Percival Everett

Malgrado le parole

Chi è Percival Everett e perché la gente è fuori di testa.
Percival Everett

Tutto nei romanzi di Percival Everett ruota intorno al linguaggio, alle possibilità e ai limiti delle parole e delle costruzioni cui danno forma, alla loro forza e alla loro artificiosità, ai tradimenti che generano; all’inevitabilità di una lingua con la quale gli uomini non possono fare a meno di scriversi, leggersi, leggere il mondo e gli altri.  La sua è una riflessione costante sulla contraddizione umana di una natura linguistica che giace parallela a quella animale e istintuale. Una natura contraddittoria appunto, perché apparentemente innaturale.

Gli esseri umani descrivono la realtà e i loro simili, fanno previsioni e hanno aspettative, si feriscono e provocano dolore di continuo e senza scampo. Trasformano ogni cosa in testo e così ogni cosa diventa oggetto di disputa: è dentro di noi come l’istinto di un predatore per la caccia. Il linguaggio frega e mente, tuttavia non c’è nessuna distinzione tra il suo uso e il mondo reale, tra ciò che per gli uomini costituisce la realtà e la sua registrazione linguistica.

I romanzi di Everett – anche quando lo stile o la struttura non lo danno direttamente a vedere – sono sempre storie di sopravvivenze in quella frontiera che è il linguaggio. Nell’asciuttezza minimale di Ferito o Sospetto come nelle acrobazie di Glifo e La cura dell’acqua piuttosto che negli intrecci paradossali di Non sono Sidney Poitier e Deserto americano, la violenza e l’amore, l’orrore e la grazia, sono comunque il risultato di parole che si sostituiscono a cose, dando loro significati che rendono la relazione tra gli uomini e con il mondo difficile, e molte volte dolorosa e tragica.

La scrittura di Everett quindi – che, quando non lavora ai suoi romanzi, va a pesca o suona la chitarra, è anche un professore universitario – è sempre intrecciata con lo sforzo dell’ analisi. Spesso lo è in maniera manifesta, il gesto teorico trova spazio nella struttura o ne diventa il centro assoluto. Ma anche dove sembra assente dalla superficie della trama e dello stile, in realtà il suo fantasma riemerge dietro allusioni metaforiche, nascosto da una sapienza nella gestione dell’economia del racconto e dei suoi movimenti che non possono non avere radici in un continuo interrogarsi sulle possibilità del narrare. C’è forse più slancio teorico – o almeno altrettanto – nella precisione di un dialogo in Ferito e nella sua geometria che nelle esibizioni filosofiche di Glifo.

Eppure la teoria, che Everett espone – e nel modo un po’ perverso degli accademici ama – anche quando pervade il suo scrivere, svanisce ogni volta per lasciare spazio al romanzo. Perché “[…]la grammatica seduce, la grammatica mente, la grammatica spinge a pensare che il senso sia lì[…]” e invece il significato del narrare sta altrove, non nella grammatica in sé ma nella grammatica delle cose, nella consapevolezza romanzesca che il neonato prodigio di Glifo acquisisce alla fine del suo incredibile e contratto percorso di formazione: un segno è uguale a un segno e significa esattamente ciò che significa. La consapevolezza che le parole pur non potendo mai sparire devono essere in grado – anche solo illusoriamente in un momento magico – di cancellare se stesse dando modo di accadere alla verità.

Il romanzo infatti è per Everett , come per tutta la  tradizione della grande narrativa americana, il mezzo per accedere e restituire una qualche verità, che non è mai unica e  che nulla ha a che fare con opprimenti  sovrastrutture metafisiche.  È la verità che come insegna Melville, in un passaggio meraviglioso di Moby Dick, non sta sulle mappe, sulle riduzioni del mondo – filosofie di carta – ma nella complessità  degli scontri tra persone, che il romanzo non deve interpretare con la freddezza della ragion critica, ma rappresentare puntando, con fatica e lavoro, a raggiungere sinceramente il reale attraverso strumenti in apparenza irreali.

Una verità relazionale costituita da frammenti di vita – pur nel loro niente, un tutto – capaci di illuminare la lotta degli uomini per riconquistarsi un’umanità che sembra essere loro negata dalle stesse parole con le quali sono costretti a cercarla. Lo scrittore, ed Everett ne è estremamente consapevole, non può essere così ingenuo da credere che gli uomini abbiano inventato le parole e non deve essere così cinico, anche se la tentazione è forte, da pensare che le parole abbiano inventato gli uomini; lo scrittore deve essere tanto umano da pensare che gli uomini resistano malgrado e dentro le parole.

Everett sa che chi si prende la responsabilità di scrivere un romanzo  dovrebbe prima di tutto essere onesto con se stesso, con la propria “lettera” e con quelli che la leggeranno; ammettere – pur vedendo meglio degli altri quanto “la gente sia fuori di testa” – di essere lui stesso gente. E che anche se  “non c’è niente di peggio della gente”, purtroppo e per fortuna, non c’è neanche niente di meglio. Per questo nell’apparente eclettica schizofrenia della sua produzione narrativa “alla fine” quello che apre squarci negli occhi di chi legge sono gli attimi capaci di andare al di là della lingua, sebbene completamente immersi in essa, al di là della sperimentazione e delle argomentazioni filosofiche: sono piccole immagini, istanti di un dialogo, particolari minuscoli che si avverte essere stati scritti con “una penna d’osso immersa in un calamaio di sangue”.  Quello con cui è scritta la narrativa che vale la pena di essere letta.

 

Bibliografia consigliata:

  • Glifo, Nutrimenti, 2007
  • La cura dell’acqua, Nutrimenti, 2008
  • Ferito, Nutrimenti, 2009

 

Altri contenuti Letture / Libri
bunker

Edward Bunker

Ritratto di un maestro del genere noir e crime

All’inizio del film Le iene di Quentin Tarantino, quando tutti i personaggi sono seduti intorno a un...
foto_yasmin

Intervista a Yasmin Incretolli

In libreria con "Mescolo tutto"

Un nuovo esordio per la casa editrice Tunuè: "ho provato a ribaltare il romanzo adolescenziale"
kerry

Intervista a Kerry Hudson

La scrittura come esperienza catartica

La scrittrice scozzese ci parla di "Tutti gli uomini di mia madre", appena tradotto per minimum fax
hasbun

Rodrigo Hasbún

Intervista allo scrittore boliviano, autore di "Andarsene"

Un romanzo breve intenso e affascinante, capace di combinare con grazia storia del Novecento e biografie individuali
ward

Colazione con Robert Ward

Viaggio con l'autore di "Io sono Red Baker"

Lo scrittore americano in Italia per presentare il suo nuovo romanzo “Hollywood Requiem"
viola

Intervista a Viola Di Grado

Incontro con Viola Di Grado a proposito di "Bambini di ferro", il suo nuovo romanzo

Dopo il successo di Settanta acrilico trenta lana la giovane autrice torna alla scrittura con un libro...
Processed with VSCO with c3 preset

Intervista a Mauro Tetti

L'autore di "A pietre rovesciate"

Un incontro con Mauro Tetti per raccontare il suo romanzo d’esordio "A pietre rovesciate", pubblicato nella collana...
gato-cortzar

Sulle tracce di Charlie Parker

Cortázar e L'inseguitore

Una nuova traduzione del racconto classico del grande scrittore argentino, l'indagine impossibile sull'inventore del bebop
classics

100 classici

Sul Mucchio di Marzo

Questa volta abbiamo deciso di fare un gioco: buttare giù una lista con i nostri 100 classici...
socrates_gazetas

Raccontare Sócrates

In ricordo del "Dottore"

Intervista con Lorenzo Iervolino, autore di Un giorno triste così felice (66thand2nd), dedicato al grande calciatore brasiliano,...
bianciardi

Perché Bianciardi

Ricordando Luciano Bianciardi, nell'anniversario della sua nascita

Il 14 dicembre 1922 nasceva Luciano Bianciardi: lo ricordiamo con due pezzi di Liborio Conca e Marco...
cover-320x453

Non esistono uomini e donne

Un estratto di New Gen(d)eration di Chiara Lalli

L'"ideologia del gender” è un fantasma scambiato per un mostro pericoloso e nasce da una confusione di...
funetta

Luciano Funetta

Le ossessioni e il romanzo

Un dialogo con Luciano Funetta sul suo romanzo d'esordio, "Dalle rovine", pubblicato da Tunué