Best of 2013 pt. 2

I dischi dell'anno del nostro staff

Hookworms

Una lista dei dieci titoli preferiti, in ordine puramente alfabetico, con commento sul disco dell’anno per eccellenza, è il tradizionale modus operandi per scoprire meglio gli ascolti dei principali collaboratori di musica, laddove oggettività critica e gusto personale si incontrano e definiscono le singole peculiarità dello staff: psichedelia allucinata e ruvida oppure sentimentale sintetica, songwriting dolorosi, ritmi elettronici, eco passate riversate nel presente, esplosioni italiane, rabbia generazionale, identità pop. Dieci flash per metter a fuoco, volendo, la firma con cui sentirsi maggiormente in sintonia, o in disaccordo.

 

Chiara Colli

Black Hearted Brother – Stars Are Our Home
Clinic – Free Reing II
Mikal Cronin – MCII
Destruction Unit – Deep Trip
Föllakzoid – II
Hookworms – Pearl Mystic
In Zaire – White Sun Black Sun
Primal Scream – More Light
Public Service Broadcasting – Inform Educate Entertain
Unknown Mortal Ochestra – II

Pearl Mystic non è il mio album del 2013. Pearl Mystic è uno degli album più sorprendenti ascoltati negli ultimi anni, e a maggior ragione in quanto esordio. Gli Hookworms hanno tutte le caratteristiche per essere una band come tante che girano di questi tempi – psichedelici, rumorosi e rituali – ma nel momento in cui esplode Away/Towards c’è qualcosa di irresistibilmente selvaggio che pulsa nel (dis)ordine, voce schizoide inclusa, che fa immaginare eredi, e non emuli, di Spacemen 3, Loop, Neu! e Hawkwind. Visto da qua, il quintetto di Leeds è una speranza per la rinascita di una psichedelia inglese non addomesticata, cosmica, all’occorrenza narcotica ma doverosamente grezza. Un disco che non ho mai riposto da quando è entrato in casa e che non vedo l’ora di sentire dal vivo. Il r’n’r non è morto, lunga vita al r’n’r.

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Simone Dotto

Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away
The Flaming Lips – The Terror
Girls in Hawaii – Everest
Massimo Volume – Aspettando i Barbari
Mazzy Star – Seasons Of Your Day
Palms – Palms
Tamikrest – Chatma
John Vanderslice – Dagger Beach
Water Liars – Wyoming
Yo La Tengo – Fade

Dodici mesi all’anno a predicare contro la pigra abitudine dell’usato sicuro e quando viene dicembre ti ritrovi per le mani una decina di titoli che razzolano come peggio non si può, affollati di formazioni ultratrentenni e da poco riunite. Ce la caviamo dicendo che gran parte dei dischi figurano in lista in quanto “fuori dal tempo”, a prescindere dalle vicende dei rispettivi titolari. The Terror in particolare è una marcia per sintetizzatori, un bad trip personalissimo che Wayne Coyne dedica al suo perduto amore, proprio quando in tanti erano già pronti a declassarlo a Vecchio Clown. L’eterno bambino che cazzeggia tra twitting selvaggio e stelle filanti muore dentro questi solchi: non suona come un classico album dei Flaming Lips ma, al contempo, è un classico che non potrebbe venire che dai Flaming Lips.

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Claudia Durastanti

Arcade Fire – Reflektor
Bill Callahan – Dream River
Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away
Drake – Nothing Was The Same
Grouper – The Man Who Died In His Boat
Mazzy Star – Seasons Of Your Day
Massimo Volume – Aspettando i Barbari
The National – Trouble Will Find Me
Waxahatchee – Cerulean Salt
Chelsea Wolfe – Pain Is Beauty

Il sesto album dei National è un greatest hits camuffato. Dentro ci sono le vette dell’ep Cherry Tree (da cui riprendono la struttura sghemba di All Dolled Up In Straps, una delle canzoni migliori che abbiano mai scritto), il lirismo già classico di Alligator e la malinconia di Boxer. I King of Pain di Brooklyn hanno capito che non è necessario che tutto cambi affinché tutto resti uguale: laddove molte band della loro statura si sono avventurate in terreni sintetici per trovare una seconda ragione di vita e forzare il canone, i National continuano a fare musica per persone che sono felici di essere tristi. Con la consueta classe, la loro spesso fraintesa ironia e un suono robusto e lancinante. Non è facile far coincidere epica e miseria individuale: i National, nel 2013, lo fanno ancora meglio di tutti.

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Fabio Guastalla

Arcade Fire – Reflektor
The Black Angels – Indigo Meadow
Blue Willa – Blue Willa
David Bowie – The Next Day
Fuck Buttons – Slow Focus
John Grant – Pale Green Ghosts
The Knife – Shaking The Abitual
Massimo Volume – Aspettando i Barbari
Primal Scream – More Light
These New Puritans – Field Of Reeds

Nell’anno dei grandi ritorni “elettronici” – dai Daft Punk ai Boards Of Canada, passando per Knife e gli exploit di James Holden e Haxan Cloak – Andrew Hung e Benjamin John Power da Bristol alzano l’asticella, veicolando le pulsioni tribali del precedente Tarot Sports in una formula più originale, sofisticata, a suo modo astratta. Il duo britannico decide di fare tutto da sé, tra le mura domestiche, per quello che dovrà suonare – parole loro – come “un paesaggio alieno”. Così in effetti è: Slow Focus si snoda tra l’incedere robotico di Brainfreeze, le suggestioni sintetiche di The Red Wing e i drones celesti di Hiddens XS, ultimo atto di questa nuova odissea nello spazio. Elettronica, noise, psichedelia si intrecciano maestosamente nella fitta trama sonora dei Fuck Buttons, mai così ispirati.

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Damir Ivic

Autechre – Exai
Ben UFO – Fabriclive 67
James Blake – Overgrown
Boards Of Canada – Tomorrow’s Harvest
Andy Cato – Times & Places
Benjamin Damage – Heliosphere
Disclosure – Settle
Stefan Goldmann – Live At The Honen-In Temple
Misty Conditions – D’zzz
Ras G – Back On The Planet

Non hanno rivoluzionato niente. Ma questa non è stata un’annata di rivoluzioni, semmai un’annata in cui dalle parti elettroniche c’è stato un deciso ritorno al buon gusto, alla qualità media, alla ricerca della classe più che del pronto-cassa. E allora diventa inevitabile premiare i più bravi di tutti (Boards Of Canada), che vincono di un’incollatura sugli altri più bravi di tutti (Autechre). Ma mentre i secondi ti uccidono, perché ascoltare Exai non è un esercizio semplice, i fratelli scozzesi riescono di nuovo nell’impresa difficilissima di creare un disco che è pura anima. Con le sue vertigini, i suoi momenti di smarrimento, le piccole euforie, le taglienti malinconie. E visto che stiamo vivendo anni non semplici, anche loro hanno scavato più verso la cupezza e il grigio. Ma facendolo luminosamente.

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Giovanni Linke

Austra – Olympia
Autechre – Exai
Boards Of Canada – Tomorrow’s Harvest
David Bowie – The Next Day
Tim Hecker – Virgins
Julia Holter – Loud City Songs
Manic Street Preachers – Rewind The Film
Oneohtrix Point Never – R Plus Seven
Rhye – Woman
Sparkle In Grey – Thursday Evening

Se c’è una cosa che David Bowie sa fare, in modo (non sempre) impeccabile, è cambiare rimanendo sé stesso. The Next Day non è estraneo a questo fenomeno, tanto che l’intera poetica del disco pare basata sullo sfruttare eco passate per riconciliarsi col presente. Lo esplicita la copertina, evocando l’iconico Heroes come radici che lo spazio bianco non riesce a contenere. Lo ribadiscono i testi, che richiamano luoghi profondamente mutati ma che ancora parlano all’uomo (lo spazio profondo, le grandi metropoli, Berlino in primis). Lo chiariscono definitivamente gli smaccati omaggi ad artisti mai avvicinati ma profondamente vicini (Billy Mackenzie in If You Can See Me, Scott Walker in Heat). Che questo album sia o meno un testamento sonoro non mi è dato saperlo. Mi fermo a ciò che so: è un capolavoro.

David-Bowie

 

Gabriele Pescatore

The Body – Christs, Redeemers
Bill Callahan – Dream River
Date Palms – The Dusted Sessions
Hookworms – Pearl Mystic
In Zaire – White Sun Black Sun
Massimo Volume – Aspettando i Barbari
Public Service Broadcasting – Inform Educate Entertain
Matana Roberts – Coin Coin Chapther Two
Suuns – Images Du Futur
Unknown Mortal Orchestra – II

Fratelli e sorelle, non perdetevi questi Skynyrd in versione psichedelica”. Così, riferendosi alla band di Leeds, si è pronunciato Julian Cope, uno che di sonorità trasversali, contaminate, opulente, una certa esperienza l’ha maturata. Pearl Mystic, allora, è il mio disco dell’anno, nonostante non sia il più bello: per armonie, in effetti, al debutto del quintetto è superiore, ad esempio, il placido Dream River del Signor Smog e pure le colte geometrie dei Suuns. Però gli Hookworms rappresentano, con assoluta eccellenza, il segno di una lisergica allucinazione che dagli 80 del secolo scorso torna prepotente, con un assalto di note evocativo che rimanda a glam e rock classico, indie d’autore e, certo, quella scena psych che dà l’impressione di essere più viva che mai. Perfetti nella loro imperfezione.

 

Elena Raugei

Baustelle – Fantasma
Black Sabbath – 13
Blue Willa – Blue Willa
Eleanor Friedberger – Personal Record
John Grant – Pale Green Ghosts
The Knife – Shaking The Habitual
Matmos – The Marriage Of True Minds
Savages – Silence Yourself
unePassante – No Drama
Chelsea Wolfe – Pain Is Beauty

Sarà perché seguire una band, prima nota come Baby Blue, che dall’underground cresce in personalità e songwriting fino a conquistare Carla Bozulich, nelle vesti di produttrice, non capita tutti i giorni e rende fieri di essere italiani. Sarà perché all’unione di violenza punk-rock e sperimentazione artsy non so resistere: è esplosione, è ipnosi elettrica. Sarà perché Serena Altavilla è la nuova voce più bella del nostro panorama e i suoi tre compagni ordiscono trame destabilizzanti, minimali ma continuamente da scoprire. Sarà perché, dal vivo, sono la più grande cosa che ho visto negli ultimi tempi e mi stendono come nessun altro. Sarà per questi e altri motivi nascosti nelle acquatiche, conturbanti profondità degli undici brani in scaletta, che non ho avuto dubbi nello scegliere il mio disco dell’anno.

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Hamilton Santià

Crash Of Rhinos – Knots
Mikal Cronin – MCII
Gazebo Penguins – Raudo
His Clancyness – Vicious
Massimo Volume – Aspettando i Barbari
Mazzy Star – Seasons Of Your Day
The National – Trouble Will Find Me
Veronica Falls – Waiting For Something To Happen
Kanye West – Yeezus
Yo La Tengo – Fade

La scelta dei Crash Of Rhinos può sembrare un po’ snob da parte mia (ah, se avessi il coraggio di mettere Kanye!), ma in realtà Knots non è soltanto la conferma di una band significativa e, per certi versi, necessaria, ma è anche il segno tangibile di come in questo “ritorno” delle sonorità emo sia da cercare un certo spirito del tempo. La cosa più importante che vado cercando da qualche anno a questa parte è un rock capace di raccontarmi il presente, le sue tensioni e le sue difficoltà. E che riesca a farlo con grandi idee e grandi canzoni. Per me nelle canzoni di Knots, nella sua architettura sonora, e nella sua complessità, ci sono le vibrazioni di una generazione che non riesce a trovare una voce e allora ne cerca molte. E per fortuna sempre più arrabbiate.

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John Vignola

Arcade Fire – Reflektor
Arctic Monkeys – AM
Black Sabbath – 13
Daft Punk – Random Access Memories
Laura Marling – Once I Was An Eagle
Paul McCartney – New
Radical Face – The Family Tree: The Branches
Virginiana Miller – Venga il Regno
Kayne West – Yeezus
Jonathan Wilson – Fanfare

Il mio disco dell’anno è un paradosso, almeno personale: non c’è niente di più lontano dagli ascolti giovanili del sottoscritto della dance dei tardi 70, immerso com’era in psichedelia californiana, Beatles e così via. Eppure, Random Access Memories ha innescato una riconciliazione e un pentimento. La riconciliazione (in atto da decenni) con le zone oscure della musica a volte snobbate ingiustamente, e il pentimento per non aver approfondito quelle strade mentre le si avevano davanti a occhi e orecchie. Random Access Memories è magnetico, retroattivo, ineludibile; qualcuno lo troverà spento o facile, ma solo per preconcetto: in realtà, avvia una ricerca divertente e profonda sull’identità del pop che magari cambia forme nel corso del tempo, ma che rimane, quando è ben scritto, una sostanza ancora non superabile.

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