Joan Didion

Uno stato di cecità apparente

Ho iniziato a leggere Joan Didion perché lo suggeriva Bret Easton Ellis. Non ho più smesso perché mi ha cambiato la vita.
Joan Didion
"Democracy" in libreria per Edizioni e/o

copertina_1382La sera in cui finisco Democracy, il romanzo di Joan Didion datato 1984 che esce per Edizioni e/o, Barack Obama annuncia la decisione degli Stati Uniti di intervenire contro lo Stato Islamico per evitare un potenziale genocidio. Sono giorni in cui anche gli insospettabili parlano di califfato, anarchia e senso orientale per la guerra, impiegando similitudini che vanno dalla pura genetica (“è questione di DNA, il terrore ce l’hanno nel sangue”) all’astronomia aforistica (“Così il mondo finisce, non con uno schianto ma con un palestinese e un ebreo”), in cui tutto equivale a tutto. Ma io non penso a loro, né ai titoli dei quotidiani, o alla flessibilità del concetto di genocidio degli americani. Io penso a quello che direbbe Joan Didion.

Dopo aver letto quasi tutti i suoi romanzi e articoli, penso di poter affermare che la scrittrice californiana (“venire dall’Ovest per me significava essere lasciata in pace e lasciare in pace gli altri”) farebbe questo: si soffermerebbe sulle ripetizioni nel discorso di Obama e sulla luce radioattiva e rossastra dei filmati provenienti da Est, aggirando la tentazione di trovare una spiegazione destinata a inacidire in meno di un’ora. Come Diglielo da parte mia, Democracy è incentrato sulle  peripezie di una donna un po’ cinica e un po’ smarrita, sposata con un senatore democratico ma innamorata di un faccendiere che forse tratta armi o forse risolve conflitti in giro per il mondo mentre gli americani si ritirano da Saigon dopo aver fatto di Saigon un po’ quello che volevano. Tutto questo senza scadere in giudizi: nei romanzi di Didion non c’è niente di così anni settanta come una netta categorizzazione politica; l’autrice si limita a dare un resoconto degli eventi e di tutte le sfumature per cui questi non coincidono, senza rendere la sospensione del dubbio più glamour del necessario.

Volendo, Democracy è anche una storia d’amore tra Inez e Jack, un personaggio che non sfigurerebbe nei Nomi di DeLillo: più leggo i due autori, più mi rendo conto di quanto siano in dialogo nell’affrancare una narrativa ad alto tasso politico da un senso predestinato di morale. Uno scrittore trae un piacere particolare dal congetturare una relazione erotica e clandestina – Didion non nomina quasi mai il corpo, ma la descrizione in cui i due si intercettano in situazioni di crisi è tra le più sensuali possibili – sullo sfondo di un mondo che va in pezzi. Chiamiamola adrenalina da sesso post-traumatico. Chiamiamola eccitazione da romanzo senza responsabilità. Ma il fatto è questo: affrontare il male in maniera ipnotica e circolare può avere una forza etica. C’è chi pensa che il modo in cui Didion tronca le frasi e riprende i fili in un secondo momento sia furbo e troppo cinico, che sia troppo cool per il suo bene. Me lo sono chiesto anche io. Mi sono chiesta se non mi sentivo imbrogliata, se il suo modo di osservare senza tirare mai le somme non inneschi la stessa pericolosa scorciatoia di pensiero che fa funzionare gli esorcismi, quando a furia di ripetere un concetto seduci e addomestichi il diavolo senza davvero sconfiggerlo.

Ma questa critica vale solo per chi non ammette che ci sono cose che sappiamo perché ce le hanno spiegate, ma anche tante altre che conosciamo solo perché un lampo è sovvenuto in una stanza buia. C’è una luce nei suoi romanzi, la stessa degli esperimenti negli atolli del Pacifico, che è respingente e ci rende momentaneamente ciechi, ma è in quell’attimo in cui tutto volge al bianco che intuiamo il nostro essere non necessari nella storia. È un referto che può stordire, ma Didion pretende dal lettore lo stesso tipo di coraggio che ha lei nell’enunciarlo. Ho sempre creduto nel potere delle radiografie: anche quando si trattava di piccole macchie lucide su una lastra buia, non ho mai pensato che non mi stessero dando informazioni attendibili. È il motivo per cui mi fido di questa scrittrice e mi mancano i suoi commenti ai discorsi del presidente e dei tuttologi del terrore: chi altro la padroneggia
quest’arte di dissezionare il mondo in pezzi incandescenti e servibili?

Pubblicato su Il Mucchio 722 – settembre 2014

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