Bloody Beetroots

A Milano l’11 novembre

"Hide" è il nuovo disco dei Bloody Beetroots, un nome dal successo planetario nel campo dell'elettronica da ballo e consumo. Un progetto che avrebbe tutte le carte in regola per non piacerci e invece...
Bloody Beetroots
11 novembre, live a Milano

Sono tranquillo. Sono molto più tranquillo…”: in effetti, incontrato di persona ed anche senza maschera Bob Rifo, la mente dietro al progetto Bloody Beetroots, ha un che di inquietante. E di affascinante. Ok, la sua vera dimensione è quella sul palco: può anche non piacervi la musica che fa, ma la devastante energia che rimbalza di continuo fra stage e pubblico in un concerto targato Bloody Beetroots è oggi come oggi qualcosa di molto raro da vedere. Ma molto davvero. Avrebbero, avevano e hanno molti motivi per non piacere all’intellighenzia elettronica e non solo: per quanto fatto finora musicalmente (rumoroso, crasso, volontariamente o involontariamente paraculissimo nell’intercettare i gusti sul dancefloor dei ventenni meno intellettuali), per il modo di presentarsi (tant’è che qualcuno si è spinto a parlare di immaginario di destra, il che non è mai una bella cosa), anche per un certo correre distaccati dalle geografie della club culture più tradizionali, inseguendo…

…già, inseguendo cosa? Domanda interessante. Domanda fondamentale. Soprattutto alla luce del disco appena uscito, Hide, e delle parole che lo accompagnano, ad esempio nel comunicato stampa ufficiale. Lì dove Rifo parla così: “Il mio intento è mettere insieme elementi culturali in grado di riempire quello che, nelle sensibilità contemporanee, io vedo come un grosso buco. La musica oggi è diventata di plastica perché abbiamo dimenticato il valore dell’attesa. Oggi, tutto è offerto in modo simultaneo; la musica non la possiamo apprezzare veramente e in profondità perché la nostra società ci obbliga ad un rapporto economico ed utilitaristico col nostro tempo – dobbiamo spendere, consumare, accumulare cose spesso inutili. Ma la storia ci insegna che l’attesa, nel senso di tempo impiegato ma anche di aspettativa, è una forza fondamentale nel forgiare emozioni intense – sia per l’ascoltatore sia per il musicista”. Non propriamente una posizione superficiale, ne converrete. Non proprio una posizione comune, tanto più nel campo della musica elettronica da ballo e da consumo. E sì che i Bloody Beetroots si ballano molto e si consumano molto, con un successo che ormai è planetario.

Poi ok, il successo planetario ce l’ha anche Guetta. Ma Guetta nei suoi dischi non si trova (per ora) Paul McCartney, non si trova soprattutto uno come Penny Rimbaud dei Crass. Già, i Crass, avete letto bene. Segno che la raccolta di guest in Hide è qualcosa di più che una semplice raccolta di figurine. “Quando il mio amico Youth dei Killing Joke, con cui stavo cazzeggiando in studio, mi chiese all’improvviso con quali artisti avrei sognato collaborare, io gli dissi: ‘Paul McCartney e Penny Rimbaud dei Crass’. ‘Bene, sono entrambi miei amici, vi metto in contatto’, questa la risposta. È andata così, semplice semplice! Poi Youth mi diede le tracce audio separate di una canzone di Macca coi Firemen, invitandomi a farne quello che volevo. Sai no cosa questo significa, vero? Significa distruggere il pezzo! E infatti… Anzi, sono arrivato anche a cambiare le armonizzazioni. E, in una seconda stesura, a risuonare tutto: a parte cassa e rullante, il resto è tutto suonato da me, con strumenti veri, tra l’altro in uno studio con strumentazione tutta analogica, una cosa incredibile – perché quello che cercavo era proprio un crossover fra un suono ipoteticamente nuovo e la vecchia scuola di Paul. Mando il pezzo. A Paul piace. Arrivo a dirgli ‘Ok, ma non possiamo lasciare la voce così’, e lui ‘Hai ragione, vieni un giorno nel mio studio, ci lavoriamo sopra’. Capisci la forza della musica? Due persone che apparentemente non c’entrano un cazzo grazie alla musica riescono a trovare un terreno comune e mille cose da dirsi. Abbiamo parlato un sacco. È stato fondamentale: abbiamo parlato sempre con l’intento di portare la musica alla ribalta, la musica era il centro dei nostri discorsi. Lì dove oggi, se ti guardi in giro, non si sta quasi più parlando di musica. Si parla del contorno”. Ancora più singificativo l’incontro con Rimbaud: “L’avevo invitato a Bassano a passare da me, visto che io ero un paio di settimane a casa dei miei genitori per riposare, ma anche quando riposo non riesco a smettere di lavorare alla mia musica. Lui arriva in città, ma tieni conto che non c’eravamo mai visti in faccia: bene, in attesa del nostro appuntamento lui stava camminando in città, io pure, ci siamo visti, senza dirci una parola ci siamo abbracciati. Capisci? E abbiamo iniziato a parlare. Tantissimo. Di tutto. Avendo la conferma che ci sono grosse affinità tra quello che volevano fare i Crass allora e quello che vogliono fare i Bloody Beetroots oggi: confondere le persone, e farle pensare. Questo è il drive di entrambi”.

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Drive notevole, ma non possiamo fare a meno di chiedere a Bob Rifo se non è un obiettivo troppo ambizioso. Soprattutto considerando quello che, non si offenda nessuno, è il pubblico medio dei Bloody Beetroots. “Bene: qua andiamo parlare di ciò che è il mio obiettivo. Questo tipo di collaborazioni nasce prima di tutto ed essenzialmente per una esigenza mia. Poi, quando accadono realmente, io posso raccontarle, posso spiegartele, posso stare come adesso a parlarne coi media, ma è prima di tutto una esigenza mia. L’esigenza di una persona che se sente che non c’è più un certo tipo di emozioni nella musica mediamente in giro oggi, prova il bisogno di fare non uno ma venticinque passi indietro. Alla ricerca di dove so per certo che le emozioni, quel tipo di emozioni c’erano. Fortunatamente Bloody Beetroots è diventato un progetto così grosso e così importante che ho l’opportunità di contattare praticamente chiunque. E mi trovo quindi a confrontarmi con persone che questi buchi emozionali li hanno riempiti, eccome. Capisci che in questo modo la mia vita viene tradotta in musica? Le cose che sento, i desideri che ho? La musica con tutti i suoi generi e sottogeneri, dove il minimo comune denominatore è, se vogliamo, l’elettronica. Ma io per l’elettronica ormai, e guarda che lo so, sono il nemico. Mi piace esserlo? Boh, che ne so: perché non è che sto recitando una parte. Vivo la mia vita, cerco risposte, in un mondo dove gira tutto molto veloce e nessuno si domanda più un cazzo. Quindi se vuoi la mia è sì una crociata, una lotta, ma è prima di tutto comunque una lotta e crociata con me stesso. Poi, chi vuole capire capisce, ma chi capisce di solito si appassiona al progetto”.

Nella nostra lunga chiacchierata c’è spazio per parlare dell’Italia (“Ormai ho quasi dimenticato l’italiano… Mi viene quasi più facile parlare in inglese. Dell’Italia non mi manca una cosa: l’incapacità di lavorare in team. All’estero è una regola, è una cosa accettata e voluta da tutti, in Italia invece è sempre tutto un gioco di invidie sotterranee, di sedie che appena possibile si levano sotto il culo dei propri collaboratori”) e anche dell’evoluzione del live set, aspetto importante: “Sarà uno show dalla pressione sonora altissima. Sempre in tre sul palco – io, batterista, tastierista – ma abbiamo la fortuna di avere un ingegnere del suono che fa spavento, bravissimo, in grado di creare una pressione sonora pazzesca: anche con limiti di 100db, lavo- rando bene sulle frequenze, dividendole a modo e curandole, riusciremo a far sentire la musica in pancia”. C’è anche spazio per controllare che ci sia la giusta dose di disincanto ed autoironia: “Perché Bloody Beetroots ha funzionato così tanto? Non lo so. All’epoca non avevo certo un approccio così meditato, così cerebrale. Suppongo sia stata prima di tutto questione di fortuna: fare, non intenzionalmente, il suono giusto al momento giusto nel modo giusto, incappando così nelle persone giuste per farti crescere come profilo e popolarità”.

Può anche non piacere, Hide. Può non piacere la sua chiassosa ecletticità, il suo rimandare comunque ai grassi ruggiti di una electro da stadio, il suo flirtare con melodie tra il gotico e il pop stando talvolta ai confini del buon gusto. Però il disco potente è potente, arrogante e sfrontato; e lo spessore sia del musicista Bob Rifo che della persona Bob Rifo rischiano di rendere – anzi, hanno già reso – i Bloody Beetroots una delle voci più perturbantemente contemporanee, nel bene e nel male, di quello che sta emergendo in questi anni – non nella versione edulcorata da manualino del successo-radiofonico-o- da-dancefloor perfetto, ma con una sprezzante altezzosità che è tutto valore aggiunto. Ne vogliamo di più, di artisti e di musiche così sopra le righe. Con tutto che, sia chiaro, l’EDM mediamente ci fa schifo (…e ci fa schifo soprattutto perché sembra coraggiosa, l’elettronica da dancefloor che sfida il pop, ma in realtà è profondamente conservatrice e nemica di ogni approfondimento teorico, morale, etico – roba che nei BB come vedete invece non manca).

 

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