Annette Peacock

A volte ritornano

I concerti della compositrice free jazz americana sono ormai avvenimenti più unici che rari e martedì 23 maggio – ore 21 – sarà a Modena al Teatro Comunale Luciano Pavarotti all'interno della rassegna "AngelicA27".
Annette+Peacock+2015

Verso la metà degli anni 70, si narra, David Bowie avvicinò Annette Peacock al termine di un suo live, proponendole di suonare per lui il sintetizzatore in tour. Peacock, che in coppia con Paul Bley fu la prima a introdurre lo strumento in ambito jazz, rispose: “Te lo compri e impari a suonartelo da solo”.
Anni prima dell’uscita di I’m The One (1972), a oggi il suo lavoro più conosciuto, Annette si era recata di persona da Robert Moog con l’obiettivo di convincerlo a regalarle uno dei primissimi esemplari del leggendario synth modulare. Annette voleva filtrare la propria voce attraverso lo strumento, ai tempi un lento pachiderma che la costringeva a interruzioni di venti minuti tra un brano e l’altro durante i suoi primi, leggendari concerti. Una carriera avviata all’insegna del pionerismo, quella di Peacock, “the one”, come suggeriscono da 50 anni a questa parte i titoli degli articoli sul suo conto, interventi occasionali che non smettono di sottolineare lo status di completa outsider della musicista, produttrice, cantante e compositrice americana. L’ultimo di questi pezzi le è
stato dedicato lo scorso anno da “The Wire”, che ha messo Annette, classe classe 1941, in copertina, spalle al lettore.

Quando il 20 novembre arriva in scena a Cafe OTO, in ritardo di mezzora, Annette, filiforme, il capo impellicciato, siede al pianoforte e dice: “No photos, no photos, please”. Il silenzio è di tomba, le aspettative del pubblico indecifrabili. Al termine della prima tirata jazz a tema bucolico, Annette sfodera un raggelante “Non dovete applaudire”. “Ma siamo noi a voler applaudire!” urla qualcuno dal fondo della sala. Nessuna reazione.
Annette non ama suonare dal vivo, ma tutto lascia intendere che, oltre a un certo imbarazzo, il suo status di outsider porti con sé una certa dose di… risentimento. La sua apparente ostilità non è banale divismo. Al contrario Peacock ha fatto di sé l’antidiva per eccellenza. Il suo risentimento, come ha spiegato a “The Wire”, nasce piuttosto dalla contraddizione tra la devozione di chi si palesa alle sue rare esibizioni dal vivo e il cronico, imperdonabile ritardo, con cui la critica e il pubblico si accorgono della sua arte. “Sono stufa di fare uscire dischi da pioniera che vengono apprezzati solo 20, 40 anni dopo”, ammette.

Che sia il jazz sperimentale, furibondo di I’m The One (ristampato solo quattro anni fa), i suoi sensuali rap ante-litteram, l’uso anticonvenzionale della voce o le provocazioni dei suoi poemi in musica, la ricezione delle sue opere sembra procedere a scoppio ritardato. Non solo early adopter del sintetizzatore, Peacock è stata riconosciuta in ambito hip hop come antesignana del cosiddetto flow vocale; da artisti corsari tra cui Patti
Smith e Diamanda Galás è vista come la madre, assieme a Patty Waters, del free jazz indiavolato; dalle nuove leve dell’alternative impegnato viene considerata in anticipo di decenni sulle problematiche post-femministe.
Il suo brano My Mama Never Taught Me How To Cook (da X-Dreams, 1978) o le poesie apparse in dischi come The Perfect Release (1979) e Abstract-Contact (1988) offrono sbalorditivi esempi di un songwriting in cui piacere e femminilità diventano punto di partenza per una politica del sé (“Hey tu, il mio destino non è servire / Sono una donna / È creare…”, ammiccava sardonica nel 1978).
Eppure lo sguardo arcigno di Annette, impettita dietro al suo piano e a una tastiera vintage, sembra tanto parte del personaggio quanto una sorta di ostacolo. “Chi è causa del suo mal…”, verrebbe da dirle con un pizzico di cinismo: la sua riluttanza a ristampare capolavori dimenticati, come l’introvabile Sky-Skating (1982), in anticipo di almeno dieci anni sull’estetica bedroom pop con il suo inverosimile incontro di jazz, drum machine e field recordings, è in parte la causa di questa nostra “fame” da nerd e il motivo per cui il ruolo di “pubblico invisibile” che lei vorrebbe per noi questa sera proprio non ci calza a pennello.

La voce di Annette scorre rapida tra i silenzi delle sue lunghe, scarne composizioni pianistiche, sulla scia del semirecente (e reperibile!) An Acrobat’s Heart (2000), un album di ballate jazz per piano, voce e archi.
Eppure, dopo mezz’ora, qualcosa cambia. Annette, che sembra scegliere i brani seguendo una traiettoria estemporanea, ritrova per strada la melodiosa This Almost Spring, da I Have No Feelings (1986), e sorride, estatica, ricambiando uno sguardo di riconoscenza con gli spettatori. Se fino a quel momento il concerto, come i suoi dischi, era sembrato una faticosa caccia al tesoro, ora Annette sembra a suo agio durante gli applausi e, sull’onda di un’escalation fatta di riscoperte e improvvisazioni, a 74 anni, voce arzilla come 40 anni prima, “osa” una provocante, sensuale The Succubus, con tanto di coda cantata in italiano: “Non voglio manette d’acciaio per eccitarti / Non voglio maschere, né fruste, né stivali da sera / Ma solo toccami e prendimi / Questo fiore, amore”. Nonostante tutto, lei è ancora “the one”.

Pubblicato sul Mucchio di Gennaio 2016

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