Una modesta proposta

Ipotesi, costi, benefici

La tassazione della parola "merda" nei social network.
spalare

Su Internet non si sopravvive di sola pubblicità. Man mano che cresce la concorrenza e si moltiplica l’offerta di siti, servizi, canali informativi e di intrattenimento, diventa sempre più complicato riuscire a trarre un profitto soddisfacente da banner e altre forme di advertisement. Bisogna trovare soluzioni innovative. Lo sanno bene le tv, i giornali e gli altri media in sofferenza sotto il sole digitale, se ne renderanno presto conto anche i nuovi attori dell’arena Web, a cominciare dai colossi del social networking come Facebook. Verrà il giorno in cui, sollecitati dagli azionisti, Mark Zuckerberg e gli altri membri del Circolo Magico della F Blu, dovranno inventarsi qualcosa di nuovo. Il sottoscritto, umilmente, ha una proposta: una tassazione sull’utilizzo di alcuni termini negli status e nei commenti. In particolare,
sulla parola più amata del secolo digitale: “merda”.

Il meccanismo. È semplice, automatico, di facile implementazione. Ogni volta che un utente digita “merda” (nelle sue numerose e colorate varianti linguistiche), il sistema aggiorna il conteggio nel suo account personale. Al termine di ogni mese, la somma totale viene sottratta dalla carta di credito dell’utente (opportunamente recuperata dall’NSA o dal servizio di sicurezza nazionale di riferimento). Si possono ipotizzare anche forme di abbonamento, ricariche e altri modelli alternativi. Fondamentale è che la cifra da pagare per ogni “merda” sia molto bassa: questa proposta non vuole essere né una manovra punitiva, né il tentativo di instaurare un nuovo privilegio di classe (in cui solo le categorie sociali più ricche possono permettersi l’uso della parola). Si suggerisce un importo di 10 centesimi di euro/dollaro/sterlina a utilizzo.

La ragione economica. Perché “merda”? Innanzitutto, per semplice opportunità economica. Autorevoli ricerche la individuano come la parola più utilizzata sui social network e, più in generale, in qualsiasi ambiente sociale online. Sono lontani i tempi in cui era riservata allo sfogo degli ufficiali napoleonici. Nella società contemporanea, il termine si applica con disinvoltura a film, programmi tv, persone, cibo, comportamenti, pensieri, paesi, alla vita nel suo complesso. Tutto ciò che non piace viene automaticamente identificato come “merda”, spesso seguendo l’esuberante passione dell’istinto e resistendo alla noiosa tentazione della riflessione. È dunque il termine più indicato per garantire un profitto immediato, consistente, che in linea teorica – attraverso modelli simili a quelli adottati da YouTube per i video musicali – potrebbe impattare positivamente anche sui bilanci dei produttori di contenuti. Facebook potrebbe stringere accordi con partner esterni, spartendo le entrate derivanti dalla nuova tassa: 50 percento al social network, 50 percento ai legittimi proprietari degli account su cui viene effettivamente inserito il termine.

La ragione culturale. L’adozione di un simile meccanismo porterebbe, in tempi brevi, a un ulteriore beneficio di carattere culturale e filosofico: la ridefinizione del valore della “merda”, notevolmente penalizzato dalla moltiplicazione selvaggia registrata negli ultimi anni. È infatti prevedibile che l’introduzione di una tassa – seppur di modeste dimensioni – comporterebbe una significativa e immediata ottimizzazione nell’utilizzo del termine. Gli utenti di Facebook (e delle altre comunità online) adotterebbero opportuni accorgimenti, valutando di volta in volta l’effettiva necessità di attribuire il termine. In questo modo si ripristinerebbe l’antica nobiltà dell’etichetta, nonché dei soggetti aventi reale diritto a fregiarsene (come richiesto nel recente Manifesto per la Purezza dello Stronzo). Le vere “merde” tornerebbero a risaltare in tutto il loro splendore, non più sommerse e oscurate dall’oceano di surrogati
fin troppo generosamente identificati nell’era della libera espressione online.

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