Afterhours

"Folfiri o Folfox"

Il nuovo album commentato traccia per traccia da Manuel Agnelli
AFTERHOURS
Il nuovo disco, brano per brano

afterhours coverUna band attiva da trent’anni e ancora una volta rinnovata (assieme a Manuel Agnelli, Xabier Iriondo, Rodrigo D’Erasmo e Roberto Dell’Era ci sono adesso Fabio Rondanini e Stefano Pilia), che ha realizzato l’ennesimo album sotto ogni punto di vista “importante” e che a luglio ripartirà in tour. Tra rock sperimentale e cantautorato, il doppio Folfiri o Folfox affronta morte e vita al netto di ogni paura. Sul Mucchio di giugno attualmente in edicola troverete recensione, lunga intervista e relativi approfondimenti, mentre qui Agnelli stesso ce ne racconta aspetti musicali e narrativi. Canzone per canzone.

 

DISCO 1

Grande

Chitarra acustica e voce lacerante, crescendo di violino: “Tu giurami che noi / non moriremo mai”. “È un sogno di mia sorella Silvia: da bambina era convinta che nessuno della nostra famiglia sarebbe mai morto. Io l’ho trasformato in un sogno in cui faccio una sorta di patto tacito con mio padre. Lui muore e tradisce questo patto per farmi crescere perché io, con la sua scomparsa, divento grande, divento adulto definitivamente. ‘Grande’ è anche quel qualcosa in più che cerchiamo e non sappiamo cos’è, se c’è… Nonostante non sia una ballata standard, la canzone non poteva che essere chitarra e voce perché è molto personale. Avevamo un patto io e te / e l’hai tradito tu / Perché io diventassi / grande / scoprendo che il dolore non era / la destinazione / vera”.

 

Il mio popolo si fa

Il brano affronta varie forme di dipendenza tipiche degli italiani, riallacciandosi con il suo rock irruente e la sua impronta maggiormente sociale al precedente album Padania: “La mia generazione / visse nella bugia / che il mondo poteva cambiare / ma se non puoi fare / niente di bello / devasta qualcosa di bello”. “Padania presentava un’emotività fredda e corrispondeva a un’osservazione quasi sconsolata, mentre Folfiri o Folfox è più ‘caldo’. Ci è tornata parecchia rabbia, senza freni. È uno sfogo, non un giudizio morale. Cerco di raccontare la violenza che c’è nella superstizione, nel credere all’influenza della sfiga. Musicalmente ci ha eccitato subito, è uno dei primi pezzi venuti fuori ed è sempre stato quello che volevamo far ascoltare per primo al pubblico”.

 

L’odore della giacca di mio padre

Un episodio cantautorale al pianoforte, pervaso dai ricordi e squarciato quando dalle elettriche quando da violini distorti, che ci fa immaginare come potrebbe essere Agnelli in veste solistica: “Sì, lo so che tu / resti dentro di me”. “Ho sempre trascurato il pianoforte, eppure è lo strumento che so suonare meglio. Negli ultimi anni sono tornato a studiare la musica classica, ma anche ad ascoltare tanto jazz, specie Bill Evans. Non è detto che un domani non faccia un disco da solista, perché rivelerebbe senz’altro una versione di me molto diversa sia come cantante sia come autore. Questo è un brano ancora una volta molto personale, quindi portato per la maggior parte avanti per conto mio”.

 

Non voglio ritrovare il tuo nome

Il secondo estratto dall’album, un pop marziale con synth sottotraccia che nello stile si riallaccia vagamente ad alcune ballate risalenti a Non è per sempre. Non c’è bene né male assoluto, solo l’importanza del libero arbitrio: “Scava sotto i buoni / c’è un cadavere / sotto i cattivi un angelo / ucciso da un’idea”. “Il pezzo riguarda la chiusura di un cerchio: archiviare qualcosa per ripartire e tornare a essere di nuovo te stesso. Anche se non le viviamo più, certe esperienze ci condizionano tantissimo la vita, persino se sono delle sciocchezze. Mai come in questo periodo ho avvertito il bisogno di tornare a essere libero interiormente. Nel testo parlo di una persona che non so neanche chi sia a dir la verità, forse la mia prima ragazzina inglese, di quando ero appena diciannovenne. Rappresenta ciò che ti rimane dentro e che riesci finalmente a sublimare e buttar fuori, non necessariamente a sconfiggere”. “Occhi blu / non respiri più con me”.

 

Ti cambia il sapore

Ironia molto amara, un riff di violini elettrici su una progressione ritmica quasi new wave. La canzone sembra interrogarsi sull’eventualità di una vita dopo la morte, sulla presenza – o per meglio dire, sull’assenza – di Dio: “Credo in una via / alla quale / io non ho / pensato già”. “Non è certamente uno degli episodi più positivi del disco… Il suo titolo deriva dal fatto che, quando fai chemioterapia, il senso del gusto cambia. C’è un minimo di speranza, ma i dubbi che mi pongo sono gli stessi che si pone Dio: ‘Ci credi davvero a Dio? / Ci credi davvero, Dio?’. Sarà anche retorico, ma davanti a un certo tipo di situazioni ti chiedi come cazzo faccia a esistere Dio, quale sia il suo progetto e perché noi non dobbiamo capirlo. Sono discorsi quasi da bar, ma ho visto mio padre andarsene senza avere timore: lui alla fine non credeva sul serio e non si è convertito sul letto di morte per semplice paura… Ho il dovere di farmi un certo tipo di domande con altrettanto coraggio”.

 

San Miguel

Sperimentazione tra Einstürzende Neubauten e Swans, spoken inquietante e misterioso, dissonanze e riverberi spettrali. “Ovunque io vada / ho il tuo amore che mi protegge / In una terra di predatori / il leone non teme lo sciacallo”. “Quello che apprezzo dei testi aperti è che chiunque può trovarci ciò che vuole. I testi chiusi, quelli troppo cantautorali, non forniscono tale libertà e si trasformano in una gabbia. ‘San Miguel’ è la preghiera dei piloti che portano la cocaina dal Perù alla Bolivia, quindi le parole sono pronunciate in volo. Piloti che tutti vogliono uccidere o abbattere: gli spacciatori concorrenti, la polizia, i committenti in caso di lavoro svolto male… Piloti che diventano ricchi, ma che è dunque difficile sopravvivano. La mia compagna pensava avessi scritto il brano per il mio amico spagnolo Miguel, toltosi la vita anni fa in Argentina. Il brano parla in realtà della disperazione delle persone che vogliono trovare conforto nella superstizione, ma lo fa in maniera meno arrabbiata rispetto a Il mio popolo si fa. Capisco questa forma di disperazione e non la disprezzo se profonda. Disprezzo, al contrario, la paura volgare del gatto nero…”.

 

Qualche tipo di grandezza

Coinvolgente cavalcata rock anni 90 con le chitarre assolute protagoniste, che si collega spontaneamente a Grande. “Sì, si torna lì”. Stavolta si cerca “Qualche tipo di grandezza / Qualcosa che / bruci sulla pelle”, per avere la certezza di essere veramente vivi. “È un pezzo molto anni 90, ma non era esattamente così all’inizio. Abbiamo spinto su quel versante perché funzionava meglio. C’erano elementi interessanti, infatti, che risultavano forzati: abbiamo ridotto il break africanoide, abbiamo tolto i cori… Il pezzo è diventato ancora più grunge”.

 

Cetuximab

Primo strumentale in scaletta: un folle digital metal. “Il cetuximab è un anticorpo monoclonale che serve ad attirare la chemio soltanto sulle cellule malate. Aiuta in sostanza a fare una terapia più selettiva e prolunga la vita dei pazienti, ma ha effetti devastanti e abbastanza mostruosi sopratutto sulla pelle causando pustole ed escoriazioni. Questo brano cresce come il mostro cresce dentro sempre più. A livello sonoro abbiamo provato a sperimentare: la prima parte è tutta suonata, mentre nella seconda subentrano delle piste di tracce scartate che abbiamo aperto e sovrapposto al pezzo principale. Quello che si sente alla fine sono una ventina di brani che procedono contemporaneamente, seppur chiaramente con strumenti selezionati”.

 

Lasciati ingannare (una volta ancora)

Partenza acustica, interpretazione vocale – “Cambiami la vita / una volta sola”, “Io sarei il tuo / sconosciuto per caso / La parte che non sai” – e batteria in evidenza. “Volevo un ritornello quasi con la cassa in quattro, che poi Tommaso Colliva ha mixato più coerentemente. Volevo in pratica che, quando arriva il ritornello, vi fosse un altro tipo di soluzione rispetto alla canonica ballata rock. Gli Afterhours avevano già fatto brani simili: se riesci a sorprendere un minimo chi ascolta, le cose diventano più potenti ed emozionanti”.

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Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

 

DISCO 2

Oggi

Ci sono pianoforte, tastiere, synth”. Una seconda apertura delicata, dal testo bellissimo. Vivere l’attimo (“Puoi guidare senza meta e / capire che c’è / un tempo in noi / ed è questo se vuoi”), sostituire la gioia al dolore (“Ti direi che oggi / può guarire tutto”).

 

Folfiri o Folfox

La title track equivale a un altro momento sperimentale: a dispetto della cupezza del titolo, che si rifà ai trattamenti chemioterapici ai quali si è sottoposto il padre di Manuel, l’approccio è ludico e le parole sono scandite in quella che diviene una bizzarra filastrocca. La voglia di lottare prevale sul fatalismo: “So che la sanità / può curare i suoi / grandi numeri ma / non me / E tu sei da sempre un ribelle ma / morirai per un protocollo sai”.Quanto tocco temi importanti, fatico a essere troppo pesante nel linguaggio. Il modo in cui è morto mio padre è assurdo e ha a che fare con la concezione della medicina occidentale: siamo tutti grandi numeri, i protocolli vengono usati come soluzioni. Molti medici mi hanno rivelato di essere fatalisti: forse a loro serve per andare avanti, ma è tremendo non prendersi delle responsabilità e non aver paura di fallire perché ci si affida al destino. Io non l’accetto e correrei a farmi curare da qualcun altro…”.

 

Fa male solo la prima volta

Incalzante ritornello elettrico e stranianti cambi di direzione. “Entra nel futuro / Entra in questo porno”. “Concerne la verginità interiore, l’anima: perderla fa male solo la prima volta. È anche una considerazione cattiva nei miei stessi confronti: canto che ho giocato così bene che mi sono scordato che dovevo vincere, cioè mi sono dimenticato l’obiettivo. Giocare bene può essere figo, ma per raggiungere uno scopo non è obbligatorio. Quando prendo per il culo qualcuno, spesso quel qualcuno sono io”.

 

Noi non faremo niente

Un incantesimo acustico, avvolto da riverberi onirici: “E non sento niente / e se non sento più / niente mi può fare male”. “È una constatazione che capita a tutti coloro che provano un forte dolore o malessere: desiderare di non sentire niente. Un’esortazione affine c’è in Grande. È una delle soluzioni, volendo: se non senti niente, non senti niente neppure in negativo. ‘Noi non faremo niente’ è una frase di Caterina de’ Medici, pronunciata durante la strage di Parigi in cui furono uccisi i protestanti accorsi per il matrimonio di sua figlia: tutti la esortavano a compiere gesti anche terribili e lei scelse di non reagire. A volte le persone che soffrono si immobilizzano, invece di continuare a sbattere la testa come mosche impazzite. C’è chi si annulla completamente e pensa che prima o poi le cose si risolveranno da sole. È capitato persino a me”.

 

Né pani né pesci

Una classica, intensa ballata rock che colpisce la pancia con giro e solo di chitarra. “Io mi eccito a dir la verità”, canta Manuel. E la verità è che è finito il tempo dei miracoli: “Abbracciati a quel che hai / Nessuno ormai / porterà né pani né pesci”. “È una riflessione disperata. All’interno di una crisi, anche proprio fisica, ti aspetti che arrivi qualcosa che però non arriverà. La metafora è che non ci sarà nessun salvatore, non ci sarà nessuno che verrà a salvarti”.

 

Ophryx

Secondo strumentale in scaletta, opposto speculare di Cetuximab. Stavolta la scena è occupata dagli archi drammatici di Rodrigo D’Erasmo, che firma il brano e figura peraltro come produttore addizionale del disco. “Rodrigo è una figura preziosa, è un musicista straordinario”.

 

Fra i non viventi vivremo noi

Poco più di due minuti velocissimi e filo-punk, dal drumming sfrenato. Contro ogni prigione mentale, incluse quelle della musica cosiddetta indie: “È una madre piena di attenzioni il pubblico che abbiamo noi / ma alla mamma non disobbedire o saranno guai”. “Ammetto che si tratta di una libera interpretazione di una dichiarazione appartenente a Oscar Wilde, che si adatta alla perfezione a quello che stiamo vivendo noi. C’è un discorso di appartenenza nei confronti della band che diventa morboso e inutile: quando gli spettatori si riconoscono in ciò che fai, la cosa li conforta e ti amano; quando non fai più quella cosa, è come se togliessi loro la medicina per sconfiggere il proprio malessere e di conseguenza ti odiano. È una vita intera che io sono tanto amato quanto odiato, per cui mi sono abituato e non ho paura ma mi dà ancora fastidio”.

 

Il trucco non c’è

Un arpeggio folk, il violino barocco e la voce che si fa recitata riallacciandosi a un album come Quello che non c’è, in particolare al brano Il mio ruolo. Ci si interroga ancora sull’identità divina: “Il trucco dov’è? / Il trucco qual è? / È che hai paura di cercarlo / per scoprire che / il trucco non c’è”. Una mini-pièce dal grande pathos. “Rodrigo aveva costruito una suite di pizzicati, che io ho smembrato lasciando immutato l’inizio. È l’emblema della realizzazione del nuovo disco, con tante idee violentate, ed è un pezzo che riporta alla narrazione, che fornisce una chiave di lettura e che reputo indissolubilmente legato a quello successivo”.

 

Se io fossi il giudice

Corde acustiche ed elettriche in simbiosi, il violino più luminoso. La consapevolezza di vivere prevale sulla casualità: “Cammino come un uomo / e parlo come un uomo”. Una conclusione sospesa ma dopotutto speranzosa: “Ognuno ha un modo di / abbracciare il mondo / il modo che ho è soffrire / fino in fondo / Libero di non essere più me / libero di non piacerti più / libero di buttare tutto via”. Una rinascita. “È la spiegazione del disco. La spiegazione del perché abbiamo fatto questo disco. È un pezzo che suona più fluido di quanto non lo sia la sua costruzione, che trasmette volutamente leggerezza ma è più complesso di quel che possa sembrare: ci sono tre ritornelli, quasi senza strofe. Volevo concludere l’album, per una volta tanto, con un brano più arioso”.

 

Continua sul Mucchio di Giugno 2016

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