Bret Easton Ellis

Meno di zero per 30

Un lungo estratto dal nuovo Extra in edicola fino alla fine di agosto.
Meno di zero per 30
Il jukebox di Bret Easton Ellis

Sapevate che Bret Easton Ellis suona il pianoforte? È uno dei particolari meno ricorrenti nei discorsi su di lui, così come il fatto che il monolocale dove abitava a Manhattan dava sul retro del Palladium. Senza contare che il suo gruppo preferito degli anni Ottanta sono i Replacements e che – ancora bambino – andò a vedere l’opera rock Tommy. “È stato il momento cardine della mia infanzia”, ha confessato. Eppure la stragrande maggioranza delle informazioni che circolano a suo riguardo gravita intorno ad American Psycho: il romanzo odiato dalle femministe, ma anche il libro che si apre citando Be My Baby delle Ronettes. Il suo autore, del resto, ha un passato sulla scena musicale coi Parents, oscura formazione new wave attiva nel circuito dei festival universitari, e coi Line One, nei quali suonava ai tempi del liceo, nei paraggi di Mulholland Drive. Il papà di Patrick Bateman avrebbe composto così un centinaio di canzoni, “ma non riuscivo mai a scrivere i testi”.

Bret Easton Ellis è come un direttore d’orchestra, ma le partiture sono i suoi libri. Il primo compie 30 anni proprio in questi giorni: pubblicato in cinquemila copie, a fronte di un anticipo standard da altrettanti dollari, Meno di zero spinse la stampa ad affermare che si trattava di un Francis Scott Fitzgerald coi Ray-Ban e contiene almeno una dozzina di scene dove i protagonisti accendono/spengono/fissano ipnotizzati Mtv. La prima canzone che affiora in Meno di zero è comunque fuori dagli anni Ottanta: New Kid in Town degli Eagles fa per il romanzo quello che dovrebbe fare la colonna sonora per un film, anticiparne il tono. Ci comunica chi è il protagonista (“Il nuovo arrivato”) e chi sono i comprimari (“Tutti ti guardano/La gente che incontri, sembra conoscerti/Persino i vecchi amici ti trattano come fossi una novità”), chi lo tormenta (“Ti amerà ancora, lei, quando non sarai più nei paraggi?/Sono così tante le cose che avresti dovuto dirle”) e cosa deve aspettarsi (“Per strada si parla: è per farti ricordare/Che davvero non conta da che parte stai”). In ordine sparso troviamo poi: i Devo, presunti avvistamenti di Exene e John Doe, qualche melodia targata Spandau Ballet e i Culture Club di Do You Really Want to Hurt Me?.
E pensare che nelle prime bozze del libro (non molti sanno che furono almeno tre) c’era molto più materiale “sulle band che adoro”, raccontava l’autore, che oggi si fa fotografare incappucciato come un ectoplasma da una felpa nera, mentre agli esordi incarnava l’archetipo dello scrittore come rockstar. Non era forse Ellis che nel 1986 posava in cardigan per “People”, scarmigliato su un letto disfatto per “W” e fasciato da un completo Armani per “Interview”? Oggi lui chiama quella fase storica “l’Impero”: “È durata all’incirca dal 1945 all’11 settembre, poi s’è trascinata zoppicando per il resto dell’amministrazione Bush, finché l’economia è saltata in aria ed è stato eletto Obama”. Dopodiché è cominciato il Post-Impero, dove le celebrità hanno svestito i panni da semidei: “L’Era dell’Acqua al Cocco, del Tea Party, di The Human Centipede e di Shia LaBeouf”, come l’ha definita egli stesso su “Playboy”. Non è che durante l’Impero si stesse male: c’era sempre un Andy Warhol o un Muhammad Ali o un John Lennon che parlava pane al pane, ma c’erano anche dozzine di Madonna, “una delle regine del periodo Impero, mai abbastanza autentica o divertente per capirlo, però… Col senno di poi, le uniche cose che oggi ce la rendono interessante sono quelle tremendamente sincere”. Non a caso, uno dei versi ricorrenti in Glamorama appartiene a un Bono Vox in fuga dagli anni Ottanta: “Scivoleremo sotto la superficie delle cose” (Even Better Than the Real Thing).

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A Ellis sono sempre interessati più i margini che il cuore dell’Impero: da subito dipinge degli anni Ottanta dove sopravvivono i jukebox e la gloriosa radio kroq suona vecchi dischi dei Doors. Sa farti notare che per alzare il volume devi ancora allungare la mano. Sono infatti solo certi anni Ottanta ad appassionarlo: “È chiaro che c’erano R.E.M. e U2, ma nel complesso non sono stati un decennio musicale da ricordare con affetto”. Lo si capisce dal primo gruppo da lui citato in assoluto: nell’epigrafe di Meno di zero – subito prima dei Led Zeppelin di Stairway to Heaven: “C’è qualcosa che mi prende quando guardo verso Ovest” – campeggiano gli X di The Have Nots: “È un gioco che si muove mentre ci giochi”. E chi sarebbe la vittima per eccellenza dell’Impero? Michael Jackson, è chiaro: “Una persona tormentata che amava i ragazzini, si drogava e negava tutt’e due le cose”. La prima vera star della nuova era? Ovviamente Eminem… In epoca postimperiale il comune senso del pudore non ha più validità, siccome tutto è pubblico.
Per Ellis, l’Eminem che si autodenuncia su The Marshall Mathers LP, dal fallimento del matrimonio alle dipendenze, è più trasparente del Bob Dylan sofferente e autobiografico di Blood on the Tracks, vertice ineguagliabile dello stardom, ma pur sempre in epoca imperiale. Secondo lui, a Dylan e Springsteen (non manca mai di sottolineare la grandezza di Tunnel of Love, infatti) non sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di registrare il finto assassinio dell’ex moglie: avevano gusto ed eleganza, valori che nel Post-Impero non contano più. “Siamo andati avanti”, ammette.

Bret Easton Ellis usa la musica per fotografare le epoche. Su Glamorama le stanze traboccano di compact disc incapsulati dentro colonne di vetro o sparpagliati sul pavimento delle camere in alberghi extralusso (a proposito di imperial bedrooms). È musica tappezzeria, musica merce, musica passepartout nell’era del copia-e-incolla. Per tutto il romanzo spadroneggiano i Dj set, mentre ne Le regole dell’attrazione vanno ancora forte le cassette come strumenti di corteggiamento (“la compilation numero 2 che avevamo fatto quando eravamo matricole”). Lunar Park segna l’inizio di un percorso opposto, di rarefazione: il compact disc dei Backstreet Boys si presenta masterizzato, e nel 2010 lo stesso Ellis dichiarava un interesse per la musica decrescente rispetto a quando aveva 20 anni. Siamo all’altezza di Imperial Bedrooms, in epoca retromaniacale, quando le emittenti tematiche sfumano gli Eurythmics “per far posto a una voce radiofonica che parla delle scosse di assestamento di un terremoto” e le televisioni trasmettono le ultimissime su un omicidio alternandole a Girls on Film dei Duran Duran. Qui l’autore ci dice due cose: che il suo nuovo libro è un revival delle origini e che nelle sue pagine le fotomodelle faranno una brutta fine. Capita spesso che ribadisca ripetutamente i messaggi meno espliciti, come ne Le regole dell’attrazione, dove un ragazzo sbronzo ascolta Funeral for a Friend di Elton John e intanto giochicchia con un tubetto di sangue finto: legge le istruzioni, stacca il coperchio a morsi, sente il sapore del liquido, si rifà la bocca con un sorso di Grolsch, alza il polso e ci spreme sopra una striscia rossa e poi un’altra e il sangue finto prende a colare e cola e cola ancora… Intanto da Funeral for a Friend siamo passati a Love Lies Bleeding. È un film da leggere: protagonista dell’episodio è Sean, fratello minore del più noto Patrick Bateman.
Esempio perfetto di questa scrittura cinematografica è Glamorama, dove il regista urla “playback” e Jane Birkin prende a sussurrare “Je t’aime…”. Anche se non tutta la musica ha sempre lo stesso significato: da un libro all’altro la colonna sonora deve cambiare e adattarsi al disegno della trama. Lunar Park è una storia di fantasmi alla Stephen King: ci staranno bene Superstition, I’m a Believer e Don’t Fear the Reaper. Glamorama è imperniato su un furto d’identità: nulla di più appropriato che risuoni dunque la cover (non l’originale!) di Substitute degli Who e che l’imminente sparizione sia annunciata a più riprese da Missing degli Everything But The Girl. E non è una coincidenza che alla megafesta d’apertura partecipino musicisti in odore di morte e/o decaduti agli occhi del grande pubblico: Tupac Shakur, Duff McKagan, Chris Isaak, Lars Ulrich, Donovan Leitch e Simon Le Bon. Ma questa carnevalata, con tanto di confetti sparsi lungo tutto il romanzo, è a ben vedere un funeral party. Che dire poi delle fantasie a occhi aperti di Patrick Bateman? Prendere una ragazza e un cane (un collie, un chow chow o uno shar pei, fa lo stesso), collegarli a una pompa per trasfusioni e scambiarne il sangue: tutto questo sulle note di Don’t Worry, Be Happy, rigorosamente in versione digitale.

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Ellis non disprezza affatto le canzonacce da filodiffusione o la muzak; gli servono per farci capire che a un dato personaggio manca la benché minima originalità. Come il regalo di compleanno che il protagonista di Glamorama spedisce a suo papà: un bel compact disc di Patti LuPone. O il flirt momentaneo di Bret in Lunar Park: sorpresa a maneggiare un sacchetto di caramelle che contiene un Cd di Raffi e niente di commestibile. Perché tutto è intercambiabile o falsificabile. “Sei tale e quale David Bowie”, si legge in Meno di zero e poco importa a chi sia rivolta la battuta. Quello che conta è il valore di scambio. Non esistono persone e personaggi, esistono personalità.
Nel secondo romanzo gli innamorati si lasciano “come Tina e Ike, Sid e Nancy, Chrissie e Ray”, Sean Bateman è “tipo Bryan Adams” senza i segni dell’acne, in Acqua dal sole i produttori intortano le ragazze dicendo “stiamo pensando a Pat Benatar” e in Glamorama circolano sosia di Bon Jovi e Bono Vox. I vip? Inventati anche loro. O meglio: pallidi, senza mordente, puri nomi sulla carta buoni per vantarsi e vivere il famoso quarto d’ora di celebrità. Succede in Acqua dal sole, dove una ragazza fa la comparsa in un videoclip degli ZZ Top e un’altra conosce i Duran Duran, uscendo dall’incontro così eccitata da sentirsi morire, eppure le bastano sette giorni per cambiare disco: “Ho conosciuto Michael Jackson a un party a Encino. Non era poi così grandioso”. La patina dello stardom – sembra dirci Ellis – è quella che intravede Sean Bateman aprendo l’ultimo numero di “Hustler”: per il mese prossimo la rivista promette fotografie nude di Pat Boone e Boy George, mentre l’occhio passa in rassegna Brooke Shields e il Principe Andrea, “tutti granulosi, tutti in bianco e nero”.

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