Dance me to the end of love

Ricordando Leonard Cohen

Leonard Cohen è stato anche autore di due romanzi, "Il gioco preferito" e "Beautiful Losers". Ecco perché sono libri importanti: questo pezzo è apparso sul Mucchio 749.
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Questa estate, Leonard Cohen, in una lettera di addio a Marianne Ihlen, gravemente malata, scrive che per loro è ormai arrivato il momento della vita in cui i corpi diventano fallibili e iniziano a tradirci. Le augura un ultimo viaggio sereno e non aggiunge altro: se ha bisogno, deve solo allungare la mano e riuscirà a toccarlo, è dietro di lei, pronto, forse, a seguirla. Come su molte cose, Cohen aveva ragione anche su questo.

Se n’è andato con eleganza, lasciando un disco bello e scuro, uno dei migliori di questi suoi ultimi anni di carriera, e se è vero che in You Want It Darker canta I am ready, my lord o che è pronto a abbandonare il tavolo, è anche vero che tutta la sua musica è attraversata da una serena accettazione del futuro: anche in una canzone come Tower Of Song racconta che tutti i ponti attraversati un tempo adesso stanno bruciano, ma che quello che si è perso una volta, non lo si può perdere più. In You Want It Darker la simbologia di fiamme, saluti e luci che si abbassano è particolarmente rilevante ed è difficile non notarlo, ma è da molto che Cohen si allenava a dirci addio nel modo migliore possibile: vivendo.

Se c’è una cosa a cui Leonard Cohen mi ha educato più di altri è alla concretezza del corpo: qualcosa nel modo in cui canta mi induceva a pensare che la forma più pura di amore passasse dai sensi, che l’amore andava fatto con la stessa serietà riservata ai riti religiosi. La mattina in cui ho scoperto che Leonard Cohen non c’era più, è stato come perdere un vecchio amante, uno che certo non mi avrebbe mai sposato, ma che mi aveva insegnato come funzionavano i corpi, che mi aveva convinto che il tempo che ci è concesso su questa terra è troppo poco per non amarci un’ultima volta, prima di separarci definitivamente.

Come la nebbia non lascia cicatrici/sul verde cupo della collina/così il mio corpo non lascia cicatrici/su di te, né lo farà mai”: a Cohen non interessava il possesso sulle persone, preferiva lasciarle libere, essere un archeologo dei segni che il mondo incide sugli amanti, le cicatrici come medaglie o segreti da svelare. Finché questa notte senza luna e stelle non fosse finita, lui sarebbe rimasto, poi se ne sarebbe andato, senza troppa tristezza.

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Così, quello stesso giorno, ho comprato una copia del suo primo romanzo, Il gioco preferito perché era un gesto dovuto: uno dei più bei romanzi di formazione mai scritti, Cohen lo aveva pubblicato nel 1963. È la storia di Breavman e Krantz e di come la conoscenza di sé si ottenga fuggendo da Montreal, ammirando le ragazze francesi, col sesso fatto per gioco, estorto con l’inganno, dai fiori bianchi che spuntano da tutti i pori di Lisa e dai buchi alle orecchie di una ragazza di nome Shell; Cohen aveva descritto la sprezzante corsa di due ragazzi verso la maturità e io avevo invidiato quella perseveranza feroce, il desiderio che di me non rimanesse che una striscia di olio sul pavimento del garage.

“Che la velocità non diminuisca mai. Che la neve rimanga. Che io non venga mai separato dal mio amico”, prega Breavman, ma già in Beautiful Losers, il romanzo anfetaminico scritto a Hydra, Cohen aveva raccontato la storia di chi resta, quando tutti gli altri svaniscono – che siano una moglie che si cosparge il corpo di crema rossa e ti chiede di immaginare di essere qualcun altro, un amico che ti tradisce, una donna che forse esiste solo nella tua memoria: per tutti la strada prima o poi si interrompe e i neon si spengono, ma questo doveva solo spingerci a ballare ancora fino alla fine dell’amore.

E quindi “arrivederci signore, signora, rabbino, dottore, ciao. Non dimenticate il vostro campionario di avventure. Il mio amico e io resteremo proprio qui, secondo il nostro limite di velocità.”. Arrivederci Leonard Cohen, Krantz e Breavman sono ancora là fuori, in una macchina lanciata nella notte.

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