Aldous Harding

Strana come un'arancia meccanica

Il 31 ottobre a Torino sarà l'unica occasione per vedere dal vivo Aldous Harding, non perdetevela.
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Devi farti trovare preparato quando incontri Aldous Harding, pronto a sostenere una donna e un personaggio dallo sguardo importante, dagli occhi grandi e profondi ai quali non puoi concedere troppe smancerie né sorrisi, altrimenti si offendono, non ti prendono sul serio. La incontro in una giornata milanese che inganna; il cielo è terso, ma l’aria è fredda, tira un vento dispettoso, e lei si presenta tutta vestita di bianco, dalla testa ai piedi. Ma più che un angelo, Aldous, nome d’arte di Hanna Harding, sembra indossare la tuta della gang dei drughi (la banda di criminali capitanata da Alex in Arancia Meccanica), pronta per essere internata con una camicia di forza in una casa di cura. Si presenta in tutta la sua calma apparente, senza concedere particolari entusiasmi, seria e taciturna, a tratti addirittura scocciata e annoiata, tanto dalla circostanza quanto – come mi dirà francamente – dalle interviste: preferisco suonare, è l’unica cosa che so fare, del resto poco mi importa e non mi viene naturale. Mi fanno un sacco di domande inutili, dunque tranquillo, non mi stancheranno le tue, sono abituata a rispondere. Riusciamo comunque a parlare del motivo per cui siamo qui: il suo secondo album, Party, uscito per l’etichetta 4AD, che arriva a tre anni di distanza dal suo omonimo esordio, che la vedeva pura folksinger, promettente ma non sconvolgente, tutta chitarra acustica, malinconia e voce incerta. Party invece è un deciso passo avanti per la cantautrice neozelandese, un disco più estremo che la mostra nelle sue sfaccettature.

Un lavoro frutto di due anni in giro per il mondo e del tempo che passa – ho semplicemente vissuto e sono cresciuta, mi sono innamorata, mi sono domandata molte cose: quello che volevo e che cosa mi sarebbe piaciuto fare. Un disco che Aldous ha iniziato a comporre durante il suo primo tour europeo, ma è durante la tranche negli Stati Uniti ad aprire i concerti di Perfume Genius che Aldous ha trovato la persona giusta a cui affidare queste nuove creature, John Parish (musicista e produttore celebre soprattutto per il suo lavoro con PJ Harvey). E’ lui infatti l’uomo dietro al disco che Mike Handreas (in arte Perfume Genius, ndr) stava portando in giro in quel periodo (Too Bright, del 2014): il suono di quel disco mi ha colpita molto. L’ho preso come un segno del destino perché l’altra coincidenza è stata che sempre Parish aveva prodotto anche uno dei dischi da me più amati negli ultimi tempi, l’ultima uscita della mia collega e amica Laura Jean (cantautrice australiana, ndr). È tramite lei che mi sono fatta coraggio e l’ho contattato. Gli ho mandato alcune mie demo e ci siamo sentiti per un paio di mesi via mail, scambiandoci idee.

Aldous è poi andata in Inghilterra, negli studi di John Parish a Bristol, per incidere Party. “Sono una fan degli artisti con cui ha lavorato, dagli Eels a Sparklehorse, così mi sono detta che non potevo esitare e l’ho chiamato. L’incontro e la realizzazione sono stati del tutto naturali, è stato facile. Sapevo già nella mia testa cosa doveva succedere, come dovevano essere i brani, dunque sono arrivata abbastanza pronta da John. Le canzoni erano maturate al punto giusto per essere affidate ad una terza persona, dunque sapevo che non poteva andare poi così male. John ha dato forza a questa sicurezza che sentivo nella musica che era venuta fuori”. Un disco registrato in pochissimo tempo, e andando dritti al punto: ti parlo di giorni che ora non saprei quantificare perché ho una concezione del tempo pari a zero. Non mi ricordo quando le cose avvengono e quanto tempo ci mettono. Sono pessima nel ricordare, sono così dentro al mio mondo che l’unica cosa a cui penso è suonare. Sembra assurdo, ma io davvero vivo in un’altra linea temporale a volte. Ad esempio, adesso dove mi trovo?

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Il tempo e la maturità che porta con sè si ritrovano in Party, le canzoni sono diventate più dirette rispetto all’esordio, dove un folk perturbante rimaneva incerto e qui si è fatto più inquietante e intenso: oggi sono più rilassata e meno paranoica. I primo disco è stato difficile, ne sono ancora orgogliosa, ma è stato frustrante. Molti artisti si concentrano su quello che hanno fatto, io guardo quasi sempre a quello che deve venire e non vedo l’ora di farlo. Mi ritrovo a voler andare a casa e voler scrivere canzoni per vedere chi sono oggi. Ero molto spaventata all’epoca mentre scrivevo quel disco, era pieno d’ansia, e questo si sentiva nella mia voce dove c’era più incertezza anche nel l’uso del linguaggio. Adesso mi godo molto più tutto.

Una nuova voce, quindi, per Aldous il cui range vocale spazia dall’alto al basso, dall’intenso allo squillante, dal penetrante al disperato in uno stesso pezzo. Tante le sfumature che ha quante le cantautrici che può ricordare, Agnes Obel, Joanna Newsom, Angel Olsen, My Brightest Diamod, e su tutte Vashiti Bunyan: amo quest’ultima, moltissimo. Le altre le ammiro ma non mi piace esservi associata, o meglio, non mi hanno influenzata. Riconosco che siano fantastiche ma non sono una fan girl, ricerco il mio suono che cambia di brano in brano, l’unico mio ‘obiettivo’ è fare un buon brano a prescindere da dove può sembrar derivare.

Party è anche il titolo di una canzone del disco, un brano che durante uno dei suoi live Aldous ha dedicato alle donne: penso di averlo fatto perché il mio pensiero inziale, che non voglio diventi quello di tutte le persone che mi ascoltano, era di una canzone spirituale e disperata, ma la melodia per il coro è molto alta e mentre la stavo scrivendo l’ho sempre immaginata calma ma intesa, femminile. Femminea, ma no nel senso che non la possano ascoltare i ragazzi, in Party vi sento la pura e forte fragilità che ha il termine ‘femminile’. Un disco, come dicevamo, scritto in tour negli Stati Uniti al seguito di Perfume Genius che ritroviamo presente in due brani, al limite del percettibile in Imagining My Man e in Swell Does The Skull. “Quando ho visto per la prima volta Mike dal vivo ho pensato fosse la cosa più sexy e spaventosa che avessi visto da tempo. Alla fine di un suo concerto gli ho detto che poiché Imagining My Man è una canzone d’amore la volevo cantare con lui, che mi sarebbe piaciuto essere la sua Giulietta. Ma quando ci siamo ritrovati fisicamente lontani, registrare le due parti a distanza non funzionava, così abbiamo preferito cantasse solo le seconde voci.

Anche i videoclip girati per i singoli estratti mostrano le peculiari doti perfomative di Aldous, teatrali, scattose. “Per Horizon ho deciso di coinvolgere anche mia madre che superato un iniziale imbarazzo si è sentita libera di esprimersi. In Imagining My Man invece ho preferito l’inquadratura fissa di me che giro seduta in taxi per le strade di Auckland perché credo che quel brano si racconti da solo. Visivamente aveva bisogno del meno possibile. Volevo che vi fossero la lentezza e la semplicità”, un brano così forte che è stato notato da una sua famosa connazionale, Lorde, che ha definito Aldous la migliore musicista in circolazione: “ne sono lusingata, mi fa piacere, anche perché non ci conosciamo personalmente. Posso solo sperare che porti questa canzone a più orecchie possibili”.

Una musicista ormai nomade, spesso lontana dalla sua terra, la Nuova Zelanda, che fino a qualche tempo fa sognava però ben altra vita: “sono un amante degli animali, adoro le pecore e sognavo una casa in campagna con due greyhounds e basta. Oggi fare musica e lo stile di vita girovago che comporta mi rendono comunque una persona felice”. Che Aldous sia nata per far questo mestiere è ancor più chiaro quando la si vede esibirsi dal vivo. Quando si trova davanti al microfono sembra minacciosa, scruta i presenti, in un misto fra disagio e seduzione. La sua faccia diventa un terreno di smorfie tra il grottesco, il tragicomico e l’ironico mai dichiarato. Aldous digrigna i denti, muove il corpo con scatti elettrici, con un’epressività teatrale tra il cabaret tedesco e Edith Piaf. Così mutevole da far un attimo ridere e subito dopo inquietare. Infine una voce che non si capisce da dove venga fuori con la quale declama parole, lentamente.

Dal vivo
31 ottobre allo SPAZIO 211 di Torino

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