Joyce Carol Oates

Sulla boxe

Se contemplare le rovine è una specialità da maschi, forse, saperne parlare è un’altra cosa.
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“So di non essere male come pugile.
Quando mi piace fare una cosa, ce la metto tutta.
E a me la boxe piace.
Fare il pugile è il mio sogno.
Mi vedo che vinco il titolo.
Non so quale.
Mi vedo che mi sollevano e mi portano sulle spalle,
che mi danno la cintura.
A volte me lo vedo al rallentatore…”
Un peso welter di trentaquattro anni
che ha perso quasi tutti gli incontri,
in genere per KO

 

Che sia una scrittrice, una donna insomma, a occuparsi di boxe deve essere sembrato strano a molti, quando, nel 1987, Joyce Carol Oates dà alle stampe On boxing, una raccolta di saggi, che il 6 febbraio torna in libreria grazie alla 66th&2nd con il titolo Sulla boxe. Composti negli anni in cui Muhammad Alì si era già ritirato, Sugar Ray Leonard doveva ancora fare il magistrale ritorno e Mike Tyson non era ancora quello che conosciamo, i saggi parlano della storia di quello sport che non è uno sport e non è mai una metafora, dove il sangue è sangue e se c’è qualcuno che vince, il più delle volte c’è qualcuno che resta a terra.
Figlia di un appassionato di boxe, la scrittrice americana ne racconta miserie e malinconie: le carriere impressionanti e gli schianti al suolo, i record imbattuti – pochi sport danno tanto peso all’infallibilità – e le redenzioni. Ne esce una visione forte perché nata dal riconoscimento di un’esclusione, la stessa che rende The Fight di Norman Mailer – recentemente riedito da Einaudi con il titolo di La sfida – a detta della Oates, la migliore cosa scritta sull’argomento fino a quel momento: se Mailer prova in modo eroico a capire i pugili, senza partecipare alla loro mascolinità ideale, quella senza se e senza ma, così, questa scrittrice racconta delle passioni, in un senso quasi religioso del termine, del più crudele degli sport. Perché nella boxe alle donne tocca stare al margine, impiegate come ragazze cartello dai modi ammiccanti e dai costumi microscopici o ridotte, dentro alle corde, a una specie di parodia o fumetto – con le dovute eccezioni, certo, come Katherine Dunn, cronista sportiva ed ex pugile, che lamentava il fatto che gli uomini stessero troppo attenti a non farle male, mentre lei faceva di tutto per mandarli al tappeto.

Se esiste uno spettacolo che più di altri codifica i generi, è questo. E da qui parte la scrittrice americana, dalla difficoltà di dire perché amiamo quegli uomini, che sono soli là sopra, uno contro l’altro, in una specie di danza che ricorda le tragedie greche e pretende, per essere completa, un annientamento, una morte: perché, se non fosse chiaro, nella boxe si vince davvero solo per KO. Tocca chiamare rapimento estatico, con un po’ di senso di colpa, il motivo per cui non riusciamo a distogliere lo sguardo dai combattimenti mortali (Griffith vs Paret, Hagler vs Hearns, Ray Mancini vs Duk Koo-Kim) e da quelli dove questi uomini, grandi e grossi, cadono sotto pugni talmente veloci da essere invisibili nel giro di pochi secondi (Cassius Clay vs Sonny Liston): anche nei suoi momenti più terribili, c’è sempre una certa bellezza nell’esibizione di un corpo quasi nudo su un palco, dove ogni colpo ha il solo scopo di far male, di fiaccare l’altro, una bellezza che avvicina la boxe alla pornografia.

Tutto converge qua: alla violenza che possiamo sopportare, all’umiliazione di prenderle davanti a un pubblico pagante che ricorda quello delle arene romane, a incassare pugni, piuttosto che a darli. Sul tavolo tornano continuamente anche i fattori di classe e razza: la boxe ha un’origine popolare, intrisa di ghetti e di rabbia, scomoda perché non ha un’élite colta, non è educata, niente che possa far qualcosa per la unforgivable blackness dei suoi campioni, per usare un’espressione riferita a Jack Johnson. Johnson, più di altri, è stato la vittima perfetta per un’opinione pubblica felice di innalzare e degradare i suoi dei, facendogli pagare salate le vittorie, ma, anni dopo, la scelta di Cassius Clay di diventare Muhammad Alì, boicottare il Vietnam (“Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”, era stata la sua difesa) gli costerà ugualmente tre anni di stop. Come in tutte le tragedie greche, però, ci sono più atti e risollevarsi da terra, al termine di una ripresa particolarmente dura è necessario per raggiungere un certo grado di estasi. La differenza è che il pugilato non è scritto e non ci sono le prove generali: è spettacolare nel suo essere intimamente umano, e forse ha bisogno proprio di questo, che gli uomini che salgono sul ring siano infallibili, ma che ogni tanto cadano, per ricordarci che ci somigliano: in fondo la tragedia per essere catartica deve essere verosimile.

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