza bisogno d’inforcare un paio di occhiali da hypster bionico o passeggiare con lo smartphone ad altezza cornea come se fosse un contatore geyger di allucinazioni. Ad esempio, quando il sottoscritto fende una brulicante folla urbana, automaticamente gli scatta tra le orecchie una playlist wave-dark a base di Joy Division e Bauhaus. Allo stesso modo, se covo eccitazione rabbiosa mi parte una scazzottata Stooges nello stomaco, mentre sfilare su una strada semivuota col tramonto sul parabrezza è pura west coast, come avere un Gram Parsons che strimpella languido nello specchietto retrovisore. Ebbene sì, ho in testa questa specie di spotify nativo, e secondo il mio psichiatra non è affatto un problema.
Tutto ciò comporta inevitabili ricadute esteriori, tipo indossare una certa maglietta, frequentare certi locali, comprare proprio quel catorcio d’automobile e pazienza se non è il massimo per la ben avviata carriera di padre di famiglia. È un pegno che ben volentieri si paga alla relazione profonda col rock, la quale svolge per il rapporto fra te, il tempo e lo spazio in cui vivi un ruolo simile a quello della salsa chili sui ravioli al vapore: aggiunge una dimensione. Ti aumenta. Ed è un fenomeno deliziosamente ingovernabile.

Mi è capitato di pensarci anche di recente durante un viaggio in terra londinese. Da quelle parti, come ben saprete, il rock fa parte dell’ecosistema. Fare colazione in un albergo per famiglie con sottofondo di Kinks e Blur è praticamente la norma, magari sfogliando un dépliant che reclamizza uno dei tanti London Rock Tour. Tentazione, va da sé, irresistibile. Però, sapete cosa? Non vale troppo la pena strappare moglie e figli dalle bancarelle di Portobello per attraversare le strisce pedonali di Abbey Road o genuflettersi sotto la targhetta commemorativa di Ziggy Stardust in Heddon Street. Appena consumati i primi attimi di eccitazione, ti accorgi che in quei luoghi il rock non c’è più. Al suo posto trovi il rumore del meccanismo che macina senza sosta tempo, soldi, vita: il normale beat della grande città. Giustissimo così, perché il rock non abita tra reliquie, monumenti o feticci. Non lo commemori, né lo codifichi: puoi solo viverlo. Ed è proprio questa la sua forza. Teniamolo a mente, quando il nostro dispositivo ci avvertirà che siamo – chessò – a due passi dal Chelsea Drugstore: se nelle cuffiette partirà automaticamente You Can’t Always Get What You Want, sarà per distrarci dal senso di vuoto. Che immancabilmente aumenterà.

Pubblicato sul Mucchio 710

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