Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015

Intervista concessa in occasione del Festivaletteratura di Mantova di quest'anno

svetlana

L’appuntamento con la scrittrice che ha raccontato la Russia moderna è fissato la sera del 10 settembre nella hall di un albergo alle porte di Mantova. Svetlana Aleksievic è appena arrivata in città, e l’indomani mattina sarà protagonista di un evento inserito nel programma di Festivaletteratura. Nonostante la stanchezza per il lungo viaggio e l’ora ormai tarda, si concede volentieri a un’intervista. Nella sua vita ne ha fatte tante, a migliaia, ma la maggior parte di queste erano a ruoli invertiti: lei a fare domande, qualcun altro a rispondere. Mi accoglie con una forte stretta di mano, lo sguardo sorridente, e mi chiede se ho letto il suo ultimo libro, “Tempo di seconda mano” (Bompiani), e cosa ne penso.

Il volume conclude il monumentale ciclo di cinque libri dedicati all’ultimo secolo di storia russa: dall’affresco del ruolo delle donne nell’Armata Rossa al disastro di Chernobyl, dai reduci dell’Afghanistan ai giorni nostri, dalla caduta del Comunismo alla Perestrojka, fino all’avvento di Putin. È l’epopea dell’homo sovieticus, “che non è solo quello russo, ma anche bielorusso, turkmeno, ucraino, kazako…”, dice lei. “Un uomo che mi sembra di conoscere, e anzi di conoscere bene, gli sono vissuta accanto, abbiamo trascorso insieme, fianco a fianco, molti e molti anni. Io sono lui. E così i miei conoscenti, amici, genitori”.

Svetlana Aleksievic è prima di tutto una giornalista, un ruolo che mantiene anche nei panni di scrittrice. Le sue opere rifiutano la fiction e si fanno cronaca “dal basso” di una grande Storia fatta di milioni di piccole, silenziose storie. Vicende private, comuni, comunemente tragiche. La cronista le cerca ovunque, senza sosta, con certosina determinazione. Le raccoglie. Le trascrive. Le chiama “briciole”, ma è mettendole in fila l’una dopo l’altra che ottiene i resoconto del socialismo “domestico… interiore”. Un’operazione di monitoraggio dei decenni che arriva fino a oggi. “Non ci torno più molto volentieri in Russia”, mi racconta Svetlana. “Il vento è cambiato rispetto agli anni Novanta. Allora si respirava la speranza, un senso di libertà e di riscatto compiuto. Oggi ti basta girare per le strade, oppure ascoltare le conversazioni al bar, per percepire un forte sentimento di aggressività (spesso anti-americano e anti-europeo) e di delusione che sfociano in una continua ricerca di colpevoli per quella libertà che abbiamo sognato senza riuscire a ottenere”. Già, perché la Perestrojka, spiega Aleksievic, “l’abbiamo voluta noi, non i politici”. E, in prospettiva, il giudizio non cambia: “Si può dire quel che si vuole a proposito di uomini come Gorbaciov ed Eltsin, ad esempio che quest’ultimo era un ubriacone. Ma queste sono persone che, sebbene magari in modo sbagliato, hanno provato a costruire la democrazia. Con Putin, al contrario, la Russia sta facendo retromarcia”.

Passano gli anni, cambiano le stagioni, eppure l’homo sovieticus rimane immobile nella condizione a lui assegnata. Chiedo cosa sia rimasto, nella vita quotidiana, dal disfacimento dell’Unione Sovietica a oggi. “Facciamo prima a dire che cosa è cambiato: i negozi, le marche dei vestiti che indossiamo, la possibilità di acquistare auto di lusso (se le nostre tasche lo permettono). Non sono cambiate le idee delle persone: “’noi siamo la Russia, siamo grandi e gli altri devono avere paura di noi’”.

Una voce dopo l’altra, in un lavoro di raccolta e trascrizione lungo oltre trent’anni, Svetlana Aleksievic lascia che sia la Russia a raccontarsi nelle pagine dei suoi libri. Un’epopea tragica, destinata forse a continuare tra le pieghe invisibili della Storia. “Ho due nuovi progetti in mente. Il ciclo della “Utopia” finisce qui. Ho voglia di occuparmi di altre vicende, di altre persone, di altri volti. Forse, questa volta, anche dell’amore, quello visto dalle donne. Un po’ di Russia, sullo sfondo, ci sarà sempre”.

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