Timothy Leary

Dalla psichedelia al cyberspazio

A 75 anni dalla scoperta dell'Lsd, ripercorriamo la vicenda di uno dei maggiori protagonisti della controcultura statunitense che il New York Times definì il pifferaio degli psichedelici anni Sessanta.
TIMOTHY LEARY_ "il pifferaio degli psichedelici"

Difficile dire dove aleggi adesso lo spirito inquieto di Timothy Leary. Sappiamo invece qualcosa dei suoi resti: sette grammi delle ceneri prodotte dalla cremazione del corpo sono stati spediti nello spazio – insieme a quelle di altri 23 deceduti, tra cui l’ideatore di Star Trek Gene Roddenberry – il 21 aprile 1997 a bordo del razzo Pegasus, rimasto in orbita a 500 chilometri di altezza per sei anni e poi disintegratosi nell’atmosfera. Altre sono state portate dall’attrice Susan Sarandon al festival Burning Man come parte dell’installazione Totem Of Confessions dell’artista Michael Garlington, data alle fiamme il 6 settembre 2015. Sono i simbolici atti postumi di un personaggio che considerava la morte un’esperienza vitale. Le sue ultime parole prima di andarsene, il 31 maggio 1996, furono: “Perché no?!”. Aveva riflettuto sul trapasso nel penultimo libro scritto, Chaos And Cyber Culture (1994): “È venuto il momento di parlare con serenità, scherzandoci sopra, della responsabilità individuale sulla gestione del modo di morire”. E in un’intervistaconcessa nell’autunno 1995 spiegava: “Non vedo l’ora di cimentarmi con l’esperienza più avvincente della vita, ossia morire. Scrivo da 20 anni a proposito della morte programmata. Bisogna accostarsi alla morte così come si vive la vita: con curiosità, speranza, incanto, coraggio e l’aiuto degli amici”. Affrontò la malattia (un tumore alla prostata) e l’approssimarsi della fine comunicando attraverso una sorta di blog gestito dal suo entourage nel sito leary.com (ora disattivato) e facendo filmare la propria agonia quasi fosse una performance artistica, dopo aver rinunciato a farsi ibernare il cervello dalla società di crionica Alcor, cui aveva aderito (una ricostruzione apocrifa di come sarebbero potute andare le cose, con tanto di decapitazione post mortem, è inclusa nel mediocre documentario amatoriale Timothy Leary’s Last Trip).
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Era un uomo proiettato nel futuro: nel corso degli anni Ottanta aveva teorizzato la necessità della colonizzazione dello spazio (idea mutuata, per sua ammissione, dall’album Blows Against The Empire di Paul Kantner, ispirato alla figura di Lazarus Long, personaggio plasmato dallo scrittore di fantascienza Robert Hanson Heinlein riadattando il mito di Matusalemme) ed era affascinato dai computer (“Il Pc è l’Lsd degli anni Novanta!”), dalla neonata Internet e dalla realtà virtuale, tanto da riformulare il suo classico slogan in “Turn on, Boot up, Jack in” (“Accendi, avvia, connettiti”) e fondare nel 1982 la software house Futique, Inc.. Nel 1989 affermava: “L’individuo del XXI secolo sarà cibernetico, consapevole del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale ciascuno crea qualsiasi realtà. L’identificazione del sé come entità quantistica dissolverà di sicuro buona parte dei modelli identificativi riferiti alle appartenenze culturali, nazionali, religiose e persino familiari”. Quei pensieri ebbero anche un riflesso discografico in From Psychedelics To Cybernetics, dove un suo discorso tenuto nel settembre 1990 a Berlino è montato sulla musica prodotta dal duo System 01, composto dall’ex Clock DVA Paul Browse e dall’australiano Johnny Klimek (in seguito coautore della colonna sonora di Lola corre), precursori della techno nella capitale tedesca.
A quel punto stava per compiere 70 anni, essendo nato – Timothy Francis Leary Jr. all’anagrafe di Springfield, Massachusetts – il 22 ottobre 1920: unico figlio in una famiglia cattolica di origine irlandese (i genitori divorziarono quando lui era 13enne). Diplomato nel 1938 presso la Classical High School locale, dal 1940 divenne cadetto a West Point, ma le sue intemperanze lo avrebbero portato ad abbandonare ben presto l’accademia militare. Cominciò a interessarsi di psicologia frequentando l’università, prima in Alabama e poi nell’Illinois, fino a laurearsi nell’agosto 1945, dopo aver prestato servizio medico nell’esercito rimanendo in patria durante la Seconda Guerra Mondiale. Conseguì quindi un Master of Science alla Washington State University e – nel 1950 – un Ph. D. in Psicologia a Berkeley, dove insegnò secondo canoni non convenzionali (corsi sulla terapia di gruppo e sul metodo di analisi transazionale codificato da Eric Berne), convinto che la psicoterapia tradizionale, oltre che politicamente scorretta, fosse inefficace. La sua carriera nel settore continuò presso la Kaiser Family Foundation, come direttore della ricerca psichiatrica dal 1955 al 1958, e la University of California di San Francisco, in veste di professore associato, mentre il suo saggio The Interpersonal Diagnosis Of Personality fu giudicato nel 1957 miglior testo di psicoterapia da The Annual Review Of Psychology. Aveva già allora uno stile di vita tumultuoso, di cui fu in qualche modo vittima la prima moglie Marianne Busch, sposata nel 1944 e morta suicida nel 1955. Rimasero così a suo carico i due figli: Susan (nata nel 1947 e destinata a morire anch’ella suicida nel 1990, dentro il carcere dov’era detenuta per aver tentato di assassinare il compagno) e Jack (1949). Si risposò l’anno dopo con Mary Della Cioppa, conducendo – parole sue – “una vita da robot piccolo borghese, intellettuale e liberal”. A fine decennio soggiornò per qualche tempo in Europa, tra Spagna e Italia, terminando l’esperienza a Firenze, ormai squattrinato.
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Tornato in America, ottenne nel 1960 un incarico al Centro di Ricerca sulla Personalità dell’Harvard University, dove avviò un progetto di sperimentazione sulla psilocibina, alcaloide naturale – allora legale – che aveva provato di persona a Cuernavaca, in Messico: “Nelle cinque ore successive all’assunzione di quei funghi ho imparato più cose sul cervello, le sue potenzialità e la psicologia di quante ne avessi apprese in 15 anni di studi e ricerche”. Compì i primi esperimenti con un composto chimico equivalente sui carcerati della prigione statale di Concord, allo scopo di favorirne il reinserimento inducendo comportamenti positivi, quindi coinvolse gli studenti dell’Andover Newton Theological School, sempre in Massachusetts. Alla fine del 1961 prese per la prima volta l’Lsd (leggenda vuole che in vita ne abbia consumate cinquemila dosi) e pochi mesi più tardi costituì con il collega Richard Alpert (Ram Dass dopo la conversione all’induismo) l’International Foundation for Internal Freedom, avendo in mente un network di centri studi specializzati, ma nel 1963 fu estromesso da Harvard insieme ad Alpert a causa dello scandalo sollevato dai tabloid. L’attività del gruppo proseguì a Millbrook, sobborgo rurale a nord di New York, dentro un edificio messo a disposizione dagli eredi del banchiere Andrew Mellon e trasformato in una sorta di comune chiamata Castalia Foundation, riferendosi all’Herman Hesse de Il gioco delle perle di vetro: “Ci sentivamo come antropologi del XXI secolo a bordo di una capsula temporale capitata in mezzo all’Era Oscura degli anni Sessanta. In quella colonia spaziale stavamo cercando di creare un nuovo paganesimo”.
Frutto di quegli avvenimenti fu il saggio del 1964 The Psychedelic Experience, ispirato al Libro tibetano dei morti (che gli era stato consigliato da Aldous Huxley) e firmato insieme ad Alpert e Ralph Metzner, da lui traslato nel 1966 in un omonimo disco di spoken word, divenuto poi fonte d’ispirazione per i Beatles di Revolver (in Tomorrow Never Knows Lennon ne parafrasò un passo: “Turn off your mind, relax, float downstream”). Si legge a un certo punto in quelle pagine: “L’esperienza psichedelica è un viaggio verso nuovi territori di consapevolezza. La portata e il contenuto dell’esperienza sono senza limiti, mentre i suoi aspetti caratteristici sono la trascendenza dai concetti verbali, dalla dimensione spazio-temporale, dall’ego e dall’identità (…) Ovviamente la droga non produce l’esperienza trascendentale, ma agisce da catalizzatore chimico, aprendo la mente e liberando il sistema nervoso dai canoni e dalle strutture convenzionali”. I ricorrenti raid della polizia portarono tuttavia alla chiusura del centro e innescarono il processo che avrebbe condotto al bando dell’Lsd, sancito il 6 ottobre 1966 in California e due anni dopo su tutto il territorio nazionale. Nonostante l’audizione di Leary di fronte alla commissione del Senato istituita appositamente e presieduta da Ted Kennedy, durante la quale dichiarò: “La sfida delle sostanze psichedeliche non riguarda il modo di porle sotto controllo, bensì la maniera di usarle”. Per reazione, il 19 settembre 1966, aveva fondato la League for Spiritual Discovery, organo di una “religione psichedelica ortodossa” che considerava sacramento l’assunzione di Lsd, tentando di aggirare l’imminente divieto attraverso il diritto alla libertà di culto: concetto illustrato nel pamphlet Start Your Own Religion. Fu allora, in occasione di una conferenza tenuta a San Francisco, che usò per la prima volta l’espressione Turn on, Tune in, Drop out, impiegata l’anno seguente intitolando sia un album di spoken word sia un documentario in cinque episodi (uno dei quali è il filmato di Ronald Nameth sull’Exploding Plastic Inevitable di Warhol). In un’intervista del 1988 avrebbe rivelato che lo slogan era affiorato nel corso di una conversazione con Marshall McLuhan. Nella sua autobiografia lo decifra così: “Turn on significava impegnarsi ad attivare il corredo neurale e genetico, diventando consapevole dei vari e numerosi livelli di coscienza e degli specifici interruttori che li innescano. Le droghe erano un mezzo per raggiungere quello scopo. Tune in voleva dire interagire in armonia con il mondo circostante: esternalizzare, materializzare ed esprimere le nuove prospettive interiori. Drop out alludeva a un processo di distacco attivo, selettivo e gradevole dagli obblighi involontari o inconsci. Significava fiducia in se stessi, la scoperta della propria individualità, una disposizione alla mobilità, alla scelta e al cambiamento. Malauguratamente, il senso da me attribuito a quella personale sequenza evolutiva è stato spesso equivocato per ‘Stordisciti e abbandona ogni attività costruttiva’”.
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Il 14 gennaio 1967 fu tra i protagonisti dello Human Be-In organizzato dall’artista californiano Michael Bowen al Golden Gate Park di San Francisco, happening al quale accorsero 30mila persone. Eppure non sentiva particolari affinità con gli attivisti del “movement”, che definiva “giovani con la mente in menopausa”. Nello stesso anno sposò Rosemary Woodruff – la quarta moglie, dopo un breve matrimonio con la fotomodella Nena Von Schlebrügge, poi madre di Uma Thurman – durante una cerimonia a base di acidi per tutti i partecipanti.
Prendendo spunto dalla teoria dell’imprinting formulata dall’etologo austriaco Konrad Lorenz (Nobel per la Medicina nel 1973), stava per codificare i principi degli Otto circuiti di consapevolezza, la cui versione definitiva sarebbe stata esposta nel 1977 in Exo-Psychology, fonte alla quale ha attinto lo scrittore Robert Anton Wilson – autore della trilogia degli “Illuminati” – per Prometheus Rising. All’inizio del 1969 annunciò provocatoriamente di volersi candidare alla carica di governatore della California, opponendosi all’incombente riconferma di Ronald Reagan con lo slogan “Come together, join the party”. Fra i sostenitori della campagna c’era John Lennon, che proprio a quello scopo preparò la stesura originaria di Come Together, rimasta inutilizzata. Frequentando il più irrequieto dei Beatles, Leary partecipò al bed-in di Montreal e assistette dunque alla registrazione di Give Peace A Chance, nel cui testo è citato prima di Dylan, Mailer e Ginsberg. Ma gli eventi stavano per precipitare: già incarcerato due volte per possesso di marijuana tra il 1965 e il 1968, finì nuovamente dietro le sbarre con la stessa imputazione nel marzo 1970, recluso nel carcere di San Luis Obispo, dal quale evase in modo rocambolesco sei mesi dopo – arrampicandosi sul tetto, scendendo su un palo telefonico e attraversando il cortile appeso a un cavo – con la complicità dei Weatherman, che ne avevano pianificato la fuga in Algeria, dove raggiunse insieme alla compagna il governo in esilio fondato dal leader del Black Panther Party Eldridge Cleaver. Da lì nel 1971 si spostò in Svizzera, ospite del mercante d’armi Michel Hauchard: là incontrò il regista Roman Polanski e realizzò con i tedeschi Ash Ra Temple l’album Seven Up. Separato dalla moglie, girovagò quindi fra Vienna, Beirut e Kabul con la nuova fiamma Joanna Harcourt-Smith, ma nella capitale afgana – era il gennaio 1973 – venne intercettato da agenti federali ed estradato negli States. Doveva scontare un totale di 25 anni di detenzione: fu destinato al penitenziario di Folsom e rinchiuso in isolamento, avendo come vicino di cella Charles Manson, e in seguito ricollocato nella prigione di Vacaville, dove sarebbe rimasto fino al 21 aprile 1976, quando venne scarcerato su mandato del governatore Jerry Brown.

L’ennesimo matrimonio, questa volta con l’attrice Barbara Chase, fu celebrato nel 1978: la coppia si stabilì a Beverly Hills, in una dimora che negli anni Ottanta sarebbe diventata ritrovo di celebrità (William Gibson, Johnny Depp, Susan Sarandon, Dan Akroyd e David Byrne, tra gli habituée). Uno degli ultimi colpi di teatro inscenati dal personaggio – immortalato nel documentario del 1983 Return Engagement, concomitante all’autobiografia Flashbacks – fu il tour di lectures in tandem con George Gordon Liddy: l’ex procuratore che lo aveva arrestato ai tempi di Millbrook, successivamente a capo della cellula responsabile dell’irruzione nel quartier generale del Partito Democratico a Washington che nel 1972 diede luogo al clamoroso caso Watergate. Il giorno dopo la morte di Leary, Liddy lo avrebbe commemorato così nel suo talk show radiofonico d’impronta reazionaria sul network Westwood One: “Siamo stati sempre sfasati di 180 gradi, ma ci piacevamo. Lui credeva schiettamente in ciò che faceva: anche se ha causato un mucchio di danni, pensava di essere dalla parte della ragione. Aveva un impertinente brio da irlandese che poteva illuminare una stanza e una quantità enorme di amici. Mi mancherà…”. Parlava di colui che il “New York Times”, nel coccodrillo pubblicato il primo giugno 1996, definì “il pifferaio degli psichedelici anni Sessanta”. Un antagonista dell’establishment di cui la New York Public Library ha istituzionalizzato il profilo nel giugno 2011 acquisendone l’archivio, reso pubblicamente disponibile nel settembre 2013. Stravagante epilogo per la vicenda di un edonista libertario che il presidente Richard Nixon, poi imputato dello scandalo Watergate, aveva additato come “l’uomo più pericoloso d’America”.

Pubblicato sul Mucchio Selvaggio di aprile 2016

 

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