Love Boat Captain

Estratto da Pearl Jam. Still Alive

Scritto dal "nostro" Simone Dotto e in libreria per Arcana Edizioni, vi proponiamo un estratto del libro "Pearl Jam. Still Alive - Testi commentati".
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pearl jamAl momento di rientrare a Seattle per registrare Riot Act, i Pearl Jam erano in sei. L’ultimo venuto si chiama Kenneth Gaspar, reclutato su iniziativa personale del cantante durante una delle sue fughe solitarie alle Hawaii. Anche sentita dalla viva voce del protagonista, la storia dell’incontro è piuttosto surreale: “Mi sono trovato a questa veglia funebre su una grande veranda. Lì in mezzo ho notato questo tipo che suonava l’organo Hammond B3 con una classe mondiale! Gli ho detto che avremmo dovuto provare insieme qualche sera. Lui si è semplicemente presentato a casa mia, la notte stessa in cui abbiamo scritto quella che poi sarebbe diventata Love Boat Captain”. Oltre al talento musicale fuori dal comune c’era un altro requisito decisivo per fare entrare Gaspard dentro la band: da quel suo atollo in mezzo all’oceano non aveva mai sentito parlare di loro, né aveva mai ascoltato la loro musica. Non poteva sapere, quindi, che quello che aveva aiutato a comporre quella notte era un requiem per un’altra veglia.

Dalle Hawaii alla Danimarca, torniamo indietro di  due anni. La sera del 30 giugno del 2000, Eddie Vedder era salito sul palco del festival di Roskilde con l’intenzione di condividere insieme ai suoi spettatori la buona nuova appresa quarantacinque minuti prima di iniziare lo show: qualche miglia più in là, infatti, Chris Cornell dei Soundgarden aveva appena avuto la sua prima figlia. “Avrei detto qualcosa sul palco senza fare nomi, per lasciare una traccia nella memoria, magari anche soltanto nella registrazione. Avrei voluto fargliela riascoltare un giorno per fargli sapere che avevamo pensato a lui, quella sera. Ma meno di un’ora e mezzo dopo si proiettava davanti ai nostri occhi l’altro capo del ciclo della vita

La fastidiosa pioggia estiva che aveva accolto l’arrivo del tour bus finisce con l’essere fatale quando nove ragazzi affondano i piedi nel fango e vengono calpestati a morte da un’orda di cinquantamila persone. Altri trenta restano feriti, e tutto davanti allo sguardo di chi suona. “Tirarono fuori dei ragazzi dalla folla, le stesero a terra: erano blu. Capimmo subito che si trattava di una tragedia. Io volevo solo andarmene di lì. Stava accadendo dritto di fronte ai nostri occhi ma volevo che non fosse reale. La platea di un concerto si è trasformata in un mostruoso oceano umano, dentro il quale ognuno è minuscolo e impotente. Cosa diavolo può avere a che fare l’amore con tutto questo?

Nel testo le nove vittime vengono elette a “nine friends e’ll never know” (usando lo stesso termine con cui i brani di VS e VITALOGY si erano rivolti indifferentemente a tutti i giovani che cominciavano ad assieparsi a migliaia sottopalco). Per avvicinare quegli amici mai conosciuti e ora perduti per sempre sarà necessario attraversare un’intensa elaborazione del lutto, fino a discutere l’opportunità di sciogliersi. “Se fosse stato un nostro spettacolo, se l’organizzazione fosse stata la nostra, se avessimo avuto qualcosa da rimproverarci lo avremmo fatto. Di sicuro sarebbe stata la fine” dichiarano sicuri qualche mese dopo alla stampa.  Un interrogativo della forza di “And if our lives became too long, would it add to our regrets?” sa sintetizzare in un verso tutta la maledizione del sopravvissuto: più andavano avanti, più gente si lasciavano indietro, e gli orribili lutti di Copenaghen erano solo gli ultimi di una lista che ogni tanto sembrava davvero troppo lunga.

Gli incontri con le famiglie delle vittime sono  la più importante delle tante tappe da affrontare per la riabilitazione del dopo-Roskilde. Seguiranno le sedute con i responsabili dell’organizzazione, una cena con lo staff del tour europeo e un altro intervento salvifico da parte di Pete Townshend. Quando al telefono Vedder gli chiede disperato per quale motivo una cosa del genere dovesse capitare proprio a loro, la sua risposta è di quelle che ribaltano il tavolo karmico: “Forse perché voi siete in grado di gestirla

Ecco cosa c’entra l’amore in questa brutta storia. Per continuare a esistere il gruppo ha avuto bisogno di sentirsi stretta intorno tutta la sua famiglia, tutti gli “amici”, un abbraccio per attraversare l’ennesima tempesta. Se la posta in gioco era la sopravvivenza, trarre ancora vita da altra morte, allora dopotutto valeva la pena di dedicare ancora un  ritornello al sentimento più inflazionato di sempre. A costo di citare uno dei pezzi più sdolcinati dei Beatles, o di chiamare in causa il titolo di uno stupido sceneggiato televisivo anni ’80, che forse gli autori nemmeno conoscono. Non ha importanza. In fin dei conti, ci siamo un po’ tutti su quella nave…

Un’ultima, incredibile istantanea da quell’estate in Danimarca riguarda la reazione del pubblico superstite. Una volta avvertiti dei problemi di sicurezza, i cinquantamila di Roskilde restano comunque sul posto e decidono di far sentire la propria voce. A ricordare è ancora Eddie: “Erano pronti a riprendere il concerto. Cominciarono a cantare ‘I’m still alive’. Alive doveva essere la prossima canzone in scaletta. In quel momento nella mia testa qualcosa scattò. Sapevo che non sarei mai più stato lo stesso”.  La stessa canzone che aveva sancito la nascita e il successo del gruppo, tornava dieci anni dopo ad essere un canto di umana resistenza e a consegnare quelli che l’avevano scritto ad un nuovo battesimo. Quel coro era  arrivato con un tempismo da brividi, ma le parole non avrebbero potuto essere più appropriate: nonostante tutto, anche loro erano ancora vivi.

 

© 2014 Lit Edizioni Srl, Estratto da Pearl Jam. Still Alive Testi commentati di Simone Dotto, Arcana edizioni

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