Secondary Ticketing

Nacque tutto dai Coldplay (ogni tanto servono ancora, via): biglietti ufficiali esauriti in un amen e ricomparsi subito dopo, a cifre folli, sui siti di secondary ticketing, i siti che rivendono biglietti già acquistati a prezzi maggiorati. Una storia che si ripete.
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Sembrava dovesse essere una deflagrazione, una “nuova Tangentopoli” come si è letto da più parti: eppure, pare che attorno alla faccenda – o allo scandalo, se preferite – del cosiddetto secondary ticketing, dopo i fuochi d’artificio seguiti ai due servizi delle Iene firmati da Matteo Viviani, invece di un rossiniano crescendo di accuse, scandali e rivelazioni sia il momento di una cauta attesa. Attesa di vedere, cioè, l’effetto che fa. Perché sì, una cosa grossa sta per succedere nel dietro le quinte dell’organizzazione dei concerti.

Nel luglio 2017 scade infatti l’accordo Panischi, ovvero quello che per quindici anni aveva riunito una fetta rilevantissima degli organizzatori di concerti sotto l’obbligo di cedere l’esclusiva della vendita on line a Ticketone Srl (oltre ad una quota minima del 30% sui biglietti totali messi in vendita: se ad esempio un concerto si tiene in un posto con capienza 1000, almeno 300 biglietti devono essere a disposizione di Ticketone per la vendita), un accordo  all’epoca conveniente per tutti i contraenti, dato che quindici anni fa la rivendita via web dei biglietti dei concerti era poco più che un’idea buona per finire su Futurama o giù di lì.

Cosa succede quindi a luglio 2017? Succede un grande “liberi tutti”: ciascun promoter torna libero di contrattare un accordo col gestore di biglietteria che preferisce, negoziando percentuali e quant’altro. E i gestori di biglietteria non sono pochi. Oddio, in Italia nemmeno troppi (i principali sono circa sei o sette) e probabilmente destinati a crescere, tra operatori nazionali e quelli in arrivo dall’estero per conquistare nuovo mercati. C’è davvero bisogno di questi servizi di biglietteria? Sì, perché nell’ottica del semplice frequentatore di concerti, il biglietto è quella cosa che si stampa, con sopra il nome del concerto e il suo orario d’inizio, tu lo compri, i soldi vanno a chi organizza, finita lì; in realtà c’è dietro una macchina burocratica fatta non solo di conteggi ma anche di adempimenti fiscali (ogni biglietto ha, ad esempio, uno specifico codice alfanumerico, differente dal numero di matrice, che è un vero e proprio sigillo fiscale: fateci caso). Già organizzare i concerti è difficile per mille motivi (dalle richieste economiche degli artisti agli adempimenti burocratici locali), se un promoter dovesse gestire da solo, in proprio ed ex novo pure l’emissione di biglietti, beh, semplicemente non ce la farebbe. Troppo complicato, troppo oneroso. A meno che non sia un’azienda veramente grande: e infatti da un po’ si vocifera che Friends & Partners, una delle principali agenzie di concerti in Italia (quella che organizza molti dei concerti degli artisti italiani da cassetta, quelli che insomma riempiono i palasport), stia ragionando sull’opportunità di mettere su un servizio di biglietteria tutto suo, sebbene il patron Ferdinando Salzano fino ad oggi abbia sempre smentito questa intenzione.

A luglio 2017, quindi, molti promoter di grande importanza tornano liberi di gestire in prima persona gli accordi con le società che offrono servizi di biglietteria on line. Anche Live Nation che, guarda caso, una società di bigliettazione ce l’ha potenzialmente in casa: Ticketmaster, gigante mondiale della vendita on line, fa parte della stessa galassia societaria e naturalmente, ad accordo Panischi estinto, non vede l’ora di piombare sul mercato italiano. Non che Ticketone sia un vaso di coccio nostrano in mezzo a giganti cattivi insufflati dalla globalizzazione, visto che alle sue spalle ha comunque la tedesca Eventim, un altro gigante del settore, con ramificazioni in svariati Stati. Provate quindi ad immaginare quali sommovimenti, scontri e riposizionamenti si stanno pianificando dietro le quinte. Il che potrebbe anche essere una spiegazione alla domanda: come mai dopo il servizio delle Iene non è stata proprio Ticketone a tuonare con più rabbia e ferocia contro la pratica del secondary ticketing truffaldino, con giro di fatture astuto? Perché, in teoria, è lei ad essere svantaggiata/truffata subito dopo i promoter (o almeno, quelli che poi non fanno il giro di fatture per cui il 90 percento dei proventi del secondary ticketing tornano alla casa madre organizzatrice del concerto, tramite fatture che indicano l’esotica causale “co-marketing”, l’equivalente nel music business del “motivi famigliari” che usavamo noi per fare sega a scuola e giustificarci il giorno dopo sui libretti. In sintesi il magheggio scoperto dalle Iene è stato questo, per chi non avesse seguito bene la faccenda.)

Non che Ticketone non si sia fatta sentire, sia chiaro e attraverso Stefano Lionetti, una delle persone di riferimento dell’azienda, un po’ di cose le ha dette: “Abbiamo sempre agito nel rispetto delle norme” prima di tutto, seguito da un “se i biglietti di eventi ad alto richiamo si trovano disponibili sul mercato secondario è perché siti come Seatwave o Viagogo dispongono di schiere di stagisti che vengono sguinzagliati con mazzetti di carte di credito in occasione dell’apertura delle prevendite”. Un po’ romantica l’idea che ci sia una schiera di stagisti schiavizzati pronti a picchettare sui tasti per accaparrarsi più biglietti possibile nel minor tempo possibile appena vengono messi on line. Fa molto Charles Dickens, ma può essere. Questa ipotesi è messa in campo anche perché l’alternativa tecnologica, ben nota e ben presente, quella dei cosiddetti bot, software che si fingono umani e rastrellano con velocità inaudita biglietti on line, esporrebbe Ticketone alla critica di non fare abbastanza a livello di protezione dei loro sistemi; sarebbe peraltro in buona compagnia, visto che il problema è talmente sentito che una delle ultime leggi fatte approvare da Obama, prima della fine del mandato, è stata proprio quella che rendeva fuorilegge l’uso dei bot per acquisire biglietti on line.

Per anni Live Nation e Ticketone, vedi alla voce Panischi, hanno marciato assieme felici e contente. Non c’era convenienza a sollevare polveroni eccessivi sulla faccenda del secondary ticketing: e non solo per la brama truffaldina di guadagno di una delle parti in causa – Le Iene ipotizza che le fatture di co-marketing servano per coprire una partita di giro -, ma anche per motivi più lineari ed in teoria evidenti a tutti ma mai abbastanza sottolineati. Lionetti di Ticketone citava correttamente Seatwave tra le grandi società di secondary ticketing: bene, andate a controllare di chi è la proprietà di Seatwave. È di Ticketmaster. Come a dire, è (anche) di Live Nation.

La grana del secondary ticketing scoppia solo nel momento in cui molti equilibri stanno per rivoluzionarsi. Non che prima la cosa non venisse denunciata: l’ha fatto, ad esempio, Claudio Trotta di Barley Arts, colui che tra gli altri porta in Italia Bruce Springsteen, con un esposto contro Live Nation per concorrenza sleale, ma lì per lì la cosa è stata vista come una uscita donchisciottesca senza troppe velleità di riuscita. Non si pensava, all’epoca, che sarebbe intervenuta l’autorità giudiziaria notoriamente più efficace e potente d’Italia: la televisione. L’inchiesta di Matteo Viviani è stata deflagrante perché ha messo in campo documenti che dovevano restare segreti o che potevano passare per anonimi ed innocenti – le famose fatture del co-marketing tra Live Nation e uno dei giganti del secondary ticketing, per cui la prima si rivaleva del 90 percento dei guadagni ottenuti con la rivendita secondaria on line dei biglietti a prezzi maggiorati rispetto al costo originario.

Tra molti promoter italiani regna ancora l’incertezza su quale sia la cosa migliore da fare – al di là delle dichiarazioni pubbliche: impetuose, ad esempio, quelle di Ferdinando Salzano di Friends & Partners, “Oltre a Live Nation credo ci siano altri colleghi coinvolti nella pratica del secondary ticketing truffaldino. A loro dico: autodenunciatevi, perché ormai quelli delle Iene sanno tutto” – col risultato concreto che lo stesso Trotta di Barley Arts si è stancato e si è dimesso da Assomusica, l’associazione che riunisce la stragrande maggioranza dei promoter italiani (…non tutti, però), una volta constata la mancanza di una presa di posizione netta e drastica oltre le parole di facciata e dei proclami un po’ velleitari dell’“oscureremo tuttii siti di secondary ticketing!”.

D’altro canto il mondo dei grandi promoter italiani è un valzer di alleanze fatte e disfatte: nell’orbita di Live Nation sono entrati e poi usciti anche alcuni dei suoi maggiori competitor, secondo dinamiche che ogni tanto ricordano una telenovela o il Dallas dei bei tempi che furono. Corrado Rizzotto di Indipendente, l’altra vittima de Le Iene, pareva essere entrato ufficialmente dentro Live Nation, ma forse no, non si sa, forse è saltato tutto, nel dubbio ora è tornato a lavorare forte sull’identità del marchio Indipendente (che ha i Radiohead, per dire); più lineare invece il caso di Andrea Pieroni, storico promoter in campo hard rock con Live In Italy, poi confluito in Live Nation prima di aprire – causa starcci volati qua e là – una nuova agenzia di nome Vertigo che fra le prime mosse ha rinnovato il contratto con Ticketone, tanto per chiarire che non sta (più) dalla parte di Ticketmaster / Live Nation.

Fermo restando, sia chiaro, che chi stringe accordi con le società di bagarinaggio on line – questo è spesso il secondary ticketing infatti, quando cioè i biglietti vedono il loro prezzo moltiplicarsi – accordandosi poi per una suddivisione dei profitti fa una cosa profondamente sbagliata, abbastanza illecita, particolarmente stronza, ci domandiamo: lo fa per avidità? Forse. Lo fa anche su input degli artisti? Questa è l’ipotesi che De Luca, incalzato dall’inviato ienesco, ha fatto balenare, provocando una furibonda indignazione da parte di parecchi. Un discorso non secondario, tutt’altro, l’ha tirato fuori esplicitamente il decano dei promoter italiani, David Zard, il cui figlio, sostituito Corrado Rizzotto a capo di Vivo Concerti, ha preso drasticamente le distanze dalla vecchia gestione (…ve lo dicevamo che è come una telenovela, non ci credevate?). Zard senior ha chiaramente detto che i cachet degli artisti e le correlate spese di produzione attorno ai loro concerti sono diventati una voce fuori controllo, col risultato che a) solo le multinazionali possono competere in un mercato così drogato b) le stesse multinazionali devono trovare modi creativi per far quadrare i conti, e fare leva sul secondary ticketing prendendo una fetta robusta dei guadagni diventa una risorsa quasi obbligatoria. In effetti, e chiunque operi professionalmente nel mercato del booking lo sa, negli ultimi anni il cachet delle band è letteralmente esploso, alla faccia dell’inflazione calmierata nell’Eurozona.

(continua sul Mucchio di Gennaio 2017)

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