Bill Callahan

Hoxton Hall, Londra - 07/05/2017

Mr. Callahan è tornato a Londra per un’intima residenza di quattro giorni, tra concerti serali e pomeridiani. Non potevamo lasciarcelo scappare.
BillCallahan_byInigoAmescua

La Hoxton Hall è una piccola sala teatrale al centro di Hackney, nascosta tra un negozietto e l’altro dal 1863. Nonostante i due livelli di ripide balconate, l’atmosfera sembra più quella di un saloon, uno spazio raccolto in cui è facile incrociare lo sguardo con il resto del pubblico e difficile prendere posto senza far smuovere un’intera fila. “Bill Callahan preferisce i concerti intimi, OK?”, scrivevano i tizi di Drag City annunciando l’evento con la consueta dose di sarcasmo. Callahan mancava da Londra dal 2014, quando portò in tour il magistrale Dream River in un contesto da grande hall teatrale. Una performance impeccabile, ricordo, ma un tantino soporifera e impersonale: Callahan statico, per niente interattivo con gli spettatori, sembrava voler riprodurre al meglio l’esperienza di ascolto del disco.

L’idea di una residenza all’Hoxton Hall sembra aver portato uno spirito comunicativo diverso. Arrivo per l’ultimissima esibizione del lotto, a poche ore di distanza dal suo concerto pomeridiano. Bill, affiancato da Matt Kinsey all’elettrica per degli accompagnamenti semi-improvvisati, sale sul palco senza tanti fronzoli: da subito lo ritrovo più slanciato e sorridente. Si comincia con Jim Cain. Oh, Bill. Sono passati ormai un bel po’ di anni da Sometimes I Wish We Were An Eagle (2009), ma quel verso “I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again” rimane la sintesi più meravigliosa dei vent’anni di peripezie liriche e sonore a nome Smog. La voce baritonale di Callahan, come al solito, impone un silenzio di tomba. Il contrasto con le ovazioni al termine di ogni brano ha un che di sacrale. Quando attacca Ride My Arrow, da Dream River, mi rendo subito conto di quanto l’optare per le piattaforme streaming mi abbia portato a rispolverare meno che in passato la musica di “zio Bill”. Che la decisione di Drag City di evitare Spotify & co. abbia inconsapevolmente riconsegnato un valore aggiunto ai brani dei loro artisti? Mi chiedo cosa ne pensi il resto del pubblico, che osservo a testa in giù dalla balconata più in alto.

Questo pezzo è vecchio come questo edificio”, mormora Bill introducendo la seconda cover della serata, la “border ballad” tradizionale Matty Groves (la prima cover era una disarmante interpretazione di Walk That Lonesome Valley dei The Carter Family). Il testo di Ex-Con, rallentata non di poco in questa ariosa versione acustica, suscita oggi come ieri qualche risata: “Whenever I get dressed up I feel like an ex-con Trying to make good”. Guardando retrospettivamente, Red Apple Falls, il disco del 1997 in cui il singolo compariva, anticipava la ripulitura del suono in chiave country-folk che A River Ain’t Too Much To Love (2003) e i dischi a nome Bill Callahan a seguire avrebbero cristallizzato per sempre. Non è un caso che a essere recuperati questa sera siano brani originariamente meno rumorosi, più vicini al sound del Callahan degli ultimi anni: Im New Here, Rock Bottom Riser e River Guard, che Bill introduce dicendo: “Questo pezzo è vecchio. Non proprio vecchio come questo edificio” (si tratta del 1999).

Sarà una fissazione personale, ma rimane la curiosità di sentirlo alle prese con alcune perle antiche, quel “darker” Bill cui allude in Jim Cain: l’oscurità opprimente di dischi come Burning Kingdom o The Doctor Came At Dawn. Non sono l’unico, a quanto pare. Quando Callahan chiede sottovoce: “Ci sono delle richieste?”, la Hoxton Hall si trasforma in una sorta di chiassosa sala d’asta. Mi stupisce sia disposto a sentire il pubblico sbraitare ad libitum. Bill si ritrova decine e decine di titoli urlati in faccia per qualche minuto. Dopo una commuovente Riding for the Feeling in apertura degli encore, il “miglior offerente” si aggiudica il classico Dress Sexy At My Funeral. Callahan accenna qualche sorriso durante l’interpretazione e conclude, estatico, con un inchino. Afferra il piatto di carta su cui ha scritto la setlist e lo lancia nel pubblico. Quattro intensi giorni di intima retrospettiva si concludono. Restiamo in attesa della prossima mossa.

foto di Iñigo Amescua

 

 


         

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