Il 1971, l’anno d’oro del rock

Intervista al critico David Hepworth

Il racconto di un periodo cruciale nella storia della musica, featuring David Bowie, Nick Drake e tanti altri
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Dice David Hepworth, ed è difficile dargli torto, che se sei nato nel 1950 e ami la musica rock «è come aver vinto il primo premio alla lotteria». Si dà il caso che per lui sia andata proprio così. Inglese, nato nei primissimi anni del Dopoguerra, attratto dalla nuova musica e da tutto quello che comportava in termini di costume, rilevanza sociale e così via, Hepworth ha preso la palla al balzo.

Soprattutto si è divertito tantissimo. Ha lavorato nella musica, scrivendo per diverse riviste, o in radio: adesso si volge alle spalle e racconta quello che ha visto – e sentito. Senza nessuna nostalgia o rimpianto particolare, è bene dirlo, se non per l’umana nostalgia che si prova per i nostri vent’anni. E così Hepworth ha scelto un anno, il 1971, e ha deciso che quello è L’Anno D’Oro del Rock. «Molti mi chiedono: perché non il 1963, o il 1967? Io gli rispondo che ho scelto il mio anno, quello che per me è l’anno d’oro del rock. Se non siete d’accordo, scrivete il vostro libro e argomentate», dice sorridendo (Hepworth, di passaggio a Roma e in altre città d’Italia per presentare il volume, sorride molto: è uno che ama quello di cui parla). E aggiunge: «Dopodiché, se ascolti molti dischi usciti nel ’67, penso a Country Joe and the Fish, o a certe cose dei Grateful Dead, per fare due esempi, si sente che non hanno retto al passare del tempo: ovviamente con le eccezioni del caso».

Ci dici tre cose veramente fiche successe nel 1971?

Prima di tutto, David Bowie, la musica che ha fatto in quel periodo. Il David Bowie del 1971 ha alle spalle un disco di ottimo successo ma non sa ancora bene che direzione dare alla sua carriera. Va per tre settimane negli Stati Uniti, e lì cambia tutto. Ascolta i Velvet Underground e gli Stooges per la prima volta. Al ritorno, incide Hunky Dory, che lì per lì non è un successo clamoroso ma che adesso è considerato un classico della sua produzione, e scrive tutti i pezzi di Ziggy Stardust tranne Starman, che aggiunge in seguito. Sempre nello stesso anno, suona a Glastonbury per la prima edizione del festival. In altre parole, il 1971 di Bowie è un anno unico, straordinario per la sua parabola artistica.

Poi: ad agosto, George Harrison organizza al Madison Square Garden il concerto per il Bangladesh, che è il primo evento della storia di questo tipo. Che fosse una prima volta si capiva anche sul palco, dove Harrison non era sicuro che Bob Dylan, appena annunciato, fosse realmente lì. (Non è un caso che l’esempio citato è proprio Dylan: quell’uomo è inafferrabile da sempre, Ndr). Ad ogni modo, quel concerto è diventato un modello per il futuro.

E infine c’è il suono dei dischi. Penso al suono della batteria all’inizio di Rock And Roll dei Led Zeppelin, all’attacco di Baba O’Riley degli Who, il suono di Bryter Layer di Nick Drake o di Tapestry di Carole King. Tutti suoni da cui vengono ancora fatti dei sample, che ancora vengono usati perché sono unici, inconfondibili. In seguito la tecnologia è avanzata, è diventata troppo avanzata, e suoni come quelli non si possono più fare. Nel ’71 c’era quel tanto di tecnologia che bastava, ma non troppa: lo stesso per quanto riguarda i soldi e il tempo; niente veniva sprecato.

1971Ecco: quanto ha contato la tecnologia, nell’emersione di tutta questa musica di ogni genere – perché oltre ai Led Zep e a Bowie e a King e a Drake c’erano pure Stevie Wonder o Marvin Gaye – e quanto hanno influito, invece, fattori sociali o culturali?

Questi artisti stavano inventando la forma dell’album. Più tardi l’avrebbero perfezionata ancora, ma nel 1971 la stavano inventando dal nulla. La musica è sempre influenzata dalla tecnologia con cui si produce: anche la musica di Elvis nel ’56 o l’hip hop di oggi dipendono dalla tecnologia che si utilizza. Il momento di cui parlo è unico perché la creatività degli artisti era perfettamente sincronizzata con il livello di sofisticatezza tecnologica disponibile all’epoca.

Oltre alla tecnologia, al tempo esisteva anche una forte componente misterica. Nel libro racconti di quando Bowie, a New York, dopo aver assistito a un live dei Velvet Underground, andò nel retropalco per congratularsi con il cantante – ovvero, pensava lui, con Lou Reed: solo in seguito scoprì che Lou aveva lasciato la band e che a cantare ere Doug Yule…

Esattamente. È un elemento importantissimo: noi non sapevamo. Noi non sapevamo quasi niente, mentre oggi sappiamo tutto. È questa componente che rendeva così eccitante quella musica, oltre al resto. Un fattore mistico, reso possibile dalla maggiore lentezza nelle comunicazioni e da tutto il resto. Non c’erano neanche le macchine promozionali gigantesche che sono venute dopo: andavamo a cercare il mistero nei negozi di dischi.

Fin qui abbiamo parlato dal lato degli artisti. Ma com’era il pubblico del 1971?

A questo proposito è molto interessante guardare al tour che fecero quell’anno i Rolling Stones nel Regno Unito. Beh, il pubblico era seduto. Concentrato sulla musica. Una cosa che mi colpisce è paragonare il suono della folla di allora con quello di oggi. Ascoltando gli Allman Brothers, il massimo che potevi sentire erano degli applausi (mima un applauso, Ndr). Adesso, prima che i Muse escano sul palco, il pubblico è già completamente impazzito!

Nel libro racconti di due cambiamenti intervenuti in quel periodo. Il primo riguarda le radio.

Il 1971 corrisponde all’esplosione delle radio FM, rispetto al segnale AM. L’FM era molto più libera, ci si concedeva la trasmissione di pezzi più lunghi, anche album interi. È il momento della rivoluzione legata agli LP. E nel 1971 i consumatori, soprattutto i più giovani, non desideravano altro che possedere dischi nel formato LP. Erano veri status, più che andare al cinema o fare altre cose.

E il secondo, invece, la figura dei manager.

1ledCerto: prendiamo Peter Grant, il manager dei Led Zeppelin, che cambia completamente il rapporto tra artisti e casa discografica. Il controllo passa agli artisti e al manager. Un esempio particolarmente calzante riguarda Led Zeppelin IV e la sua copertina, dove non ci sono né foto del gruppo né addirittura il nome della band, ma solo una serie di simboli occulti e misteriosi – ancora il mistero che torna. La casa discografica si oppone, ma il manager aveva ottenuto un contratto per cui la copertina fosse decisa dalla band. La stessa cosa fa Bowie. C’è da aggiungere che praticamente tutti gli artisti del tempo non potevano immaginare che la loro carriera potesse durare fino ai loro cinquanta, sessanta – o nel caso degli Stones fino a settant’anni.

Infine, una domanda personale. Hai raccontato il 1971 con passione e cura nei dettagli, ma come guardi a quell’anno, oggi, nel 2018?

Sai, quando sento dischi come Bryter Layter o Who’s next non provo molta nostalgia, nel senso che non sono dischi che mi riportano indietro nel tempo, a un’altra epoca: è musica che mi arriva con la stessa intensità di allora. Semmai, ho una piacevole sensazione di orgoglio perché la musica dei miei vent’anni ha ancora adesso un potere così forte sul pubblico, sugli ascoltatori, su di noi.

(grazie a Martina Testa)

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