Philip Dick

Ma gli androidi sognano chitarre elettriche?

Un estratto dal lungo servizio sulla vita e opere rock di Philip Kindred Dick sul Mucchio Extra n. 42 in edicola.
Philip Dick
Un estratto dal Mucchio Extra n. 42 in edicola

Se ti piacciono così tanto tutt’e due i dischi, non importa molto quale comprerai...
Il 15enne che fino a pochi secondi prima scartabellava fra gli album alza lo sguardo su un tizio tarchiato, originario dell’Oklahoma.
– ... Prima o poi li avrai tutt’e due.
Il tizio dell’Oklahoma osserva il 15enne: capelli castani, fronte spaziosa,
labbra niente male e penetranti occhi azzurri. Non s’è mai fatto la barba, non
ha mai visto un disco a 33 giri, non ha mai avuto manco una ragazza. Però sa già riconoscere le opere e anche le sinfonie, basta che gli canticchi un’aria o gli fischietti una melodia: le sa praticamente tutte. Stupisce ben poco che sei mesi dopo il 15enne si ripresenti al 2328 di Telegraph Avenue dal tizio tarchiato originario dell’Oklahoma.
Piacere: Herb Hollis.
– Phil… Voglio dire: Philip.
– E poi?
– Dick. Philip Dick.
– Posso esserti utile, Philip Dick?
– Io… Beh, mi chiedevo se poteva darmi un lavoretto…
Quando Hollis allarga le braccia, è come se gli impacchettasse il negozio:
qui all’Art Music si vendono radio ed elettrodomestici, compreso quel nuovo
oggetto bizzarro chiamato televisore; lì c’è il reparto dischi e più avanti ancora spuntano cabine d’ascolto per decidere quale album vuoi acquistare. È assai probabile che Dick e Hollis siano fermi ora in contemplazione davanti a una montagna di cianfrusaglie.
– Quelli lì sono i tubi…
– Sì.
– … E questi qui gli adattatori. Ora, il tuo compito è molto semplice: devi
fracassarli e tirar fuori i componenti, che ci faranno da pezzi di ricambio per
riassemblare gli apparecchi come nuovi; sai, per via della guerra… Tutto chiaro, allora? Domande?
– Sì. No.
Il 15enne si fionda a casa e apre il dizionario alla voce “adattatore”. Si sente
già nel mondo dei grandi: le riviste di fantascienza e i radiodrammi stile Jack
Armstrong, the All-American Boy! gli vanno ormai stretti; ora ha voglia di
scalare le gerarchie un gradino per volta: prima commesso, poi direttore come Hollis e infine (se lo sente) avrà un negozio di dischi tutto suo. Del resto la musica è la prima passione che abbia mai avuto.
I suoi genitori si sono separati quando aveva cinque anni, lui ha seguito la
madre dai nonni e dalla zia in un’enorme casa azzurra, qui a Berkeley. “All’epoca il mio grande amore erano le canzoni da cowboy”, ricorderà molti anni più tardi. Pochi giorni fa, invece, ha spedito a sua madre un elenco dei “dischi che mi piacerebbe ricevere in ordine d’importanza”. In cima alla lista svettano la Sinfonia #41 di Mozart e la Sinfonia #1 di Brahms, davanti al Concerto per violino in Re maggiore di Beethoven e al Concerto per pianoforte in La minore di Schumann; a seguire: un po’ di Strauss (I tiri burloni di Till Eulenspiegel) e due sinfonie di Ciajkovskij. Tutti album con prezzo variabile fra il dollaro e i cinque abbondanti, eccezion fatta per Il barbiere di Siviglia di Rossinni (sic), che il parsimonioso Phil ha provveduto già a depennare con un laconico “no” tra parentesi tonde.

– Ma questi chi li ha autorizzati?
Curvo sulla scrivania, Hollis sta scrutando una pila di fatture per acquisti
mai fatti. Dick ormai è diventato il suo braccio destro: per il compleanno
ha ricevuto in regalo da Herb un disco, La Passione di San Matteo di Bach
cantata dall’amatissimo Gerhard Husch, e dopo aver superato il divieto
iniziale di proferire verbo coi clienti (“Mai e poi mai!”, l’aveva ammonito il
capo) in negozio ormai è un’istituzione. Tutti hanno fatto amicizia con Phil,
in particolare Vincent Lusby, che coltiva insieme a lui un insano interesse per
canti gregoriani e ritmi dixieland. È musica che va di moda, puoi trovarne a
buon mercato anche nei bar dei dintorni, il Blind Lemon, per esempio, o anche l’Hambone Kelly’s o lo Steppenwolf. E anche quando non sente dixie, Dick è sintonizzato comunque sull’alta fedeltà.
– Fanno sentire la musica.
Phil scuote la testa davanti alla stolida teoria dell’addetto riparatore: lo capisce anche un bambino che gli altoparlanti non possono trasmettere un bel niente.
– Zero. Fanno sentire una simulazione di musica.

Ormai la guerra è finita e Hollis ha preso a sponsorizzare una trasmissione
di novità folk sulla KSMO, un’emittente di San Mateo. Non è raro che Dick
venga cooptato per confezionare qualche stacchetto commerciale dove i Dj
pubblicizzano l’altro negozio di Herb: “University Radio di Berkeley vi saluta.
Ieri, quando siamo venuti al lavoro, abbiamo scoperto che il capo aveva
spostato la sua palma nel vaso sull’altro lato del negozio, in modo da poter
vedere meglio lo schermo del televisore. Si pregano i clienti di non infastidirlo con richieste di acquisti. Se volete comprare un Magnavox, per piacere posate sul bancone i soldi e un foglietto che descriva ciò che volete. Se sarete fortunati, tra un programma e l’altro potrà accorgersi della vostra richiesta”.
Intanto Lusby ha deciso che è arrivato il momento per colmare la maggiore
lacuna di Phil. La soluzione ha per nome Jeannette Marlin: un po’ bassa, un
po’ grassa e un po’ tanto sulla trentina. Jeannette entra al 2328 di Telegraph
Avenue e si fa scortare subito verso la cabina d’ascolto, per poi lasciare che il commesso l’accompagni casualmente nello scantinato. Lì, in una stanza che pare un incrocio fra un deposito e un’officina di riparazioni, Philip perde la verginità.

Continua sul Mucchio Extra n. 42, in edicola

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