Je suis Michel Houellebecq

Cara catastrofe

"Sottomissione" riporta in auge uno dei più controversi scrittori degli anni 90, custode di un senso di morte che vorremmo ignorare.
Je suis Michel Houellebecq
Cara catastrofe

Michel Houellebecq pubblicava Le particelle elementari nel 1998, non il suo esordio (lo precedeva Estensione del dominio della lotta del 1994) ma certamente il romanzo che l’avrebbe reso famoso in tutto il mondo. Il libro raccontava la storia del biologo molecolare Michel Djerzinski e del suo fratellastro Bruno, figure speculari di un’umanità che aveva perso la sua lotta per la sopravvivenza. Con una lucidità spietata e una potenza immaginativa fuori dal comune, mescolando cronaca e fantascienza, Houellebecq stabilizzava il suo grande discorso sull’estinzione: l’autodistruzione di una civiltà edonista occidentale che va incontro alla propria fine con rassegnazione atarassica, consapevole che il materialismo come concetto fondante della propria cultura ha ormai scavato un abisso troppo profondo e troppo oscuro per essere rimarginato. Da quel momento in poi non avrebbe più abbandonato il discorso, finendo negli anni per diventare una voce sempre più fuori dal coro e accusato via via (talvolta comprensibilmente e talvolta meno) di misoginia, misantropia, islamofobia, razzismo.

A vent’anni dalla sua ascesa nel pianeta delle lettere oggi si torna a parlare di Michel Houellebecq a causa della strage nella redazione parigina della rivista “Charlie Hebdo” ad opera di estremisti musulmani: il suo ultimo romanzo Sottomissione (Bompiani) mette in scena la Francia del 2022 governata per la prima volta da un partito islamico ed è stato pubblicato lo stesso giorno della sparatoria. Era il 7 gennaio, sulla copertina del settimanale compariva proprio una caricatura di Houellebecq come a testimoniare che le coincidenze sono tali fino a un certo punto. A parte la straordinaria sensibilità sociale di uno scrittore che resta tra i più importanti del panorama europeo e la presumibile rilevanza futura di Sottomissione tutto questo ci dice qualcosa?

Houellebecq (classe 1956, nato nell’isola coloniale africana di Réunion con il cognome Thomas, cambiato in omaggio alla nonna materna che lo ha cresciuto dopo l’abbandono da parte dei genitori) è stato probabilmente il più efficace ed estremo cantore di quella decadenza dell’Occidente che negli anni 90 era considerata un dato incontrovertibile.
Ricordate l’ultimo uomo di Fukuyama, l’esaurimento di Foster Wallace, l’apocalisse tecnologica del Millenium Bug: ma anche i racconti cannibali di Aldo Nove, il pulp, il cinema di Lars Von Trier, il grunge come ultima rivoluzione del rock. Il minimo comune denominatore era la percezione della fine. Poi, contro le previsioni di tutti, gli aerei si sono schiantati contro le Twin Towers e il genere umano non si è estinto. Chi alla fine degli anni 90 invece di morire, per davvero o per finta, avesse chiuso gli occhi per riaprirli vent’anni scarsi più tardi si sarebbe trovato di fronte un mondo irriconoscibile: Williamsburg gentrificata, barbe redivive, l’estetica assurda di Cara Delevigne, le metropoli iperfunzionali, i romanzi borghesi di Franzen, la non fiction e i memoir, i social network, Joan Didion fotografata a ottant’anni da Céline. Superficialità, connessioni, collage, una leggerezza senza allegria ma anche senza senso di catastrofe. Verrebbe da pensare che quella disperazione sia stata elaborata, digerita e in qualche modo superata per sempre.

Poi nel bel mezzo di questo neverending party a cui tutti partecipiamo un po’ per inerzia, nel cuore di quest’Europa stanca e senza più direzione, due trentenni francesi forse addestrati in Yemen entrano armati di kalashinkov nella sede di un giornale (quello che chiamiamo forse un po’ incoerentemente il tempio della nostra libertà) e uccidono dieci persone. Houellebecq forse l’aveva predetto, ma già vent’anni fa: prova del fatto che le coincidenze non esistono, e tutta quella disperazione è ancora dove l’abbiamo lasciata.

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