Francesco Piccolo

Il desiderio di essere come tutti

Il nuovo libro di Francesco Piccolo si chiama "Il desiderio di essere come tutti" (Einaudi, pp. 272 euro 18). Lo abbiamo passato ai raggi x.
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Il nuovo libro di Francesco Piccolo, scrittore, giornalista, sceneggiatore e autore televisivo, prova a fare ordine, a riorganizzare gli ultimi quarant’anni di storia – soprattutto politica – italiana. Il narratore è Francesco Piccolo stesso; e racconta. Racconta lui che “diventa comunista” quando Jurgen Sparwasser segna il gol della vittoria per la Germania Est contro la Germania Ovest, ai mondiali di calcio del 1974; lui e il rapimento Moro, lui e la ricerca della purezza di Enrico Berlinguer; racconta di lui e Craxi, lui e Berlusconi. Al piano per così dire “storico-nazionale” si sovrappone quindi quello esistenziale: i dubbi, le incomprensioni con la famiglia, le relazioni, il lavoro di reporter, scrittore e poi sceneggiatore (del Caimano, per esempio).

Un’ipotesi sull’ideologia del libro
Il desiderio di essere come tutti è il romanzo/non romanzo veltroniano definitivo. Veltroni è stato l’unico innovatore cresciuto nell’ultima generazione della classe dirigente comunista; capace di barcamenarsi tra l’eredità di Enrico Berlinguer, le aperture americaniste “giuste” (la passione per Robert Kennedy, ad esempio), e l’immaginario pop di cantanti, artisti, il cinema, le figurine dell’album dei calciatori. Il fatto che Veltroni sia stato un passo avanti (sul piano storico; non vorrei che questa affermazione suonasse ironica) rispetto a leader come Massimo D’Alema o Fabio Mussi è confermato dalla prossimità ideologica tra lui e Matteo Renzi, un politico che porta alle conseguenze estreme il discorso veltroniano. E Renzi può anche dire di non essere mai stato comunista senza dover spiegare – come ha fatto Veltroni per anni – come mai allora ha militato nel Pci, ai massimi livelli.

Perché Il desiderio di essere come tutti è un romanzo/non romanzo veltroniano? (Verso la fine del libro lo stesso Piccolo spiega di non essere intervenuto a una manifestazione del Pd organizzata da Veltroni soltanto per un imprevisto.) Perché usa un pretesto smaccatamente pop (e cinematografico più che narrativo) per avviare una biografia politica: la rete di Jurgen Sparwasser, il misconosciuto centravanti della Germania Est che sconfigge gli occidentali di Gerd Muller e Beckenbauer, la cara vecchia storia di David vs Golia. Ancora, perché ritiene – come Veltroni – che il governo Prodi sia stato il migliore governo italiano degli ultimi vent’anni (e su questo, considerando i governi venuti prima e dopo il biennio ’96-‘96, non si può che concordare). E soprattutto perché sembra aderire a una lettura storica che vorrebbe spiegare gli ultimi decenni di storia italiana alla luce di due – tre Momenti essenziali: il rapimento di Moro, l’avvento di Berlusconi preparato da Bettino Craxi; e il sottofondo è la Morte Di Berlinguer, un uomo capace di suscitare un amore abbagliante, trascendente, ultrapolitico.

La forma del libro e l’uso della storia
Il desiderio di essere come tutti è un libro scritto bene, con lingua equilibrata, bilanciata tra il nostro italiano contemporaneo e qualche suggestione letteraria. A volte il racconto prende la direzione dell’autofiction, a volte sembra di leggere una sceneggiatura, verso la fine la narrazione tende alla forma utilizzata da Piccolo in Momenti di ordinaria felicità.

Il desiderio di essere come tutti, torniamo al punto di partenza, immerge autore e lettore nella storia italiana degli ultimi quarant’anni. “La grande scommessa di questo romanzo personale e politico è raccontare tutto ciò che concorre a fare di noi quello che siamo”, recita la quarta. Ma lo fa in un determinato modo. Diciamo salendo in cattedra. Il punto di vista è unicamente quello di Piccolo: apprendiamo quello che pensa del rapimento Moro, di Craxi e così via. Alcune considerazioni sono condivisibili, altre meno. Su Moro sostiene che il nodo fu la diffusione delle lettere dal carcere. Beh… leggete il saggio di Miguel Gotor che accompagna il volume con le lettere di Moro; verrà fuori che la situazione era un po’ più complessa. Confessa di aver votato Rifondazione comunista nel ’96, e questo è il grosso cruccio, perché poi Fausto Bertinotti fa mancare la fiducia al governo Prodi, e Piccolo si sente responsabile… ecco un altro Momento. Ma non è questo il punto, il punto è che si tratta di una rilettura monoculare, che non aggiunge niente alle ricostruzioni storiche (del resto non ha la pretesa di essere un libro di storia in senso stretto) e che essendo privo di inventiva letteraria e velocità e guizzi creativi, non smuove, non cattura. Non accende mai la miccia. Per usare un’immagine, è come se la storia fosse un impasto pronto sul tavolo di lavoro di Piccolo, con lui che lo distende a suo piacere. Non si è sporcato le mani; non ha lavorato sull’impasto. Prendete Sergio Alvarez e i suoi 35 morti, libro che affronta gli ultimi decenni di storia colombiana. Lui, Alvarez, ci si butta dentro, ci si fionda, ci porta su strade e piazze e dentro case e ville, cambiando continuamente prospettiva. Prendete William Vollmann e il suo Europe Central… no, forse non è il caso. Prendete Limonov di Emanuel Carrère; ci porta a spasso per l’Europa di fine secolo scorso, ma abbiamo lo sguardo di Limonov, lo sguardo su Limonov di Carrère e lo sguardo di Carrère. Prendete un film come Il divo.

La telecronaca di Bruno Vespa da San Giovanni, per i funerali di Enrico Berlinguer il 13 giugno 1984 è decisamente più efficace, appassionante del racconto che ne fa Il desiderio di essere come tutti.

 

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