Apologia dell’errore

Il pantheon dei dischi minori

Non ho conosciuto nessun vero appassionato di rock che non custodisca il proprio pantheon di album secondari, problematici, fiacchi.
Apologia dell'errore
Dischi minori

C’è questo mio amico che un giorno, ahilui, è finito nel tunnel degli aperitivi. Un caso irrecuperabile. Non sa e non vuole uscirne. Tra gli effetti collaterali c’è una specie di molle disinvoltura, tipo quando ordina da bere con battutine come: “me lo sbagli un Negroni?”. Un bischero totale. Nulla da ridire però sulla scelta del drink: il Negroni Sbagliato, come il nome lascia intuire, pare sia nato per errore nei ruggenti Seventies, quando un barman milanese nel prepararlo mise del brut al posto del gin. Ok, è un po’ dura da credere: neppure il più immacolato degli astemi confonderebbe il gin col prosecco, figuriamoci un barista meneghino. Tuttavia come leggenda popolare credo abbia una sua ragion d’essere, non fosse perché rimarca come certi errori, anche quando somigliano pericolosamente ad orrori, possano rivelare generosi effetti collaterali.

Nel rock, ad esempio, accade di continuo. Anche al netto della celebre teoria di Brian Eno – che un po’ ritengo ci abbia marciato – l’errore quando prende il sopravvento non comporta necessariamente un disastro inappellabile. Anzi. E a tal proposito, diciamolo subito forte e chiaro: il merito è di noi rockofili, che come tutti sanno abbiamo diverse cose da insegnare al genere umano, tra cui il rispetto e persino l’amore per i frutti più sfortunati dell’ingegno umano. Pensateci: ci vengono i lucciconi di fronte a capolavori come Highway 61 o Berlin, ma teniamo (eccome) anche alle sorti di certi loro fratellini sfigati come – tanto per rimanere in zona Dylan/Reed – New Morning o The Bells. Se è il caso, siamo pronti a difenderli con unghie e denti, pur nella consapevolezza delle loro oggettive mancanze. Dico sul serio: non ho conosciuto nessun vero appassionato di rock che non custodisca il proprio pantheon di album secondari, problematici, fiacchi, dei quali inevitabilmente prima o poi tenterà di farti innamorare come il più svergognato dei ruffiani. Dischi figli di un estro minore, fotogrammi un po’ storti, troppo nitidi o desolatamente sfocati, eppure capaci di raccontare una storia che meriti d’essere raccontata. Non sto parlando di titoli carbonari che fanno la gioia degli enciclopedisti rock, quei simpatici zuzzurelloni sempre pronti alla gara del disco più ignoto eppure incontestabilmente seminale (sullo snobismo rockista ci soffermeremo generosamente in futuro: promesso). Intendo piuttosto album parecchio noti, spesso celebri proprio per aver tradito le premesse, cannato l’appuntamento, pisciato un po’ troppo fuori dal vaso. Lavori forse evitabili, talora dannosi, macchie sul curriculum dei loro autori. E che, pure se messi in prospettiva, non demordono, restano sul bordo della strada a segnare la posizione, intrecciando eventi collettivi e circostanze personali come un gomitolo arruffato. Obscured By Clouds dei Floyd. Undercover degli Stones. Terror Twilight dei Pavement. Album dei Public Image Ltd. Trompe le Monde dei Pixies. Black Love degli Afghan Whigs. Zooropa degli U2. Trans (e Life, e Re-Actor, e American Stars And Bars...) di Neil Young. Eccetera. Roba che ci devi lavorare. Che scavi, scandagli e setacci finché non vedi brillare tutte le pagliuzze. È una specie di rituale col quale celebri la ricchezza del fallimento o meglio dell’insuccesso, ne riscopri il valore di controcanto all’ingannevole dittatura dei colpi di genio. I quali appunto sono colpi, slanci, apici di una prassi artistica che nel suo procedere ha ben diritto d’inciampare nell’imperfezione, di concedersi l’approssimazione, d’incappare nel passaggio a vuoto: come è umano che sia.

Il genio di oggi e il coglione di domani – con tutte le gradazioni intermedie – condividono lo stesso cervello sotto lo stesso cappello. Spesso il rincoglionimento dell’artista ha ragioni che la ragione non conosce. Provare a circoscriverle non rende migliore un disco di merda – nulla può riuscirci, eccetto una buona dose di partigianeria – ma può rendere la tua passione una cosa un po’ più viva e vera. Se ti pare poco.

Pubblicato sul Mucchio 706

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