Non esistono uomini e donne

Un estratto di New Gen(d)eration di Chiara Lalli

L'"ideologia del gender” è un fantasma scambiato per un mostro pericoloso e nasce da una confusione di termini e concetti. Forse anche dalla pigrizia. Un estratto dal nuovo e-book di Chiara Lalli per Fandango Libri.
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copCome scrivevo lo scorso marzo in Tutti pazzi per il gender, “le definizioni sono arbitrarie, ci servono per semplificarci la vita. Dovremmo sempre ricordarci però che la realtà è un insieme in cui i confini netti non esistono – ma contiguità, sovrapposizioni, intrecci sui quali tracciamo linee e diamo definizioni – e che più conosciamo più possiamo (o dobbiamo) specificare, come quando ci avviciniamo a qualcosa (sedia, tavolo, gioco: provate a dare una definizione necessaria e sufficiente e vi accorgerete che è meno facile di quanto possiate immaginare)”.

Ovviamente questo non vuol dire che non ci siano differenze, ma immaginare il mondo come ordinato e diviso in due colonne – femmine e maschi – separate e distanti è una semplificazione che, se presa alla lettera, può diventare una lente sfocata che non ci fa vedere bene.

“Come abbiamo visto questa semplificazione non va nemmeno nel dominio biologico. Quando ci spostiamo in quello dell’identità di genere, dei ruoli e dei pregiudizi, degli orientamenti e delle preferenze sessuali quella semplificazione diventa angusta e opprimente. Diventa la ‘dittatura del gender’. Secondo questa visione si è M (sesso), si ha una identità maschile, si è eterosessuali e ci si comporta da maschi oppure si è F (sesso), si ha una identità femminile, si è eterosessuali e ci si comporta da femmine. Non sono previste eccezioni o vie di mezzo. Un mondo ordinato, binario e falso. Già il sesso può non essere F o M, le identità possono non corrispondere (sono M ma mi identifico come F), gli orientamenti sessuali possono essere vari e cangianti e i ruoli sono determinati dal contesto. È evidente che siano cambiati negli anni e che siano diversi se le credenze sono diverse, se le leggi sono permissive o restrittive, se c’è uguaglianza o no. Non c’è solo un orientamento sessuale sano e giusto, così come non c’è un ruolo predeterminato che non possa essere condannato. Il rosa non è intrinsecamente un colore da femmine e il trenino non è necessariamente un gioco da maschio. Nasciamo e cresciamo in un mondo che ha già deciso alcuni di questi criteri e ne siamo condizionati. Alcuni di quei criteri sono buoni, altri innocui e altri dannosi. Sono inevitabili com’è inevitabile semplificare usando categorie, ma quello che non è inevitabile è trasformarli in Verità Assolute”.

Ideologia del gender – o dittatura o tutte le altre bizzarre espressioni simili – non vuol dire nulla. È insensato e disonesto attribuire un carattere di imposizione a chi vuole alleggerire la pressione del dover essere, a chi ha provato a rendere i confini tra i generi meno rigidi e punitivi, a chi cerca di non trasformare un modello culturale in una prigionia (“sei nata donna e quindi devi essere madre e gentile e disponibile con tutti altrimenti non sei una vera donna”).

 

Sono proprio gli agitatori dell’ombra gender a essere affezionati ai decaloghi e alle regole rigide e a essere nostalgici dei modelli familiari patriarcali e soffocanti.

 

Il dominio dei gender studies è vasto. Non è tutto da conservare, qualcosa è mediocre o ormai superato, qualcosa è condannabile o argomentato in modo pessimo. Ovvero, come in tutte le discipline ci sono autrici e autori più bravi e altri più confusi, studi condotti in modo impeccabile e studi disordinati e inconcludenti. Ma il fine è indiscutibilmente salutare. Così come lo è il femminismo in una delle sue descrizioni più sintetiche: uguali diritti per donne e uomini.

Sembra ovvio, ma i pensieri di Dale O’Leary [prolife e ultraconservatrice] e di chi la pensa come lei sono ancora molto diffusi.

Per avere una visione più genuina del “gender”, basterebbe leggere il documento approvato dall’Associazione italiana di psicologia (Sulla rilevanza scientifica degli studi di genere e orientamento sessuale e sulla loro diffusione nei contesti scolastici italiani) che ha l’intento di “rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane” e di “chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di “ideologia del gender””.

Oppure la guida orientativa che la Società italiana di psicoterapia per lo studio delle identità sessuali ha curato.

Sara Garbagnoli ci ricorda che “lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua identità o il suo orientamento sessuale, gli studi di genere indagano il funzionamento sociale delle norme che reggono l’ordine sessuale e delle gerarchie che lo traversano e lo definiscono. Storicamente costruito (ovvero non inevitabile), esso è solidamente naturalizzato (ovvero non così facilmente disfacibile)”.

“Non ha molto senso nemmeno il termine ‘omosessualismo’, se non un senso di scherno e di intenzionale disprezzo. Peggio di ‘frocio’, perché almeno frocio è limpidamente aggressivo (poi ovviamente l’offesa dipende dal contesto, dalle intenzioni dei mittenti e dallo spirito dei destinatari) mentre ‘omosessualista’ ammicca a una correttezza formale e superficiale che nasconde la convinzione che tu faccia schifo e sia inferiore in quanto non eterosessuale – è l’‘in-quanto’ a essere sbagliato, sia in senso dispregiativo sia in senso adulatorio. Non c’è nessun merito a essere donna o lesbica. E non c’è nemmeno nell’essere omosessuale, casto o indeciso. Ma, è chiaro, non c’è nemmeno un demerito o un peccato. C’è un altro termine che suscita reazioni scomposte: ‘cisgender’. È un termine che viene usato per indicare la coincidenza del genere sessuale (M o F) e l’identità sessuale (maschile e femminile). Gli ottusi abituati a distinguere solo M e F come XX e XY (e a pensare come giusto solo l’orientamento eterosessuale, immaginato fisso e immobile come Aristotele pensava la sua cosmologia) ne sono spiazzati e reagiscono come si reagisce alle scuole medie davanti all’ignoto: ridono imbarazzati, giudicano quello che non sanno e non vogliono sapere come un capriccio di menti disturbate. Rivendicano identità che nessuno vuole mettere in discussione – ‘io sono femmina!’ – un po’ come succede quando si parla di matrimoni e di famiglie: ‘volete distruggere la famiglia!’. Stanno cercando di fare il contrario di quanto è avvenuto con il termine ‘queer’: originariamente un insulto, è stato trasformato nel tempo fino a diventare una parola dal significato ampio ma essenzialmente non dispregiativo (ci sono i dipartimenti universitari di queer studies [e di lesbian, gay, bisexual e transgender studies] nelle università più prestigiose – si veda Yale, per esempio).

Ci sono poi ovviamente le patologie sessuali, le perversioni o le ossessioni, che sono indipendenti dall’essere M, F, eterosessuale o indeciso” (è sempre tratto da Tutti pazzi per il gender).

Come scrive Laura Guidi in Il genere: un campo di battaglia, “‘genere’ è diventata da qualche anno la parola chiave di un attacco dai toni durissimi che vede schierati i sostenitori di un modello tradizionalista di società – vescovi e teologi cattolici, genitori, movimenti integralisti, una parte del centro-destra politico – uniti nella contestazione di iniziative pubbliche volte a insegnare il rispetto delle differenze e l’uguaglianza di genere e a combattere la violenza e il bullismo omofobi”.

New Gen(d)eration di Chiara Lalli
Fandango Libri, formato kindle, euro 1.99 su Amazon

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