Ballare di architettura

O scrivere di musica

Potreste benissimo fare a meno di leggere recensioni. Ma la verità è che non volete.
Ballare di architettura
O scrivere di musica

Non saremo mai abbastanza grati a Frank Zappa d’averci fatto intuire l’imprevedibile prolificità del genio, pure se applicato ad una disciplina da molti giudicata superficiale come il rock. Anche il vecchio zio Frank però ha qualcosa da farsi perdonare, tra cui la famigerata dichiarazione: “scrivere di musica è come ballare di architettura”. Che in realtà gli viene impropriamente attribuita (anche a Dylan e a Groucho Marx, se è per questo), essendo stata coniata casomai dal non troppo noto attore Martin Mull. Tuttavia, proprio per la proverbiale mancanza di riguardo e la sprezzante lucidità, Zappa rappresenta da sempre un testimonial perfetto per sbandierare questo assunto divenuto presto lo slogan preferito di quanti ritengono che, insomma, la musica s’ascolta e le seghe mentali dei critici sono appunto seghe mentali. La famigerata citazione compare un po’ ovunque – nelle “lettere al direttore”, nei forum, social network e blog d’ogni taglio e caratura… – con una regolarità da fare concorrenza al giramento di palle degli elettori PD. Ed è raro vedergli opposta una qualche argomentazione, anche perché il parallelismo è secco, ficcante, sedimentato. Al punto da farti sospettare che sia vero.
Lo è? Sì, probabilmente.

Tuttavia, cari denigratori di recensioni a cottimo, non avete fatto i conti con l’eventualità che di architettura si possa effettivamente danzare. E alla grande. Ve lo dice uno che di danza sa pressoché nulla ma che fra figlia e nipotine ci sta dentro fino al collo. Tutù rosa confetto, punte e mezzepunte, mamme in apnea nel brodo di giuggiole, saggi di fine anno interminabili: cose così. Alla fine ho dovuto adeguarmi, mi sono documentato, qualcosa sto cominciando a capire. Forse persino ad apprezzare. Magari la danza non sarà una “forma di architettura” – è quello che sostiene un’autorità in materia come Frédéric Flamand – ma che non possa prescindere da relazioni e strutture spaziali organizzate lo capisce anche un emerito incompetente come il sottoscritto. Per farla breve, chiedete al primo coreografo che passa d’inventare un balletto ispirato alla Sagrada Família o alla Sydney Opera House e vi risponderà: “non c’è problema”. Al confronto, ammettiamolo, scrivere di musica è una bazzecola. Detto questo, e posto che l’ascolto è senza alcun dubbio l’esperienza centrale, bastevole e già parecchio goduriosa di per sé, potreste benissimo fare a meno di leggere recensioni. Ma la verità è che non volete, non vogliamo.

Lasciamo stare la funzione propedeutica all’acquisto, che personalmente ho sempre ritenuto sovrastimata e oggi comunque depotenziata dalle nuove strategie promozionali (precisazione per le etichette: si fa per chiacchierare, continuate a mandarci i promo, ok?). Per me la recensione entra davvero in scena ad ascolto avvenuto.
Ovvero, t’immergi nell’acquario sonico in mezzo a bestioline più o meno colorate, fantasmagoriche, aspre, languide, fascinose, inquietanti eccetera. A questo punto sei nel bozzolo perfetto, baby. Te lo fai bastare? Sì, ma anche no. Perché sei vivo solo se stai in mezzo ad altri vivi. Ecco il motivo per cui esistono, tra le altre cose, le recensioni, questi cucchiaini di critica in una tazza di “secondo me”. Cosa fanno? Chiamano per nome quelle bestiacce acquatiche, ti spiegano perché sono troppe o troppo poche, benvenute o inopportune, poi magari per darsi un tono tirano in ballo la temperatura dell’acqua, la sua limpidezza, la densità. Insomma, sono la cronaca e il commento del mondo parallelo di cui sei cittadino onorario.
C’è della supponenza in questo? Sì, ma è solo per darsi lo slancio, per raggiungerti. E rastrellarti le convinzioni. Perciò ne hai bisogno, anche quando ti fanno ragionevolmente
schifo. Scrivere di musica è come ballare di architettura, dipingere di letteratura
o scolpire di culinaria: accade perché si rompe il guscio e non resta che mettere il culo fuori. Altra frase celebre di Zappa: “nella lotta tra te e il mondo, stai dalla parte del mondo”.
Oh, ecco.

Pubblicato sul Mucchio 708

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