Stamina

Se niente importa

Sono mesi che si parla di Stamina e del suo “metodo” per curare malattie neurodegenerative. Il presidente Davide Vannoni non è uno scienziato, non è un medico, non ha mai pubblicato articoli scientifici al riguardo.
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Davide Vannoni afferma di poter convertire alcune cellule prelevate dal midollo osseo in neuroni, riparando così quelli danneggiati, e la vicenda contiene tutti gli ingredienti per trasformare l’uomo in questione in un eroe osteggiato – dalla mediocrità altrui, dalle multinazionali farmaceutiche e dalle istituzioni. Insomma, la nebbia del complotto incontra la leggenda del salvatore incompreso dell’umanità. Non c’è dubbio che un fenomeno Vannoni possa nascere e moltiplicarsi solo in un ambiente incapace di sollevare domande sensate e di accorgersi della fregatura da outlet. Opporsi a Stamina non significa rifiutare i diritti “alla speranza (o alla cura o alla vita)” che ne fanno da slogan, “ma se non c’è altro da fare?”.

L’altro giorno ero dal parrucchiere e non ricordo nemmeno com’è cominciato il discorso. Comunque, c’era questa tizia due sedie più in là che alla voce “Stamina” è intervenuta nella conversazione e ha elencato alcuni dei cavalli di battaglia contro i cattivi burocrati che vogliono demolire la speranza. Ho ascoltato in silenzio, senza ribattere. Non solo perché non avevo voglia di associare il rituale pacifico di una piega alla discussione su Vannoni, ma perché ero affascinata da come le sue obiezioni seguissero una strada fortificata e prevedibile. La ascoltavo e mi rendevo conto che non c’era nulla che potessi dirle. Avrei dovuto trovare degli esempi, ma come le risposte perfette, ti vengono in mente sempre troppo tardi, quando ormai sei a casa e la piega s’è già sfatta.

Come ribattere a chi ti dice: “ma se non c’è nulla da fare, se non esistono terapie approvate,
che male c’è a tentare?”. Bene, il male non sta solo nell’eventuale approvazione istituzionale, ma è proprio la domanda a non avere molto senso. È come se ci servisse una colla per mantenere uniti tutti i pezzi di un puzzle. Immaginiamo che i pezzi siano fatti di uno strano materiale e che non si incollano con i prodotti che conosciamo. Abbiamo provato con la colla Artiglio, l’Attack, l’UHU, il Vinavil e pure la Coccoina. Niente. Allora arriva un capellone che vi dice “niente paura, ho io il prodotto che fa per voi”. Ma non vi spiega i componenti del prodotto, non c’è una ipotesi dietro, nessuna prova andata a buon fine. È un mistero, miracoloso come gli scongiuri fatti da un miscredente. Voi siete disperati perché i vostri pezzi si sparpagliano sul tappeto e nessuno è stato capace di suggerirvi una soluzione. Il capellone insiste: “ho scoperto questo metodo infallibile, incolla!, ma i burocrati delle multinazionali delle colle ce l’hanno con me. E pensare che io voglio solo aiutare chi vuole incollare i pezzi!”.

Qualcuno resta scettico ma domanda, qualcuno si affida ciecamente stremato dagli insuccessi passati. “Se niente ha funzionato, che male c’è a provare?”. I mali sono vari. Il primo riguarda l’ignorare i possibili effetti del misterioso prodotto. Farà male? Mi incollerà le mani? Diventerò cieco? Certo, penserete, se tanto così continuiamo a perdere pezzi, perché non provare? Ma c’è di più rispetto all’impossibilità di valutare il rischio: usare parole che non dovremmo utilizzare come incollare/curare. O pensare che chi si oppone all’ignoto collante sia spietato, invidioso o cinico. O ancora non capire che senza alcuni prerequisiti non possiamo provare. Perché significa soltanto camminare bendati in un terreno che non conosciamo. E non pare un’alternativa poi così più rosea della rassegnazione.

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