Black Mountain

R'n'R time

A inizio aprile la band canadese pubblicherà l’atteso IV e tornerà a suonare dal vivo nel nostro paese. Un ritorno eccellente e imperioso, che spazza via ogni eventuale dubbio sullo stato vitale della musica rock. Abbiamo conversato a lungo, in anteprima, con Stephen McBean.
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Stephen McBean parla con voce bassa e strascicata, perlopiù con lentezza, ma è davvero di buonumore. Stephen è il leader della formazione condivisa, dal 2004, con Jeremy Schmidt, Amber Webber e Joshua Wells – completata da Colin Cowan dopo qualche avvicendamento dovuto alla defezione del bassista originale, Matthew Camirand. Una formazione già storicizzata se parliamo di rock, rilevante e credibile, del nuovo millennio. In uscita il 1 aprile, IV appare monolitico e, come In The Future di otto anni fa, ammonta a quasi un’ora complessiva di durata. Ci sono dieci tracce e almeno tre sono vere e proprie suite, di circa nove minuti l’una. Ci domandiamo se i Black Mountain volessero ottenere di proposito risultati talmente imponenti per il loro ritorno. “Intendi che IV è più spacey ed esteso rispetto al precedente Wilderness Heart? Sì, è più simile a In The Future e al nostro esordio. È più strano, ma è sempre rock e fa parte della stessa saga. Nel mezzo, abbiamo fatto tante altre cose, io coi Pink Mountaintops. Dopo un po’, i gruppi avvertono pressione e si chiedono cosa fare. Ma la nostra idea è divertirsi e stare bene”. Nel lanciare IV, Jeremy ha preannunciato al mondo:Our strongest material to date”. Stephen scoppia in una risata, a ribadire quanto in fondo i cinque facciano musica con devozione ma non si prendano troppo sul serio. IV, d’altronde, non è solo aggressività heavy. Anzi, è forse il lavoro più vario del gruppo, grazie all’impiego di molti strumenti. “Mmm, è appropriato. Ci sono nuance prog e new wave, ci sono synthscape. C’è roba tipo Tangerine Dream, tipo il  David Bowie più eccentrico. Abbiamo poi ascoltato tanto r’n’r. Randall Dunn, produttore e ingegnere, ha tirato fuori un bel suono dalle performance. È stato un disco semplice da portare a termine: avevamo delle canzoni e non abbiamo dovuto aspettare molto a calzarle”. Mente dei Master Musicians Of Bukkake, Dunn ha prestato servizio, oltre che per Wilderness Heart, per artisti come Akron/Family o Marissa Nadler, ma anche per nomi più rumorosi: dai Sunn O))) agli Earth. È stato richiamato in virtù del suo curriculum più pesante? “Sì, ma siamo amici e apprezziamo tutto quel che fa. Si trovava a Seattle, in uno studio – non eccessivamente agghindato, con strumentazione d’epoca – dove ero stato coi Pink Mountaintops (per Get Back, NdR). Talvolta gli studi sono caotici e pieni di gente, quando invece c’è esigenza di solitudine”. Stephen parla degli Avast! Studios, dove i Black Mountain sono stati raggiunti dal bassista Arjan Miranda (S.T.R.E.E.T.S, Children, The Family Band): “È un amico di Vancouver. Avevamo fatto un paio di tour con bassisti diversi. C’era bisogno che arrivasse un creativo come lui: può essere stimolante se qualcuno, che non ha alle spalle la storia decennale della band, ha un altro punto di vista, abbatte dettami nelle linee guida interne e magari muove delle critiche. Fa bene radere tutto al suolo, ogni tanto”.

Our strongest material to date” era stato addirittura preso ironicamente in considerazione come titolo ma si è optato per il più sobrio IV, che getta ponti coi Led Zeppelin e Black Sabbath del ‘71/‘72. Leggende da sempre accostate ai Black Mountain, designati loro eredi: un tributo voluto?Yeah, Jeremy – che cura la maggioranza delle nostre grafiche – aveva in mente sin dall’inizio che il quarto disco dovesse chiamarsi IV: abbiamo provato qualche alternativa, ma sapevamo che era il titolo giusto, nonostante sia generico. È un numero romano che trasmette una sensazione classica. It’s a very good fourth record (ride, NdR)! Tutto si mescola ed è divertente essere in una r’n’r band giocando con la tradizione. Anni fa scherzavamo sul fatto se saremmo arrivati a un quarto disco, dunque ha un senso…”. Incuriosisce anche la bella copertina, che mostra un parco lussureggiante e sfarzoso, delle fiamme e un uomo in camicia con visiera protettiva, una ragazzina che si muove con innocenza, un aereo che vola in cielo… È sempre farina del sacco di Jeremy, che si basa sul collage di immagini in cui si imbatte. Penso funzioni meglio col formato lp: come accadeva coi vecchi dischi, autentiche opere d’arte… Jeremy voleva preservare un livello artigianale, senza ricorrere alla moderna manipolazione al computer. È un collage taglia-e-cuci”. Persino la struttura di IV è consona al vinile. Le canzoni sono molto naturali. Abbiamo tolto roba e poi l’abbiamo rimessa dentro. La sequenza delle tracce è ideale per il doppio vinile. Mi piace ascoltare pure i cd, ma questo è un disco lungo! La gente se ne accorgerà quando lo metterà su (ride, NdR)”. In tempi iper veloci, sei anni di attesa per pubblicare un nuovo album non sono pochi: Di sicuro!”. A proposito di computer, Stephen ha affermato che Internet permette a ciascuno di plasmare una “Fantasy Island” personale. Vale anche per la musica? Tutti possono prendere ingredienti preesistenti e riassemblarli in brani alla Frankenstein? È in questo che risiede, oggigiorno, l’originalità?Le odierne modalità di ascolto, in shuffle o tramite YouTube, sono interessanti. Noi siamo appassionati di musica e lontani da tutto ciò, per quanto possa essere uno spunto di conversazione. Penso che, per certi versi, siano tempi difficili: alla gente piacciono determinati dischi e non altri; magari sei conosciuto per un determinato sound, ma vorresti provare altre follie perché non seguire regole scritte è eccitante. Noi, per esempio, stavolta abbiamo inserito variazioni nella voce di Amber, nei synth di Jeremy, nell’elemento rock che a volte diventa folk, a volte metal, a volte psichedelico”. L’alternanza delle voci, di Stephen e Amber, rende l’insieme fresco e dinamico: “Tutto avviene spesso rapidamente. Per dire, in Florian Saucer Attack ho provato a cantare io, ma se lo faceva Amber veniva in maniera completamente diversa. Siamo una r’n’r band con due voci. Lavoriamo in armonia, sondiamo diverse soluzioni suonando”.

I riferimenti, ad ogni modo, appartengono più o meno allo stesso periodo: gli anni 70, ma gli anni 70 come sarebbero se vissuti adesso. “Fico! Amo vari tipi di band degli anni ’70, ma a tratti i synth mi ricordano, che so, il primo Snoop Dogg o Dr. Dre. Generi diversi e momenti diversi. Alla fine, tutto si riconduce al fatto di sperimentare con ciò che ci piace sentire”. Attualmente l’affermazione in grande stile di una rock band, anche sul piano iconografico, è più difficile: è la Rete che sottrae mistero alla musica? Amo i vecchi tempi per via del mistero, del non sapere niente dei musicisti e delle loro personalità. Ci sono più band oggi, ma c’è sempre tanta musica valida in attesa che la gente vi presti attenzione. C’è meritocrazia. Prima si compravano gli album per dare una chance agli artisti sconosciuti, oppure si spendevano soldi per dischi che si bramavano. Ora si può ascoltare qualsiasi cosa anche solo per pochi secondi e non sempre c’è la medesima appartenenza, che aumentava il coinvolgimento e andava ad acquisire un valore esistenziale. L’attesa, come quando ero teenager, per l’uscita di un album o un film era affascinante”. E qual è questa musica valida? “Non ho buona memoria ma mi piacciono Suuns e Six Organs Of Admittance, oppure una punk band di Olympia, G.L.O.S.S., e musicisti che fanno avanguardia coi synth. Apprezzo gli ultimi album di Marissa Nadler e Destroyer. Uno come Ty Segall preserva una sorta di mistero anche se fa tonnellate di dischi, come se portasse avanti una missione: aspettiamo sempre cosa farà dopo. Anche i Thee Oh Sees fanno sempre cose diverse. PJ Harvey ha un nuovo lavoro in uscita. Blackstar di Bowie, al livello di Low o “Heroes”, è heartbreaking”. In una delle nuove foto per la stampa dei Black Mountain, sullo sfondo si intravede la copertina di Hunky Dory di Bowie… “Oh, è una coincidenza. La foto è stata scattata prima che Bowie morisse. Appreso della sua scomparsa, eravamo scioccati, abbiamo guardato la foto e pensato che lui è dappertutto, è ancora qui. Le sue canzoni sono ovunque. Amo Bowie da quando avevo sette anni. Mi ricordo quando, negli anni 70, ascoltavamo i suoi dischi, che sembravano venire magicamente da un altro spazio. Il giorno del servizio fotografico è stato strano: eravamo in giro e parlavamo della morte di Lemmy dei Motorhead, degli Dei del rock, e dicevamo che Bowie era per fortuna ancora fra noi… Ma sono sicuro che, in Paradiso od ovunque sia, non si stia lamentando: la sua è stata una grande vita e grande è stata la sua uscita di scena. Tutte queste persone, da Lemmy a Lou Reed, erano connessi alla Terra e ai suoi problemi. Se loro esistevano, se c’era la loro musica, le cose andavano meglio. Bowie e Lemmy, seppur differentemente, rappresentavano questo, perché erano umani. Hanno avuto successo, avevano la voce, il repertorio, l’immagine… E il mistero di tutto ciò (sbadiglia, NdR)”. Chiudiamo il valzer dei rimandi chiedendo se il boogie orecchiabile della succitata Florian Saucer Attack, seconda canzone nella scaletta di IV, sia un sottile omaggio al progetto di David Pearce, Flying Saucer Attack? “In realtà è un omaggio, sì, ma a un amico che si chiama Florian (ride, NdR). È un titolo adatto per una canzone breve e spassosa, nata in pochi minuti”.

Facendo un passo indietro, l’omonimo esordio dei Black Mountain era stato un folgorante biglietto da visita. In The Future rendeva atemporale l’heavy rock con iniezioni psych e prog, mentre Wilderness Heart suonava decisamente più folk, più lineare. “Wilderness Heart era più convenzionale. Il debutto e In The Future erano più coraggiosi, contenenti tracce lunghe come Bright Light (quasi diciassette minuti!, NdR). Si tratta di provare cose diverse: a volte funzionano, a volte no”. Com’è, dunque, IV se paragonato ai precedenti tre album? “Penso sia rilassato e divertente… Parlare dei propri dischi è arduo perché se li riascolto a distanza ci sono dettagli che apprezzo e altri che cambierei. Dopo essere stati a lungo in tour, eravamo stanchi e abbiamo programmato una pausa di qualche anno. Il primo album può essere il più complicato perché non sai ancora se ci sarà qualcuno disposto ad ascoltarti, quindi documenta una fase particolare. Forse era quello il nostro ‘strongest material’ (ride, NdR)”. E cosa sono i Pink Mountaintops se rapportati ai Black Mountain? “Mmm, sempre divertimento. I primi ora faranno un pisolino per lasciare spazio ai secondi. Non so, è un po’ uguale e un po’ differente”. Tra le altre cose, Stephen – che agli inizi di carriera si faceva chiamare One Easy Skag – suona la chitarra negli Obliterations, al debutto nel 2014 con Poison Everything: “Abbiamo fatto uno show lo scorso venerdì, il nostro ultimo per un po’. È una faccenda molto rumorosa”. Col suo trasferimento da Vancouver a Los Angeles, per Stephen sarà forse più complicato mantenere i legami con la scena locale. Il collettivo The Black Mountain Army, sul quale è stato sempre mantenuto riserbo, è però da considerarsi tuttora attivo: Sì, agli inizi le band collaboravano di più, ma il collettivo fondamentalmente esiste nello spirito, non è un’organizzazione”. I musicisti canadesi sono noti per essere bravi a fare squadra, e i Black Mountain in passato hanno dato una mano a enti sociali in assistenza di poveri, tossicodipendenti e malati mentali: “C’è voglia di interazione perché la popolazione del Canada è ridotta numericamente, quindi siamo amici di molta gente che suona coast to coast. Le persone sono produttive, non solo nella musica ma anche nell’arte, nella fotografia e in stramberie assortite”.
A guastare il clima di supporto comunitario, scatta la domanda politically uncorrect: “Tra i progetti paralleli dei tuoi compagni, quale disco ci consiglieresti?”. Lui risponde, senza esitazioni: “La colonna sonora Beyond The Black Rainbow di Sinoia Caves. Un ottimo disco, e un ottimo film: il regista, Panos Cosmatos (figlio di un altro regista, George P. Cosmatos, che ha girato film in Italia con Marcello Mastroianni e Sophia Loren, NdR), è di Vancouver ma ha origini mezze italiane e si è trasferito in California proprio per girare il suo primo lungometraggio” (se Sinoia Caves è l’alias solistico di Schmidt, Webber e Wells si sono uniti in duo come Lightning Dust, NdR). Anche i Black Mountain, nel 2012, curarono una colonna sonora, Year Zero, con materiale per metà inedito, pubblicata al solito dall’etichetta statunitense Jagjaguwar, all’interno del cui catalogo fungono da band-cardine: “Il rapporto con loro è sempre stato fantastico! Sono alive and kicking, a pubblicare dischi anche in questi tempi liquidi. Negli anni si sono connessi con altre due eclettiche label, Secretly Canadian e Dead Oceans”. I numerosi side project individuali aiutano a mantenere i Black Mountain un’entità unica? “Tornare ai Black Mountain è rimettersi in viaggio: con IV faremo più concerti possibili, andremo dove non siamo mai stati, proveremo cibo e vino differenti, conosceremo persone…”. Chiudiamo la telefonata gettando, allora, uno sguardo agli imminenti live italiani: “Cominceremo il tour a marzo. Suoneremo buona parte del nuovo disco e alcuni vecchi successi. Speriamo di soddisfare il pubblico. In Italia, specialmente, abbiamo sempre avuto a great r’n’r time!”. Buon r’n’r time a tutti.

Photo by Magdalena Wosinska

 

IN ITALIA

4 APRILE 2016 – TORINO, SPAZIO 211

5 APRILE 2016 – BOLOGNA, LOCOMOTIV

 

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