Philip Roth

Una biografia

Ogni anno, quando partono i tormentoni sulla mancata vittoria di Philip Roth al Nobel, io divento intrattabile.
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Le sue foto con la faccia mogia non mi fanno ridere: mi fanno sentire come se mi stessi augurando la vittoria dei Joy Division all’Eurovision. Forse Roth penserebbe che non lo amo abbastanza e che sono una cattiva lettrice dei suoi libri: che questa cosa della grande scrittura popolare non l’ho capita; che la sua prosa tersa, raffinata ma comunque trasmissibile, in mano a me è sprecata e ingiusta, oltre che un’offesa ai suoi dialoghi e a quell’incredibile ritmo da cui si evince che la gente lo ha sempre interessato. O forse la mia indignazione lo farebbe solo sorridere. E questo non perché è un uomo di buone maniere, ma perché in Roth scatenato di Claudia Roth Pierpont – nessuna parentela con l’autore – una biografia concordata in cui la sua vita viene delineata a partire dall’esordio Goodbye, Columbus fino a Nemesi del 2010 dopo il quale ha cessato di pubblicare – è un uomo sensibile.

Che abbia fatto incazzare un sacco di gente, e quasi sempre per le ragioni sbagliate, lo si capisce sin dagli inizi (del resto se ti metti a scrivere di ebrei a pochi anni dall’Olocausto senza farli sembrare particolarmente tristi od oppressi qualche rogna te la vai a cercare).
Ma che questo lo abbia fatto sentire davvero vulnerabile, per chi ha ceduto alla sua ossessione per la performance virile, resta una piccola sorpresa. Oggi fa ridere pensare che abbia partecipato a una conferenza intitolata La crisi di coscienza negli autori di
narrativa delle letterature minoritarie – se ci sono due parole che cozzano sono Roth e minoritario – ma fu in quell’occasione che gli venne rivolta una domanda ottusa come: “Signor Roth, se vivesse nella Germania nazista scriverebbe le stesse storie che ha scritto finora?”. Dopo la conferenza, decise che non avrebbe scritto più di ebrei, e quando ha cambiato idea lo ha fatto senza trasformarsi in un megafono dei diritti civili.

È un episodio cruciale, perché fa capire che la prima cosa da cui è sgusciato via non è la monogamia, il politically correct o la religione, ma l’idea che la letteratura debba essere e farsi servile. La storia di formazione del ragazzino che è entrato al liceo a dodici anni, amava il baseball e aveva già nostalgia dell’America bella – quella che salvava gli europei che non erano capaci di salvarsi da soli – è armonica come quella dei suoi personaggi. Ma l’armonia non fa lo scrittore che Roth voleva diventare, e la tensione scoppia ogni volta che qualcuno gli dice cosa fare: che sia Dio o suo padre. Nel 1969, quando pubblica il pirotecnico Lamento di Portnoy, Roth ha trentacinque anni, ottomila dollari di debiti e un’ex moglie da mantenere. Alla vigilia del suo libro più famoso è un uomo già segnato da un matrimonio che l’autrice, con leggera enfasi, definisce catastrofico quasi quanto quello di Scott e Zelda. A differenza di Zelda, però, questa moglie non ispira l’opera migliore, ma diventa un carattere declinato in vari libri che porteranno in dote accuse di misoginia. Roth ha cercato di curare quasi tutte le donne che ha amato e forse era quella, la vera misoginia: credere di avere un potere taumaturgico che le riscattasse quasi quanto le scopasse.

Dalla biografia emerge un Roth scatenato ma anche un uomo capace di sentimenti delicati, che invece di fare come Dylan che diceva ai suoi di nascondersi quando si dava per orfano, per proteggerli li manda in crociera. Non è il primo aneddoto che si collegherebbe a uno
scrittore accusato di spezzare il cuore a ogni madre ebrea e che solo liberando un popolo dal suo congenito senso di importanza l’ha reso davvero rilevante; un uomo che ha accompagnato il declino del paese che ha amato e si è fermato prima del suo definitivo trapasso perché quello toccherà raccontarlo a qualcun altro. In fondo, è l’ultimo grande gesto di un autore che è stato dentro e fuori un ininterrotto romanzo: continuare a trattare se stesso, e la letteratura, e l’America, come una cosa viva per i vivi.

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