Blonde Redhead

Cittadini dello spazio

Con l'album dello scorso anno "Barragán" il trio newyorkese, adesso dal vivo in Italia, ha cambiato ancora una volta le proprie coordinate, rimanendo per paradosso fedele alla sua stessa inclassificabilità. Stanze sonore, arredate con gusto immutato e più essenziali che mai, che è sempre un piacere abitare.
Blonde Redhead
A vent'anni dall'esordio, di nuovo dal vivo in Italia per cinque date

Luis Barragán è stato un importante architetto e ingegnere messicano del XX secolo, volto soprattutto all’uso di tinte accese, giochi d’acqua, soluzioni surreali e influenze del Mediterraneo. Sua, l’eloquente dichiarazione: “La Natura diventa un avanzo di Natura, l’uomo diventa un avanzo d’uomo”. Dal 2 Settembre 2014 Barragán è anche il titolo del nono album dei Blonde Readhed, che si apre apparentemente non a caso con una title track strumentale dai connotati folk, classica ed evocativa, in linea con la successiva canzone Lady M nel far pensare giustappunto a riferimenti caldi e mediterranei. Amedeo Pace, che con Kazu Makino e Simone Pace costituisce il trio di base a New York, conversa in italiano smentendo in parte le nostre elucubrazioni: “La fantasia è ciò che cerchiamo sempre di ispirare. Le tue deduzioni, quindi, sono forse più rilevanti delle nostre spiegazioni. Stabiliamo tanti aspetti inconsciamente, senza pensarci troppo. È bello, in seguito, vedere come gli altri reagiscono a quel che facciamo. Il titolo l’ha scelto Kazu e l’ha scelto perché, quando siamo stati l’ultima volta a Città del Messico, è andata a vedere una delle case di Barragán ed è rimasta colpita, ma più che altro desiderava una parola che fosse divertente da pronunciare e che avesse un bel suono, al di là di un significato preciso”. Se Frank Zappa riteneva provocatoriamente che parlare di musica fosse come danzare di architettura, in molti hanno puntato sull’associazione tra note e mattoni (basti collegarsi ai Talking Heads di More Songs About Buildings And Food). Se è invece impossibile scindere l’ambiente – o meglio il paesaggio trasformato dagli uomini e dunque dagli edifici, dall’urbanistica e dalla cultura condivisa della città – dal comportamento di chi vi risiede, il passo successivo è interrogarsi se sia altrettanto impossibile scindere l’ambiente e l’esecuzione della musica che vi scaturisce all’interno.  “Noi siamo soliti scrivere musica in posti chiusi. Sai, a New York è arduo trovare luoghi dove poter suonare: tutto è molto caro e avere a disposizione begli ambienti è quasi impossibile perché ti buttano fuori dopo un certo periodo oppure le costruzioni vengono vendute e ristrutturate. Abbiamo sempre realizzato musica in cantine, senza finestre e senza aria. In passato siamo venuti anche in Italia, in Piemonte, ma abbiamo avuto difficoltà, proprio perché talmente abituati a contesti delimitati e privi di luce”.

Il concetto di spazio, stavolta prettamente sonoro, torna in ballo nell’analizzare Barragán, un disco che, pur preservando la vena arty del gruppo, risulta decisamente minimale: Il produttore con cui abbiamo lavorato, Drew Brown, ci ha spinto a sottrarre informazioni, quindi a lasciare che ci siano delle cose non dette e anche degli errori, degli squarci di fragilità che magari negli altri album abbiamo eliminato. Avendo più spazio a disposizione e un minor quantitativo di suoni, c’è stata anche la possibilità che i suoni stessi venissero fuori più belli. Un’unica chitarra può avere più impatto che cinque chitarre una sull’altra, che bene e o male si cancellano a vicenda”. Ciò detto, non mancano né pezzi che entrano sinuosamente in testa e potrebbero benissimo essere inclusi in un eventuale best of della premiata ditta, come Dripping, Cat On Tin Roof e No More Honey (“Mah, sì, anche se non siamo mai stati dei prodigi nello scrivere ritornelli killer, come magari fanno altri gruppi di maggior successo, e anche se i pezzi li sentiamo ancora strani, non così immediati”), né episodi dove i tre musicisti sperimentano, da Mind To Be Had – il loro brano più espanso di sempre, con i suoi quasi nove minuti di durata un po’ shoegaze – a Defeatist Anthem (Harry And I) (“Nonostante in origine non prevedessimo fosse così lungo, Mind To Be Had ci premeva tenerlo così com’era, nella sua totalità, perché non avevamo mai provato una soluzione simile. Abbiamo suonato l’intero disco giusto una o due volte”). Segnaliamo che i fratelli Pace e l’inconfondibile giapponesina tornano persino a impiegare una parola italiana, Penultimo, nella fattispecie un duetto proprio come il successivo, spettrale Seven Two, cioè le due tracce incaricare di chiudere la scaletta unendo le voci di Amedeo e Kazu che si alternano da copione per tutto il resto dell’ascolto. “Non c’è una regola, ma in genere quando partiamo a comporre è ovvio chi deve cantare cosa. Scriviamo le melodie sia per noi stessi sia l’uno per l’altra, oppure proviamo a interpretare un pezzo e, se non riesce subito a uno, riesce subito all’altra. Stavolta ho insistito per i duetti perché era da tempo che non li facevamo e volevo provare a ricantare assieme”.

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Le due voci sono solo una delle peculiarità di una band che ha fatto sempre genere a sé stante,  a livello puramente stilistico ma anche nella gestione di se stessa, specie se consideriamo che New York pullula di formazioni, più o meno già affermate, che si rifanno al passato o si ancorano all’appartenenza a determinati giri: “Tutti e tre abbiamo uno stile abbastanza diverso e con gli anni cambiano per giunta i rispettivi interessi. Quando si sommano questi fattori, ne deriva qualcosa di peculiare. I nostri limiti musicali, che siano canori o tecnici, si sono tra l’altro rivelati positivi. Abbiamo sempre dovuto prendere dei provvedimenti perché non riuscivamo a fare tutto quello che volevamo. Così, ci siamo sempre dovuti inventare un nostro tocco. A NY non ci siamo mai sentiti parte della scena, di ciò che stava accadendo e siamo sempre stati sulle nostre. Chiaramente abbiamo amici in altri gruppi, ma quando è momento di provare a creare abbiamo sempre fatto da soli e in disparte, anche perché per noi è un processo imbarazzante. Vuol dire aprirsi, rendersi vulnerabili”. Affinità o ammirazione per qualche collega in particolare? “Direi Deerhunter, uno dei miei gruppi contemporanei preferiti, e Grizzly Bear, che mi piacciono tanto. L’ultimo concerto che ho visto e che ho apprezzato è stato dei Tame Impala”.

Il 2015 segna il ventennale dell’omonimo esordio dei Blonde Redhead. Ripercorrendo una carriera eccezionale, è evidente che dopo gli inizi noise – che suscitarono paragoni con i Sonic Youth, anche in virtù del legame con l’etichetta Smells Like Records del loro batterista Steve Shelley – il punto di svolta è arrivato grazie a In An Expression Of The Inexpressible, in cui appunto i tre provavano a esprimere l’inesprimibile con un indie pop-rock estremamente sghembo e irregolare: “Per quanto pure La Mia Vita Violenta e Fake Can Be Just As Good erano dischi secondo me originali, è da In An Expression…, è vero, che ci siamo sganciati da tutto e abbiamo iniziato a capire davvero quel che volevamo fare. Rimasti senza bassista, abbiamo plasmato via via un nostro suono che prima non avevamo e da allora siamo costantemente in tre”. Hanno capito al volo se appena due anni dopo, nel 2000, arrivava Melody Of Certain Damaged Lemons, considerato il loro miglior lavoro nonché un caposaldo degli anni Zero: “Non saprei, forse il successivo Misery Is A Butterfly è stato ancor più cruciale. Ripensandoci e risentendolo, registrare Melody… è stata comunque una fantastica esperienza. Avvenne in una fattoria a Seattle, dove abbiamo vissuto, cucinato, mangiato e lavorato tutti insieme, giorno e notte”. Da lì a ogni passo è corrisposto un ulteriore cambiamento, dal songwriting barocco e filo-francese di Misery Is A Butterfly, appunto, al dream pop di 23, che ha condotto al maggior tasso elettronico del precedente Penny Sparkle del 2010. Diminuisce probabilmente l’impeto, aumenta la curiosità. “Non vogliamo rifare quel che abbiamo già fatto e non ci siamo mai detti come dovrebbero essere i brani, perché abbiamo voglia di provare altre maniere di esprimerci. Sto per esempio comprendendo solo adesso la chitarra come strumento, dai movimenti da compiere con le mani agli accordi che amo. Ci sono voluti vent’anni per assimilare alcuni fattori, ma ovviamente tutto quello che abbiamo realizzato sinora è stato indicativo e bello. Mi sento come se non fossimo ancora riusciti a comporre i pezzi che vorremmo comporre”. Alla fine dei conti, Barragán come si colloca in tale percorso? “Non so, preferirei non definirlo in parole. Questo album è concluso, ma ci sono altre idee che avrei voluto testare. Bisogna sempre rinunciare a certe cose e farne altre: quando sei in studio, si lavora in quattro o cinque persone e bisogna scendere a dei compromessi. Si parte magari con un’intenzione e si arriva a esiti differenti da quelli che si immaginavano. Tuttora, suonandolo, sto cercando di capire che disco sia. È parte della nostra esistenza di gruppo e penso sia abbastanza rilevante e diverso dagli altri, il che è un bene. L’aspetto più significativo, inedito per noi, credo sia proprio quello del maggior spazio musicale”. Nello spazio i movimenti sono liberi, nello spazio puoi inserire tutto ciò che vuoi.

 

DAL VIVO IN ITALIA

10 Marzo 2015 Torino – Hiroshima Mon Amour

12 Marzo 2015 Perugia – Urban Club

13 Marzo 2015 Ravenna – Bronson Club

14 Marzo 2015 Firenze – Viper Theatre

26 Marzo 2015 Roma – Orion Club

27 Marzo 2015 Bari – Demodé Club

28 Marzo 2015 Cosenza – Teatro Unical

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