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Chi salverà i piccoli club inglesi

Tra i locali che abbassano la saracinesca e quelli a rischio chiusura, il circuito musicale indipendente inglese non se la passa tanto bene. Ma qualcosa si sta muovendo: a Londra un gruppo di professionisti del music business fonda il Music Venue Trust, con l’obiettivo di salvare un pilastro di storia britannica che si trova in grave pericolo.
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ILMC è acronimo di International Live Music Conference. In poche parole, parliamo di un evento che dal 6 all’8 marzo riunisce in un enorme albergo a cinque stelle nel cuore di Kensington, a Londra, tutti i grandi nomi del music business – agenti, promoter, manager, label e professionisti del settore. Durante i tre giorni di ILMC capitano cose strane, come farsi offrire da bere da esponenti del governo olandese e quindi, in sostanza, bere del vino pagato dal governo olandese, ritrovarsi a parlare con la manager degli Arcade Fire o stringere la mano a David Hasselhoff in persona – quel David Hasselhoff. È un’esperienza surreale e frenetica, soprattutto se all’ILMC ci lavori. Corri su e giù per l’albergo cercando di non arrivare tardi alle conferenze. Perdi penne e ne freghi altre dagli help desk. Cerchi di capire davvero se il 2013 sia stato un buon anno per il music business.

Nonostante la crisi, sembra che il 2013 sia stato un anno niente male per il music business. Le eccezioni inevitabilmente ci sono, e se incontri un promoter turco o ucraino te ne rendi conto subito, ma l’atmosfera generale è impregnata d’ottimismo. La gente continua ad andare ai concerti, a comprare i biglietti, a riversarsi nei festival di tutto il mondo e, dulcis in fundo, a bere birra, mettendo promoter, proprietari di venue e sponsor d’amore e d’accordo.
Il termine sembra non è usato a caso. In mezzo a questa cortina d’ottimismo c’è una crepa profondissima che diventa lampante quando qualcuno, durante una conferenza, tira fuori la spinosa domanda: “Ma come la mettiamo con i piccoli locali, i club, quelli che stanno chiudendo i battenti in tutto il Regno Unito?”
Già: come la mettiamo?

Quello dei locali che qui in Inghilterra chiamano small venues negli ultimi anni è diventato un problema enorme. Si tratta di colonne portanti della cultura musicale inglese e, indirettamente, della cultura musicale di tutto il mondo; sono stati e continuano a essere il trampolino di lancio per piccole band destinate a diventare mito – Beatles, David Bowie e Oasis, per citarne solo tre. Ma la crisi sta costringendo i loro proprietari a chiudere o ad accettare compromessi con multinazionali e grandi marchi; è il caso del 100 Club, il leggendario locale londinese dove si esibirono i Sex Pistols agli esordi, salvato nel 2011 solo grazie ad un accordo commerciale con Converse. Più sfortunato è stato il Luminaire di Kilburn, costretto a chiudere un anno prima a causa degli altissimi prezzi degli affitti. Il circuito della musica indipendente britannico, insomma, soffre. E fino ad oggi nessuno sembrava prestare abbastanza attenzione al problema.

Qualcosa di nuovo, però, si sta muovendo. Lo stesso fatto che se ne sia parlato qui, tra i grandi nomi del music business in un albergo di lusso in uno dei quartieri posh di Londra, dà molto da pensare. Ed è proprio qui che, in un insolito pomeriggio soleggiato di inizio marzo, Mark Davyd ha presentato il Music Venue Trust.

Mark Davyd è un volto noto nel music business. Musicista e proprietario del Tunbridge Wells Forum, in Kent, si batte da sempre per salvaguardare il fragile circuito della musica indipendente nel Regno Unito. Quello che ha presentato all’ILMC, però, è un grande progetto che coinvolge nomi importanti non solo dell’ambito musicale, ma anche in politica. “I piccoli locali stanno subendo una pressione economica sempre maggiore e molti lottano contro la chiusura. In seguito a un periodo di ricerca e dibattito con colleghi nel music business ho deciso, con l’aiuto dell’avvocato Jeremy Mills, di fondare il Music Venue Trust,” mi dice Mark.

Il Music Venue Trust è un’associazione no-profit strutturata secondo un piano quinquennale con l’obiettivo di salvaguardare i piccoli locali storici in tutto il Regno Unito. Il consiglio d’amministrazione comprende Jason Dormon, co-proprietario del Tunbridge Wells Forum, Chris Prosser di ILMC, Sybyl Bell di Independent Venue Week, Beverley Whitrick e Jeremy Mills, ma molte altre figure supportano il progetto.  In politica, Mark è riuscito nell’impresa titanica di mettere d’accordo tutti i partiti e ottenere l’appoggio di Kerry McCarthy del partito laburista, Mike Weatherley del partito conservatore e del liberale Tim Clement-Jones.
Secondo Mike Weatherley, “I piccoli locali sono essenziali trampolini di lancio per i nuovi talenti e una risorsa per la cultura inglese. Il Music Venue Trust è un’iniziativa concreta e vitale per proteggere una parte essenziale della nostra società e della nostra economia.

Tra i professionisti del settore che si sono uniti al Trust ci sono anche Geoff Meall, agente di Muse e Paramore, Scott Thomas di X-Ray Touring e Paul Buck, agente di Palma Violets, The Vaccines e Savages.
Thomas, tour manager di band come Bombay Bicycle Club e Manic Street Preachers, pensa che i club siano fondamentali per lo sviluppo di nuovi talenti: “Questi luoghi sono una palestra senza rivali per le nuove band; sono fondamentali per prepararle agli stadi e ai festival, ma non solo: sono anche essenziali per sensibilizzare il pubblico ad andare regolarmente ai concerti e a interessarsi ai nuovi artisti.

Ovviamente, il Music Venue Trust si è guadagnato anche il supporto di band che devono il loro successo proprio a questi piccoli locali – Savages, The Wedding Present e Enter Shikari ne sono un esempio. “In Gran Bretagna, ci sono tantissimi piccoli locali che fanno un ottimo lavoro con risorse limitate e si meriterebbero supporto e riconoscimento. Ci sono anche molte band, musicisti e gli stessi fan che amano la musica e si meritano il meglio. Quello che sta succedendo qui è una vergogna. L’industria musicale deve fare qualcosa di concreto. Le etichette, i manager, i grandi promoter, gli agenti, gli artisti e i grandi poli concertistici devono unirsi e rimboccarsi le maniche supportando iniziative come il Music Venue Trust,” ha dichiarato Jehnny Beth delle Savages.

Ma come funziona il Trust?
Nel Regno Unito esiste una legge chiamata ‘Community Right to Bid’, che permette ai cittadini di indicare alle autorità locali edifici o aree da considerare patrimoni culturali (Asset of Community Value o ACV); si tratta di luoghi che svolgono importanti funzioni culturali per la comunità. Per poter considerare a tutti gli effetti un luogo come ACV, è necessario che almeno 21 membri di una comunità locale firmino un’apposita petizione. Se il proprietario di un locale indicato come ACV desidera vendere la sua proprietà, deve comunicarlo alle autorità locali e i cittadini o, in questo caso, il Music Venue Trust, otterranno un periodo di moratoria in cui poter raccogliere il denaro necessario a comprare la proprietà,” dice Mark.
Questa legge garantisce al Music Venue Trust di raccogliere fondi per garantire la sopravvivenza dei locali a rischio di chiusura. Il Trust potrà anche fornire supporto ai proprietari che si trovano in difficoltà con le licenze, gli alti costi dei tour e la pubblicità a livello nazionale.”

I membri del Trust hanno già stilato una lista dei locali a rischio chiusura e identificato i dieci che richiedono l’aiuto più urgente, ma tutti possono fare segnalazioni in merito. “Vogliamo che chiunque abbia a cuore la musica ci indichi locali a rischio; è fondamentale per noi dimostrare che esiste un genuino interesse locale. Solo in questo modo il Music Venue Trust potrà sopravvivere e avere successo.” Il piano è di riuscire entro il 2015 a stabilire partnership con grandi istituzioni inglesi come la Heritage Lottery e l’Arts Council Of England e creare una rete di collaborazioni che supporti il Music Trust nell’attuazione della Comunity Right To Bill. Viste le premesse, sembra proprio che il circuito indipendente britannico abbia guadagnato un alleato prezioso per salvaguardare i locali che costituiscono centri pulsanti per la cultura di tutto il Regno Unito. La domanda a questo punto è una sola: sì, ma in Italia?

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