Il nuovo libro di Johnny

L'epica della resistenza

beppefenoglio

È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo”, scrivono – con qualcosa che definirei come “cognizione di causa” – Alessandro Gazoia e Christian Raimo nell’introduzione all’antologia che hanno curato selezionando alcuni tra gli scrittori italiani under 40 più brillanti. Del resto già nel 1992 Francis Fukuyama (attenzione, di professione economista) aveva espresso una sentenza tanto definitiva quanto irriguardosa: siamo alla fine della storia. La tesi ha subito confutazioni e vari ripensamenti. Eppure qualcosa, in questo sporco mondo, continua a muoversi. E in ogni caso vedremo come andrà a finire, è il caso di dirlo. Nel 1943, invece, si può dire che la storia e il tempo fossero in pieno svolgimento, con tutta la maestosità di cui sanno essere capaci. I ragazzi nati nei primi anni Venti, loro sì, crebbero assai in fretta, e in quel 1943 e dintorni Beppe Fenoglio ambienta il suo romanzo mai realmente terminato (a cui si riferiva con l’espressione “libro grosso”), centinaia di pagine scritte negli ultimi anni dei suoi quarantuno di vita. L’adolescenza dello studente Johnny, il suo apprendistato militare, quindi la sua subitanea maturità da partigiano, nelle colline piemontesi, nelle Langhe, inizialmente tra i partigiani rossi di Nèmega e dopo tra gli azzurri di Nord.

Per la prima volta, Il libro di Johnny condensa in un unico volume il ciclo ininterrotto del suo protagonista così come l’aveva inizialmente concepito Fenoglio – in vita una serie di ragioni lo portarono a comprimere tutto il racconto, di fatto, in Primavera di bellezza. Com’è noto, la storia editoriale fenogliana è intricata e complessa; il curatore del volume, Gabriele Pedullà, sviscera con chiarezza la questione nel saggio introduttivo (“Nei suoi quarantuno anni di vita Beppe Fenoglio sembra essere riuscito a inanellare uno dopo l’altro quasi tutti gli errori che, nei casi più sfortunati, accompagnano i primi passi dei giovani scrittori nel mondo dell’editoria”.)

L’esperienza di lettura che regala la nuova versione del Libro di Johnny è in effetti nuova e per certi versi sorprendente. Perché il racconto di Fenoglio si salda sul genere epico, di cui condivide lo schema narrativo, e la lettura “tutta d’un fiato” ne esalta la struttura: la lenta progressione, i motivi che ritornano rincorrendosi nel viaggio di Johnny, le fiammate improvvise intervallate da lunghi momenti di quasi-nulla (momenti spesso dominati dalla noia della leva militare prima e dalla ferocia delle montagne alpine dopo).

Questa nuova sistemazione della storia di Johnny – che segue le versioni di Lorenzo Mondo, Maria Corti e Dante Isella: è legittimo supporre che sia quella definitiva – rinnova una caratteristica che è fondamentale per spiegarne la fortuna: la forza squisitamente moderna del suo eroe. Johnny è un eroe epico, precisamente un’eroe dell’irrequietezza, una cosa molto moderna. Anela alla solitudine dello studio ma poi freme per l’azione partigiana; nelle caserme militari soffre il cameratismo obbligato (ad esempio quando fugge da una improvvisata seduta spiritica che si tiene in caserma, ai tempi della divisa militare) ma insegue il contatto con i compagni che più stima e sente vicino, da Lorusso a Tito, non-comunista come lui finito sotto le insegne dei partigiani rossi del commissario politico Nèmega. Politicamente, Johnny è figlio della sua stessa irrequietezza. Odia e combatte il fascismo, ma non riconosce neanche la visione dei rossi: quando finisce tra loro, sintetizza così il concetto: “I’m in the wrong sector of the right side”. È la sua frenesia intellettuale a renderlo un personaggio unico nella letteratura italiana.

Infine, un altro motivo per rileggere quest’opera, e per apprezzarne ancora l’attualità: la scrittura di Beppe Fenoglio, fantasiosa e musicale, innovativa e irregolare nel suo mix di anglismi e dialetto piemontese e italiano fortemente espressionista, di quando il tempo non era postumo, ma stava accadendo, lì.

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