Arcade Fire

Portatori sani di epica

Quanto può diventare grande una band? Quanto può tendersi senza perdere l’elasticità che le permette di contenere moltitudini e allo stesso tempo di rappresentare un legame preciso ed esclusivo?
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Ho visto gli Arcade Fire per la prima volta nel 2010, in un parco nel mezzo di Chicago, quando di The Suburbs si era sentito poco niente. Win Butler apparve sul palco conciato come un working class nazi e iniziò a parlare di amici che si erano tagliati i capelli e avevano rinunciato alla controcultura.
Andrò a centinaia di concerti nella mia vita, ma il ragazzino che sfreccia in bicicletta fuori dai cancelli urlando i versi di Wake Up, con tutto un popolo in marcia al seguito, è probabilmente il momento che definirà il mio appartenere a questa epoca storica. Mi sarebbe piaciuto essere a Berlino ai tempi di Heroes. Mi sarebbe altrettanto piaciuto fare la fila in mezzo a mille scalmanate per mettere mano sulle prime copie di Exile On Main St., ma è una concitazione che posso apprezzare solo nei documentari della BBC. Quando è uscito Achtung Baby, probabilmente il disco game-changer a cui è più opportuno accostare Reflektor, ero una ragazzina. Cos’ho avuto, io? Kid A dei Radiohead, ma quell’album non ha nulla dell’eccitazione glitterata, megalomane e ambigua che ho sempre associato al rock da stadio. Un’eccitazione che mi è mancata anche quando sostenevo di poterne fare a meno.

Ci sono dozzine di band che sono partite bene come fecero gli Arcade Fire con Funeral. Molte di loro sono incappate nella maledizione dell’elastico teso fino allo spasimo (Coldplay), o hanno ceduto a una U2eizzazione del suono e delle intenzioni (Kings Of Leon) che le ha relegate nel baratro della grande distribuzione organizzata. Gli Arcade Fire sono stati abbastanza intelligenti e ambiziosi da pianificare il loro lungo e vertiginoso decollo: c’è chi si è emozionato solo alla partenza, e ci sono detrattori che non vedono l’ora che atterrino, ma per molti di noi Win Butler è ancora in alta quota. È un paradosso che gli Arcade Fire diventino monumentali proprio nel momento in cui hanno deciso di prendersi meno sul serio. Forse dipende tutto dal modo in cui hanno scelto di farlo: Reflektor deve molto al carnevale e alla musica di strada di Haiti, che non possono essere qualificate come esperienze esclusivamente ludiche. Quel che rende speciale Reflektor è la sua sorta di pensosa esoticità, e quel che rende speciali gli Arcade Fire è anche la capacità di giocare con soluzioni virali e video partecipati senza innescare una noia tremenda, ma addirittura veicolando un’emozione riconoscibile ed “aumentata”. Quando una band ci chiede di cliccare qui o di spostare un cursore abbiamo un moto di impazienza – “dateci una canzone, Cristo” – ma sia l’esperimento su We Used To Wait sia su Reflektor dimostrano che quella che viene amplificata non è la distrazione, ma una semplice e banale appartenenza. Epica non è una parolaccia, magniloquenza non è una bestemmia, e io non ho paura di una band “grande”.

Ci sono tante critiche che si possono rivolgere agli Arcade Fire: The Suburbs conteneva invocazioni anti-moderne e tese all’autarchia, l’uso che fanno del corpo negro nell’immaginario che accompagna l’ultimo disco prima o poi va problematizzato, i riferimenti religiosi sono a volte un po’ faciloni e vogliamo parlare di quel video di 20 minuti infarcito di VIP? (nota: basta prendersela con Bono che ormai è un vecchietto in pensione, la presenza più irritante è quella di James Franco). Poi ascolto Afterlife, e non vedo l’ora che il gruppo torni in tour, per darmi tutti gli Heroes e i Sandinista che non ho mai avuto.
C’è stato un momento in cui gli Arcade Fire mi hanno parlato di genitori che morivano e di vicini di casa che impazzivano. Ora è solo giusto che mi parlino di cosa significhi scendere in strada e fare rumore. Se la band riesce ad affrancarci dalla nostra posizione grigia nella storia con queste canzoni lunghe e di crazy conga, ben venga, perché gli Arcade Fire sono la grande band che ci meritiamo. Per una volta, non è insulto a noi stessi né a loro.

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