Ariel Pink

Storia di un genio (in)compreso

Terzo album per 4AD, "pom pom" è un po’ come il suo autore: copioso, provocatorio, sessualmente morboso e deviato. Incontenibile e impossibile da ricondurre sulla retta via.
Ariel Pink
Un genio incompreso in concerto il 5 e il 6 marzo in Italia

Immaginate un incrocio fra la loquacità eccentrica di Wayne Coyne, l’indole beffarda di un californiano a scelta (ad esempio Nathan Williams dei Wavves) e una vocazione quasi lynchiana nel deformare la realtà in modo perverso, e avrete più o meno idea di che tipo di interlocutore possa essere Ariel Marcus Rosenberg. Non è forse un caso che proprio il chiacchierato video di Round And Round (correva l’anno 2010), diretto dallo strampalato leader dei Flaming Lips, sia piuttosto rappresentativo di alcuni tratti distintivi di Ariel Pink: girato con un iPhone (la bassa fedeltà), si apre con Coyne che mostra un catino di “latte materno donato da 30 strane donne con cui Ariel Pink è stato negli ultimi due giorni” (giusto una punta di provocazione e di segnali circa il controverso rapporto del Nostro col genere femminile), per un brano riconosciuto all’unanimità come notevole (la genialità) e dotato del tipico filtro hypna/hauntologico con cui Rosenberg, a suo modo, ha segnato la cultura pop dell’ultima decade (l’estetica retromaniaca).

Tornando all’attualità, l’ultima esilarante vicenda circa la dichiarazione dell’uomo in rosa su un presunto contributo al nuovo album di Madonna, prontamente smentito dal manager di Madge, offre ulteriori spunti di riflessione (e risate) sul modo in cui si relazioni con la stampa – e in generale col mondo esterno: contraddittorietà, polemica, bizzarria. Un miscuglio dove a regnare, indiscussa, è la confusione. Non c’è troppo da stupirsi, allora, quando il nostro appuntamento telefonico assume fin dall’inizio dei contorni surreali: neanche il tempo di una prima domanda – plausibilmente sbagliata – e un terzo personaggio si staglia sullo sfondo della conversazione. Dalla voce sembra uscito da un horror di serie b, ma quando chiedo ad Ariel Pink di chi si tratti, la risposta suona ancora più inquietante: “È l’uomo dell’ambulanza che è venuto a prendermi. Lo faccio stare buono per un po’ così non mi distraggo”, dice divertito. Lo stesso uomo che puntuale, a tempo scaduto, rientra in scena perché “È ora che mi porti via”. Nel mezzo, riuscire a condurre Rosenberg lungo un discorso quantomeno gestibile è impresa ardua. La sua battaglia contro le insinuazioni di un’irrisolta personality crisis, le continue incomprensioni con la stampa e anche contro il tempo – comunemente inteso come dimensione correlata a un passato e a un futuro, ma che nei suoi album assume i contorni di un presente a sé stante, seppur filtrato dalla memoria -, tutto questo sembra ossessionare l’artista californiano come un fantasma che lo insegue costantemente, mentre il suo incontrollabile flusso di parole ruota in tondo, delineando i contorni deformi di un’esistenza a cavallo fra realtà e immaginazione disturbata.

I settanta minuti del suo ultimo pom pom, zeppi di trasgressioni, protagonisti morbosi e divagazioni sonore che vanno dal pop melodico di fine 60 con filtro VHS a musica per commercials, sono una passerella di personaggi deviati troppo invitante perché il tema dell’identità e della sua moltiplicazione non sia il punto di partenza del nostro discorso. “È solo un’incomprensione, quella di Ariel Pink non è una personalità artefatta, è quella di Ariel Rosenberg, l’unica esistente. Fin da bambino desideravo diventare una rock’n’roll star, e questa che vedete è la sola identità che ho conosciuto. Anzi, c’è stata prima una versione di me come artista… Sai, una roba alla Picasso. Poi è arrivata quella r’n’r e da allora non è più cambiato molto: se c’è una parte di me che nascondo è così lontana nel tempo che ora non ci sarebbe neanche motivo di mostrarla, di parlarne. O di indossare una maschera”. Una percezione di sé che sa di megalomania, ma che affonda le radici nella travagliata infanzia di Rosenberg: in terapia dall’età di cinque anni per via della separazione dei genitori (padre di origini ebree e madre di fede battista) e di una personalità border, sopra le righe e precoce fin da subito, prima di essere Ariel Pink, il losangelino sfiorò realmente la carriera di artista visivo, dotato di un innegabile talento per il disegno. I suoi schizzi sono facilmente reperibili in Rete e, nelle fattezze di mostri umano-meccanici, racchiudono già il misto di perversioni, violenza e perdita di controllo a cui parecchia della sua produzione musicale sarà legata (un titolo eloquente anche in pom pom: Not Enough Violence). Nello schizzo intitolato Attention: Fucked Up And Horny, la didascalia tratteggia quelli che sono stati alcuni degli ascolti fondamentali di Rosenberg: Throbbing Gristle, Suicide, Captain Beefheart, Cabaret Voltaire, Sonic Youth, The Residents, Silver Apples. A mancare sono solo i Cure, in seguito citati come autori del suo album preferito di sempre, Faith – “Da giovane mi ha folgorato, perché racchiudeva tutto quello che volevo essere: mediocrità, ambiguità, totalmente serio e totalmente senza speranza. Un disco senza futuro, senza un posto nel mondo, un gesto estremamente violento”, raccontava anni fa a “The Wire”.

Atemporalità e aggressività intrinseche alla musica di Rosenberg, a tutti gli effetti pioniere di quello che sarebbe stato l’hypnagogic pop di metà Duemila: pubblicati – grazie alla fiducia datagli dalla Paw Tracks degli Animal Collective – negli anni in cui anche l’hauntology di casa Ghost Box faceva capolino (2004), i primi album di Ariel Pink sono, invero, registrazioni casalinghe di fine 90, in cui lo spettro popular da lui ingurgitato a tonnellate (quello tra metà anni 60 e 80) veniva rielaborato in una personale “copia logora” (Worn Copy, non a caso, come fatto notare da Simon Reynolds in Retromania). La scrittura decadente e i suoni retrolicious, per dirla con Ariel, sono anche in pom pom segnati da questo personale rapporto con il tempo.
Ogni canzone ha la sua storia, vive nel suo mondo, non penso mai agli album come a un insieme omogeneo, con un’atmosfera complessiva sonora o tematica. L’unico legame sono la copertina e il titolo. pom pom è una collezione di momenti diversi, ognuno indipendente”. Prendendo spunto dal recente video di Put Your Number In My Phone – dove Ariel (conciato in maniera improbabile) passeggia per un centro commerciale, spingendo un amico su una sedia a rotelle e con tanto di maschera d’ossigeno sul volto, mentre provano ad abbordare ragazze e vengono puntualmente respinti – provo a chiedere se invece, un filo conduttore nei suoi testi c’è, ed è quello di mettere in evidenza il malessere, le debolezze personali, il disagio del protagonista che, di riflesso, diventa quello di chi ascolta. “Mi stai dicendo che sono un debole?!”, è la risposta – tremendamente piccata. Provo con qualcosa di più semplice, come l’assenza di “Haunted Graffiti” nel credit di pom pom, vicino ad Ariel Pink: è a questo punto che Rosenberg sale su un rollercoaster verbale in cui torna a parlare della difficoltà di farsi capire dalla stampa, delle incomprensioni generate dal fatto che Ariel Pink Haunted Graffiti non fosse una band, ma il nome del suo progetto solista e di come, per farla breve “Questa scelta non farà che aumentare la confusione costante che si crea sul mio conto”. Un ultimo tentativo, sperando di incontrare il suo favore. “Ti dichiari un ‘guardiano della tradizione pop’ e le tue canzoni sembrano spesso dei racconti bizzarri. Ti senti un moderno storyteller?”. “No, affatto. Sono solo uno che parla troppo”.

DAL VIVO

– Venerdì 5 marzo al Tunnel di Milano per il Warm Up di Elita Design Festival
– Sabato 6 marzo al Locomotiv di Bologna

 

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