Kent Haruf e i tre canti della solitudine

La trilogia della Pianura

Sulla scia di William Faulkner, Cormac McCarthy, Breece D'J Pancake e Flannery O'Connor
haruf

Kent Haruf è, a mio avviso, parte di una speciale compagnia letteraria che comprende: William Faulkner, Cormac McCarthy, Breece D’J Pancake e Flannery O’Connor. Scrittori che trattano, nelle loro opere, della solitudine, ognuno con una lingua e una struttura narrativa diverse. Tuttavia, nella loro letteratura, sono accomunati da una tensione verso la questione del divino, evidente o intravista; dalla paura dell’Aldilà attraverso le vite dei personaggi; e infine dalla tragedia irrisolvibile della brevità del vivere. I sentimenti, le descrizioni territoriali, i personaggi, fino alla poetica complessiva, si distribuiscono nei loro lavori diversamente, per via di uno stile di opposta intensità espressiva.

Per intenderci, Faulkner usa una lingua dal sapore metafisico, McCarthy una lingua che assomiglierebbe a quella di un predicatore con la grazia della poesia, Pancake la lingua dei reietti e dei dimenticati, e perciò spesso matura ed elegiaca, la O’Connor la lingua impazzata, e vera, di chi parla, quasi conoscendoli, di Dio e del Diavolo.

L’ultimo membro, scomparso nel 2014, nuovo cantore di una solitudine invece più delicata e limbale, è appunto Kent Haruf, con la sua Trilogia della pianura che raccoglie: Benedizione (2015), Canto della pianura (2015), e Crepuscolo (2016). Tutti e tre pubblicati in Italia da NNeditore.

Holt è la cittadina immaginaria del Colorado, scenario delle tre opere. Un luogo che racchiude, con equilibrio proprio, il silenzio fantasmatico della contea di Yoknapatawpha, di William Faulkner, la ruralità biblica del Texas, di Cormac McCarthy, i posti colmi di disgrazia di Breece D’J Pancake, e infine l’atmosfera sacrale, combattuta, incombente, della scrittrice di Savannah, Flannery O’Connor.

Holt è una sorta di Purgatorio dove la redenzione è possibile.

La città è un microcosmo di anime che ricercano identità. Opportunità di salvezza che non avviene nei territori descritti dagli altri scrittori.  In “Mentre morivo” di Wiliam Faulkner, per esempio, si evince, dalle parole delle molteplici voci che compongono il romanzo, che la morte è la morte, e dopo essa non ci sarà nient’altro che il silenzio.

Sin da Benedizione, primo libro pubblicato dalla casa editrice milanese, la lingua di Haruf ha invece una funzione evocativa. La sua è una parola che redime. La lingua, pertanto, è piana, fulminea, comeun’assoluzione apocalittica che lascia presagire la libertà dopo la fatica dell’immanenza. Una libertà che Haruf fa raggiungere ai suoi personaggi attraverso tre dilemmi che, una volta ottenuti, segneranno un distacco dalla malinconia che alimenta loro.

I dilemmi sono: la morte, l’amore e il perdono, che si consumano, sempre, a Holt.

L’Umanità delle tre opere sembra partorita, unicamente, per vivere nella città immaginaria del Colorado. L’aura della città è infatti solitaria, silenziosa e a tratti solenne. Le tragedie che ognuno cova, intervallate dal benessere e dai sogni, si adattano con perfezione ad essa.

Tragedie, diverse per fervore, le quali coinvolgono ogni età. I ragazzini: Ike e Bobby, o DJ. I giovani: Victoria Roubideaux. Gli anziani: Raymond, Dad, Hoyt, e non solo.

“Giunti in Main Street svoltarono verso sud e proseguirono uno accanto all’altro sul marciapiedi con il vento in faccia. Passò una macchina, il gas di scappamento bianco e irregolare come il fumo del fuoco di legna, prima che il vento lo portasse via. Attraversarono i binari del treno con il semaforo che brillava rosso verso ovest. I silos incombevano su di loro. Nella zona commerciale di Holt le immagini riflesse del ragazzino e di suo nonno camminavano accanto a loro nelle vetrine dei negozi.” (Benedizione)

L’uomo di Haruf si serve della tribolazione, del lavoro sullo spirito, per, alla fine, sempre liberarsi.

Per esempio, in Benedizione, leggiamo della malattia di Dad Lewis e del suo travagliato sentiero verso la morte.

Dad convivrà coi dolori nebulosi delle rimembranze, mentre ruotano attorno a lui, i familiari, personaggi che paiono ancillari, incluso il reverendo Lyle, ma che si dimostrano fondamentali giacché si ha l’impressione scandiscano il canto ultimativo, e la coscienza, dello stesso.

“Non sto poi tanto peggio. Voglio solo guardare la campagna. Non mi capiterà più di tornarci. Non mi dispiace portarti in giro, disse lei. E possiamo tornare da queste parti tutte le volte che vuoi.” (Benedizione)

O ancora, in Canto della pianura, in cui l’amore altrui, quello paradossalmente sincero, e perciò degno di redenzione, coinvolge la letteratura della giovane gravida Victoria Roubideaux. Allontanata dalla famiglia trova la sua casa in quella dei due vecchi fratelli McPheron-Raymond e Harold- allevatori e cowboys, dopo un camminamento intervallato da insicurezze.

È, invece, sorprendente la capacità di Haruf di delineare, nei ragazzini- Ike e Bobby, DJ- tratti precoci d’una insanabile solitudine senile. Il loro sentimento  si rivela definitivo, quindi meno soggetto a sconti o redenzioni. Vedono Holt, e il suo mondo, con terribile malinconia e precoce crescita sentimentale.

“Ike e Bobby erano al di sopra, nello stesso letto, una delle finestre della vecchia veranda era socchiusa per lasciar entrare la brezza e ad un certo punto, nel cuore della notte, mentre il padrone dormiva, furono abbastanza sicuri che nel grande pascolo a nordovest della casa ci fossero dei cani che lottavano e ululavano. Si alzarono a guardare dalla finestra. Ma non c’era nulla da vedere. Soltanto le solite stelle bianche lassù, gli alberi cupi e il vuoto.” (Canto della pianura)

In Crepuscolo, però, Haruf scrive dell’amore con meravigliosa discrezione. A dispetto del titolo, questo è un romanzo che illumina. Che splende.

Una discrezione che rifulge di delicatezza rispetto all’amore più aggressivo e concreto che leggiamo nelle pagine della Trilogia della frontiera di Cormac McCarthy.

La resurrezione spirituale di Raymond McPheron, dopo la morte del fratello Harold, avverrà grazie all’incontro con Rose Tyler. Il loro sarà un sentimento di completamento e di reciproca traduzione della solitudine. Il gesto impacciato di Raymond, prima della loro unione di corpi, sarà pieno di grazia e il corpo di Rose, dai fianchi larghi, l’incanto.

Mentre Holt, cornice purgatoriale, assume speranza di Paradiso.

“Raymond uscì da casa di Rose a mezzanotte e nel buio tornò nella fattoria sulla stretta strada asfaltata. Fuori, nella campagna aperta e spoglia, si sentì davvero fortunato. Nella sua vita c’erano Victoria e Katie e adesso c’era anche ciò che stava nascendo con quella donna generosa, Rose Tyler. Stava viaggiando con i finestri abbassati e l’aria notturna portava con sé l’odore dell’erba verde e della salvia.” (Crepuscolo)

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