Oliver Sacks

On the Move. A Life

“I regard all neurology, everything, as a sort of adventure!”. Questo è Oliver Sacks, neurologo peripatetico e “indolente”. “On the Move: A Life” è il suo ultimo libro.
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Un mese fa mi sentivo in buona salute, addirittura vigorosa. A 81 anni ancora nuotavo un miglio al giorno. Ma la mia fortuna è finita – qualche settimana fa ho saputo di avere molte metastasi al fegato”. Iniziava così un pezzo di Oliver Sacks lo scorso 19 febbraio sul “New York Times”. Un pezzo memorabile sulla morte e sulla sua morte imminente, triste ma mai lagnoso. Dopo poco più di due mesi è uscita la sua autobiografia, On The Move. A Life.

Medico, neurologo, autore di molti best seller, Sacks è stato capace di far appassionare alla medicina e alla neurologia persone che non avrebbero mai pensato di leggere nemmeno una riga di narrativa, figuriamoci un libro sull’encefalite letargica (Risvegli) sull’agnosia o sulla sindrome dell’arto fantasma (L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello). Il “New York Times” l’ha definito “il poeta laureato in medicina”.

Nel suo ultimo libro racconta la sua vita. Per chi non lo conosce è l’esplorazione di un mondo affascinante e vergine. Come Jack London, ma invece di andare nel Klondike siamo dentro al (nostro) cervello. Per chi invece ha letto i suoi libri, On The Move è un ricalcare strade amate e familiari, con alcune incursioni nella sua vita più privata.

Il mémoire è ormai abusato. Tutti pensano di avere una vita interessante. Sacks ce l’ha avuta davvero e sa pure scrivere come molti di noi vorrebbero riuscire a fare.

È difficile scegliere che cosa raccontare della sua autobiografia. Se il ricordo della sua infanzia e adolescenza durante gli anni in cui l’omosessualità in Inghilterra era un crimine e la madre – medico – la considerava più o meno analoga alla schizofrenia o la sua decisione di andare negli Stati Uniti anche perché c’erano troppi dr. Sacks in giro (il padre, due fratelli). Se la dolorosa e imbarazzante storia dell’altro fratello schizofrenico – intrecciata alla storia dei farmaci e all’evoluzione della medicina – o la sua iniziazione sessuale fallita con una mignotta di Parigi o quella con un ragazzo rimorchiato in un bar di Amsterdam dopo aver bevuto tanto da stordirsi.

E ancora il senso di liberazione una volta trasferitosi negli Stati Uniti, i lunghi viaggi in moto e l’incontro con gli Hell Angels, la sua vita in equilibrio tra l’essere un dottore e l’andare a Venice a fare il bullo con i pesi, la sua dipendenza da anfetamine e la difficoltà di gestirla e di uscirne.

O l’ammissione di essere un vero e proprio disastro in laboratorio, troppo goffo, disordinato e indolente per la vita da ricercatore puro. “Sacks, sei un pericolo in laboratorio, perché non vai a visitare i pazienti che fai meno danni?”. È così che è cominciata la sua carriera clinica.

Anche fuori dal laboratorio era irrequieto e spesso temerario: incidenti in mare, in moto, in montagna, incontri con tori in Norvegia.

E poi il suo lavoro clinico e i suoi pazienti, le sue riflessioni sulla medicina e sull’eccesso di specializzazione. Come siamo finiti, si domanda Sacks, a trascurare le persone, a ignorare le loro storie, a considerare una perdita di tempo farli parlare e starli ad ascoltare?

Quei pazienti abbandonati, spesso puniti e rinchiusi per toglierseli di torno (non di certo con scopi terapeutici anche se lo staff le chiamava “punizioni terapeutiche”), soprattutto quelli psichiatrici, terrorizzanti e spesso considerati senza rimedio e senza speranza. Come Steve, muto e autistico, chiuso nel ward 23 da chissà quanto tempo, che Sacks porta al giardino botanico e che per la prima volta parla, riconoscendo un fiore. È uno scontro durissimo tra visioni mediche e terapeutiche che non è mica risolto, anzi forse è addirittura acuito dalla cronica mancanza di fondi e di risorse.

Sacks è stato spesso anche paziente, e ogni incidente (Su una gamba sola) o sintomo di deterioramento è un’occasione per studiare come riaggiustiamo il nostro cervello e le nostre funzioni amputate. Anche la morte. “Non posso far finta di non avere paura. Ma il sentimento predominante è quello di gratitudine”. Così finiva il suo pezzo di febbraio.

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