Sylvia Plath

Al di qua del border

Lo scorso 11 febbraio è stato il 50esimo anniversario della morte di Sylvia Plath. L’opera della poetessa americana, scomparsa in circostanze ben note, continua a ispirare il lavoro di diverse autrici. A cui Plath ha insegnato a scrivere più di quanto abbia insegnato a morire.
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Di lei si parla più ai convegni sulla depressione che a quelli di poesia. Pur avendo scritto versi che intere generazioni hanno mandato a memoria, il suo suicidio ha prodotto un fastidioso rumore di fondo, innescando un dibattito tra gli studiosi che invitano a separare l’opera dall’autore e i fan che fanno di lei l’eroina tragica perfetta. Evocata in Infinite Jest, in Conversation 19 dei National e persino in Young Adult, dove Jason Reitman accusa un’immatura Charlize Theron di atteggiamenti alla Sylvia Plath, l’autrice de La campana di vetro è diventata una caratterista che viene impiegata qui e lì per connotare uno spazio invece di abitarlo.
Lena Dunham, autrice della serie Girls, ha dichiarato al “Guardian”: “Mi chiedo se sarebbe sopravvissuta in un altro momento storico, quando andare dallo psichiatra non è più vergognoso che andare dal parrucchiere… Sarebbe diventata una riot grrrl? Dipendente dallo Xanax? Una blogger per ‘Slate’?”. Internet avrebbe reso Plath meno sola o ancora più depressa e ansiosa di approvazione? La scrittrice Jeanette Winterson si è limitata a un “Generazione sbagliata. Medicine sbagliate”. Al di là dell’impressionante fiducia riposta nel farmaco, Dunham e Winterson vincolano Sylvia Plath a un’area di morte e malattia. Non si chiedono se oggi poesie come Lady Lazarus verrebbero liquidate come lo sfogo di un’aspirante letterata su WordPress, non si interrogano sulla bontà delle sue intuizioni stilistiche, ma sulla sua sopravvivenza. Da un lato questa dinamica è comprensibile. Tutti i suicidi famosi ispirano affetto, ma pochi ispirano affetto come lei. Anne Sexton, che aveva una penna altrettanto affiliata e potente, non gode dello stesso privilegio, eppure anche lei si è uccisa. Alla sua psichiatra confessò di avercela con la collega perché “quella morte era mia, me l’ha tolta”, sapeva che arrivando dopo Plath il suo gesto sarebbe stato accusato di imitazione. Anche David Foster Wallace si è tolto la vita, ma la tracotanza del suo genio e la mole impressionante di testi che ci ha lasciato – i due ovviamente lavoravano con formati molto diversi – ci aiutano oggi a pensare alla sua morte come a un effetto collaterale di una brillante carriera, non come il suo tema. Viene da chiedersi se Plath non avesse scritto abbastanza, o non abbastanza bene, per affrancarsi dal suo destino. Non è così: la perfezione formale della raccolta Ariel, persino i freni a mano tirati de Il Colosso, impressionano soprattutto per la perizia tecnica. Universale ma non aforistica, è stata una delle più brave a coniugare “suono e senso” come sosteneva Seamus Heaney.

Per Plath, quello del suicidio è un tema innanzitutto letterario, che viene idealizzato, fantasticato e rivissuto. Non a caso l’amico Al Alvarez ne Il dio selvaggio osserva: “Tanto più scrive della morte, si sente fertile”. Ripercorrendo i suoi testi, dall’adolescenza alla trasformazione in donna, ci rendiamo conto che se fosse sopravvissuta molto probabilmente avrebbe continuato a scrivere di questi temi con i suoi picchi asintotici e i suoi abissi. Questa era la curva che la sua vita aveva preso. Perché il suo suicidio è diventato così assordante? In parte c’entra il modo in cui è stata gestita l’opera postuma, a partire dai bellissimi Diari (tutt’oggi incompleti perché non è possibile recuperare i quaderni nascosti dal marito). Quelle pagine in cui Plath raccontava di sé e della sua ansia di riconoscimento, ma soprattutto metteva alla prova la sua immaginazione, sono state sottratte alla sua facoltà di controllo e di editing. Per una scrittrice forse non c’è violenza peggiore. Poi c’è la questione di Ariel, la raccolta scritta in pochissimo tempo prima di morire, quando viveva da sola con i due figli ed era ancora indecisa se divorziare da Hughes. Plath voleva chiuderla con una nota speranzosa, la poesia Svernare, ma Huges ha optato per Limite, quella che inizia così: “La donna ora è perfetta. Il suo corpo morto indossa il sorriso della compiutezza”. Una semplice scelta editoriale ha imposto una linea narrativa implacabile: Sylvia Plath, suicidandosi, ha scritto la sua poesia perfetta. Se avesse saputo che sarebbero stati pubblicati, forse avrebbe omesso certe pagine dai Diari. Forse a posteriori non avrebbe mai dato alle stampe La campana di vetro, il romanzo in cui raccontava del tentato suicidio a vent’anni e degli elettroshock subiti, perché non si sarebbe mai liberata dell’etichetta che ne sarebbe conseguita.

Se c’era una cosa che Sylvia Plath voleva disperatamente, era essere presa sul serio. La campana di vetro fu recensito poco, senza entusiasmo. Paradossalmente è stata la scrittura di un vecchio suicidio a fargliene tentare uno nuovo: forse non le pesava solo il fallimento – era convinta che non fosse un buon romanzo – ma anche la consapevolezza che sarebbe stata rinchiusa in quella morte per sempre. Raccontare o scrivere di sé diventa presto condanna. Stefania Caracci, studiosa devota a Plath, sostiene che oggi gli psichiatri tenderebbero a inquadrare il suo malessere non come depressione clinica ma come disturbo borderline. Il concetto di confine è importante perché, come scrive Caracci, Sylvia Plath non era al di là del border: era al di qua. Con tutte le complicazioni che ne derivano: l’ironia, il senso dell’umorismo attestato da chi l’ha conosciuta, il suo desiderio di piacere e lo slancio vitale, la voglia di essere madre. Sylvia Plath poteva anche non morire. La scrittrice non è al di qua del suo suicidio, ma è al di là; la morte non può contenerla. Il modo in cui ha scelto di farlo resta un aneddoto per gli storici, un mito per le adolescenti, ma il lettore deve riscattarla. Dobbiamo immaginare che le poesie di Ariel sarebbero state scritte anche senza un prezzo personale così alto. Dobbiamo immaginare che fosse sufficientemente brava da farlo, che avesse il potere della trasfigurazione (l’unico potere a cui un autore è davvero interessato). Per la poetessa che scriveva che morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa. Ma anche che scrivere era vivere. E che, sopra ogni altra cosa, ha scritto.

Pubblicato sul Mucchio 705

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