Bill Callahan

Quando ero oscuro

Sul frigorifero a casa di Bill Callahan c’è una banconota da dieci dollari attaccata con un magnete a forma di orsetto. Dice che è per le emergenze. In cucina c’è anche un set di coltelli appesi al muro con una striscia magnetica. Pure quelli, dice, sono per le emergenze.
So long, Bill Callahan
Intervista al cantautore americano

Io a casa di Bill Callahan non ci sono mai stata, queste cose le ho scoperte grazie ad “Uncut”. Perché l’unico contatto con quest’uomo che è concesso a me è di natura epistolare. Significa che io gli spedisco delle domande e che lui risponde dopo un mese, quando ormai mi sono dimenticata di avergliele fatte.

Uscito a settembre, Dream River è un disco materico e sensuale in cui il cantautore quarantottenne originario del Maryland si confronta con la soulfulness di Marvin Gaye e la malinconia ambrata di Nick Drake senza perdere nulla della sua consueta asprezza. In un mondo editoriale intasato da prodotti di non-fiction, la nostra fame di realtà rischia di privare le storie di parte del loro mistero e della loro ambiguità. Per questo ho sempre rispettato il desiderio di Callahan di preservare il suo privato e di essere all’altezza della fiction che scrive. Ed è per questo che non ha alcun senso chiedergli come mai nelle foto promozionali del disco ha deciso di sorridere o se crede davvero di essere un “lucky man” come canta in Small Plane. Allo stesso tempo, però, è difficile ignorare il fatto che Dream River sia un disco più luminoso, anche nella struttura: c’è così tanto spazio per respirare.
È buffo: c’è gente che mi dice che è un disco più luminoso e gente che mi dice che è un disco più cupo. Alcuni dicono che è più denso e altri che è più arioso. Quindi tutto questo è soggettivo. Cosa rappresenta per me? L’essermi dato un obiettivo e averlo raggiunto. Mantenere coerenza narrativa in un piccolo quadretto contribuisce a creare un quadro più grande”.

BillCallahan_byHanlyBanks2_light
Il 18 febbraio 2014 in concerto a Bologna al Teatro Antoniano. La data è sold out.

Negli ultimi anni, l’artista una volta noto come Smog ci ha abituato a dischi in cui ricorrono
elementi di geografia e antropologia americana; il suo canzoniere popolato da aquile, misantropi e cinici mandriani ormai ha poco da invidiare alle desolazioni descritte da Cormac McCarthy o Larry McMurtry. Non ci è dato sapere nulla sulle sue abitudini quotidiane, ma non è difficile immaginarlo alle prese con cavalli imbizzarriti e scoiattoli da scuoiare prima di inoltrarsi nel tramonto (ci sono diversi passaggi in Dream River che cospirano a favore di questa immagine). “La vita sta negli spazi aperti. Anche la vita da camera e negli interni è speciale, ma quella appartiene solo agli uomini ed è come se la osservassimo attraverso un microscopio, è una forma di esistenza intensa e concentrata. Gli spazi esterni dilatano, quegli interni servono a concentrare la tua attenzione su una persona sola o su un gruppo ristretto di persone. Per questo mi piace andare in campeggio, è come farsi beffe dell’universo. Come dirgli ‘vedi, riesco ad abitare anche qui fuori, a farmi una casa dentro di te’”.

Ognuno di noi sentirà cose diverse in Dream River. C’è chi penserà a Marvin Gaye, che viene apertamente citato in The Sing (“ho dei limiti come Marvin Gaye, la gioia mortale funziona così”), c’è chi penserà a Van Morrison, c’è chi si preoccuperà per la sempre più evidente transustanziazione di Callahan in Leonard Cohen. Dubito che qualcuno penserà a Misery non deve morire, eppure è da lì che arrivano alcune di queste storie. “Le influenze dell’album sono molto poco ovvie. Quando ho scritto Winter Road avevo in mente il film Misery non deve morire. Sai, l’apparenza o le sensazioni suscitate dalla neve o dal furgoncino parcheggiato lì fuori. In generale ho pensato molto a David Crosby, non tanto alla sua musica quanto al modo in cui regge la chitarra e al suo sguardo, a cosa ha negli occhi appena ha finito di cantare una canzone. Summer Painter invece è ispirata a James Lee Burke, per via di quella densa atmosfera della Louisiana”. James Lee Burke, per chi non lo sapesse, è uno scrittore texano di polizieschi e di western la cui filosofia si riassume più o meno nel seguente concetto “Ci lamentiamo sempre della violenza che c’è nel Paese, ma date un’occhiata alla nostra storia. L’America è nata da una rivoluzione violenta e da quel momento è sempre stata in guerra. Non siamo un popolo pacifico”. Arrivata a questo
punto, mi rendo conto che forse Dream River non è un disco poi così luminoso.

 

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Dal film “Misery non deve morire” tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King

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