Blue Willa

L'art punk degli anni 10

La band toscana un tempo conosciuta come Baby Blue cambia nome e spicca definitivamente il volo. I Blue Willa travolgono con un eccellente album omonimo prodotto da Carla Bozulich, un viscerale impatto live e una frontwoman dal forte carisma.
Foto di Angelica Gallorini

Cosa c’è in comune fra Bob Dylan e il film La morte corre sul fiume? C’è in comune la storia di una band di Prato che nel 2004, “in un giardino col vento che soffia e parecchie bottiglie di vino” e ispirata dalla celebre It’s All Over Now, Baby Blue dell’Uomo di Duluth, decide di chiamarsi Baby Blue. Archiviati un ep e due album, Serena Alessandra Altavilla, Mirko Maddaleno, Lorenzo Maffucci – subentrato nel frattempo a Duccio Burberi – e Graziano Ridolfo avviano una nuova fase sotto la sigla Blue Willa: “Tre componenti su quattro sono immutati, ma c’è stato un percorso collettivo che ha condotto a una variazione sonora. Blue Willa, che ha una corrispondenza con Baby Blue, contrassegna un gruppo, un disco e un periodo preciso”. Il nome si rifà in parte proprio all’unico lungometraggio di Charles Laughton, tratto dal romanzo The Night Of The Hunter (mantenuto come titolo originale), interpretato da Robert Mitchum e datato 1955: “Willa, che finirà annegata, è uno dei personaggi femminili. Durante un brainstorming volto all’individuazione di un immaginaraio, di un filo conduttore seppur astratto, siamo giunti in fretta a La morte corre sul fiume, portante nella nostra formazione perché assorbito da adolescenti o post-adolescenti in contesti più o meno eroici e carbonari: se lo vedi in un cineclub periferico, proiettato da una bobina logora, piena di macchie e salti, non può non rimanerti stampato in mente. Un passo stranamente coerente perché il film condensa molte delle atmosfere, delle suggestioni emerse dalle canzoni: la notte, la deformità del bene e la seduzione del male, l’orizzonte di uno sguardo infantile, la fuga e la condivisione della fuga, l’attraversamento di una crescita che fa sentire in mezzo al guado non sapendo verso quale sponda avvicinarsi”. Le potenzialità del quartetto, età media trent’anni, sono espresse appieno in quella che si può definire “Una fioritura”, benedetta nientemeno che da Carla Bozulich: “L’abbiamo incontrata nel 2007 e ci siamo innamorati. Quando pensavamo a un produttore, cogliendo l’occasione di un concerto abbiamo superato la timidezza e chiesto a lei perché in tutto ciò che fa c’è profondità. Ha risposto subito di sì. Una curiosa coincidenza è che anche lei adora La morte corre sul fiume”. Non è invece un caso che Mirko abbia studiato Cinema, sviluppando un’autentica dipendenza dalla celluloide: “I grandi registi hanno un approccio etico-filosofico chiaro, che può allargarsi sino a diventare un atteggiamento verso la vita. Utilizzando il silenzio cerchiamo la stessa potenza che su pellicola è ottenuta dai momenti di vuoto, quando non succede niente o nessuno parla. Se nella nostra musica ci sono dei pieni, sovente è in funzione dei vuoti”. La Bozulich non si è limitata a osservare dall’esterno, ma si è calata al cento percento nell’impresa: “Volevamo che prendesse per mano i pezzi e li mettesse a fuoco, li filtrasse attraverso il suo universo. C’è stata un’assonanza, una fusione di inconsci. Negli ultimi anni la concezione del lavoro produttivo si è assottigliata perché si è mediamente diffusa una capacità dei gruppi di essere produttori artistici di se stessi. Chiunque può fare un disco con lo Steve Albini di turno, che magari fornisce un’estetica specifica, ma è un peccato che nell’underground non si investano risorse ed energie in operazioni progettuali”.

 

I ragazzi parlano, seduti in un locale di Firenze che abbiamo raggiunto in furgone, mentre varie coppie si lanciano in pista a ballare il tango. Non proprio la musica che li contraddistingue, ma la location con i suoi risvolti filolynchiani è perfetta per ripercorrere la genesi di Blue Willa. Una genesi che ha le stimmate dell’epopea r’n’r. La composizione è farina del sacco di Mirko e Serena: “Ciascuna delle undici canzoni è stata sedimentata ed è un episodio a sé stante, ma si è lavorato molto in gruppo, sia su tracce pronte sia improvvisando alle prove. Abbiamo inseguito una maggiore libertà, per cui all’inizio era difficile orientarsi e dovevamo avanzare fianco a fianco”. Tra l’altro Serena, in fase di songwriting, non è mai stata altrettanto partecipe: “Mi sono sentita a mio agio nel proporre pezzi scritti in camera mia, che scaturivano da una tastierina, da un registratore a cassetta o dagli mp3”. Nell’insieme Blue Willa dà l’impressione che PJ Harvey o Diamanda Galás si impossessino del microfono con Pixies e Stooges a darsi il cambio alle loro spalle, sotto la direzione di Kurt Weill. Influenze peraltro dichiarate, nonché condivise con la Bozulich: “Abbiamo parlato immediatamente di Weill e tutti subiamo il fascino degli anni 30”. Anni 30 che sono evocati così come è evocata l’acqua: i diretti interessati definiscono la loro formula “underwater rock music from the Thirties” e nei testi compaiono immagini di mare, bollicine o città sommerse. Per quanto Mirko e Serena si siano concentrati separatamente sulle parole e i riferimenti siano accidentali, lì per lì le convergenze avevano suggerito l’opzione di un concept, alla resa dei conti latente. Tutto torna, però, ed è facile ricollegarsi a La morte corre sul fiume: “C’è una sequenza in particolare dove i due bambini protagonisti, braccati dal diabolico reverendo, salpano a bordo di una piccola barca e scappano scivolando lentamente su un fiume che solca un paesaggio campestre, accompagnati da ragni, rane e conigli che da riva li guardano passare e allontanarsi. Nel disco c’è una matrice subacquea che abbiamo avvertito a posteriori, in buona misura per via delle scelte di Carla in relazione al suono”.

 

Le incisioni si sono svolte in dieci giorni al Bombanella Soundscapes di Maranello: “È stata un’immersione caotica e stremante, una lotta per la sopravvivenza in cui affrontare in maniera salutare i propri limiti. Eravamo in perenne stato di dormiveglia, di trance. Arrivata dall’America, Carla risentiva del jet lag e procedevamo di frequente di notte, un brano per volta. Perché ogni brano è stato oggetto di un rapido seminario: prima ascolto e riflessione, successivamente livellamento di idee e confronto. Un’analisi emotiva che ha permesso di definire i dettagli, gli elementi giusti al posto giusto. Suonavamo e cantavamo – a dispetto dei numerosi saliscendi vocali – quasi completamente in presa diretta, occupandoci in seguito delle sovraincisioni. Spesso era buona la prima”. Il mood magico delle session è stato restituito dalle telecamere di Pamela Maddaleno, che ha girato l’anticonvenzionale making of Ignore The Noise In The Amp, di circa mezz’ora di durata e disponibile al link riportato all’interno del cd: “Vista la peculiarità del modus operandi, è stato utile lasciare un segno. Pamela ha ricavato una sintesi ed è stata brava nello stare sempre con noi rimanendo invisibile. Ci sono persino delle scene a luci spente, a testimoniare le ore notturne trascorse in piedi”. Lo studio Bombanella è stato utilizzato anche dai Father Murphy, altra originale formazione italiana dallo spessore internazionale, sempre con la supervisione del fonico Davide Cristiani. “Si tratta di un fortunato intreccio di casualità. Davide, conosciuto a un nostro show, aveva già lavorato sia con Carla sia con i Father Murphy, che ci piacciono particolarmente”. Non è un mistero che i Blue Willa, da poco di ritorno da un mini-tour nell’Europa dell’Est, proseguiranno a viaggiare in ottica di un sistematico sbarco oltreconfine: “Bisogna buttarsi, sondare se è fattibile… E lo è! È lecito suonare per puro piacere, ma per un musicista l’aspetto più importante è capire cosa ha dentro, scoprire radici tenaci. Dal vivo ti accorgi se una band racconta una novella da teatrino o la sua verità, che ovviamente appassiona di più. I live all’estero permettono di rapportarsi con persone sconosciute, con situazioni totalmente distanti dal quotidiano… Questo riconduce a ciò che vogliamo fare davvero: suonare e testare le reazioni. Basta mettere un minimo la testa fuori per avere delle risposte”. Se l’attuale sound dei Blue Willa non ha niente da invidiare ai colleghi stranieri, la Bozulich è stata brava nel fornire una sorta di terza dimensione alle canzoni e di pari passo preservare una personalità indubbia: “Ha allargato minuziosamente lo spettro sonoro, per far sì che tutte le frequenze fossero appagate. Da un lato ci sono bassi e tamburi molto gravi, dall’altro campanelli squillanti. È anche ossessionata dalle percussioni, che non arrivano mai in faccia ma sono ovunque, tanto che ha predisposto un vero e proprio drum box. In pratica, ha considerato faccende alle quali probabilmente da soli non avremmo mai pensato e che d’ora in poi ci porteremo dietro. Nel suo non-metodo psichedelico c’è una concretezza artigianale, anche perché è un’artista empatica che diluisce, trasmette via via il suo mestiere e al contempo spalanca delle visioni”. Per non perdersi nella massa di emuli col complesso d’inferiorità nei confronti del panorama anglosassone, è essenziale mantenere un contatto con le proprie origini, che siano quelle più genericamente italiane (“Portiamo in semi-superficie senza vergogna né timore il nostro patrimonio spicciolo, che va riconosciuto e ammesso: materiale mediterraneo, in un certo senso folk. Non è obbligatorio fare tarantelle, ma perché qualcuno dovrebbe ascoltare un italiano che finge di essere di Manchester o New York?”) o quelle legate alla propria, fervida area d’azione (“A Firenze e dintorni c’è un movimento determinato, in prospettiva ancor più interessante: molti ragazzi o addirittura ragazzini si stanno agitando e ci faranno il culo!”).

Foto di Angelica Gallorini
Foto di Angelica Gallorini

La scelta della lingua inglese, attuata in primis per ragioni sonore, è un aiuto per affacciarsi oltre i confini italiani, ma i Blue Willa hanno le armi per colpire qualsivoglia pubblico dato che in sede di palcoscenico abbiamo a che fare con una delle band più convincenti di nuova generazione, capace di innescare esplosioni elettriche fra violenza e misticismo, in simpatico contrasto con una riservatezza innata: “Per farsi le ossa abbiamo suonato tanto dal vivo, anche in ambiti del cazzo. Niente si può determinare, ma a volte in concerto si arriva a un tale stato di abbandono che il resto rimane tagliato fuori. Questo abbandono è proprio il nostro scopo ultimo”. Il potere sciamanico e le movenze di Serena danno istantaneamente nell’occhio, quindi non deve sorprendere se nei circuiti indie sono in molti a richiederne la presenza. Tra le collaborazioni, segnaliamo Velvet Score, Mariposa, La Band del Brasiliano e Calibro 35: “Esperienze che mi hanno stimolata, rafforzata. Quando torno dai Blue Willa, torno a casa. Ho praticato danza per anni e vivo la sensazione del fluttuare nell’aria. Una tappa-chiave, che mi ha fatto alzare un po’ la testa, è stata la serie di performance con la compagnia di Teatro Metropopolare, legate alla sperimentazione della voce e all’uso del corpo”. I Blue Willa, infatti, sono costituiti da elementi ben caratterizzati: ognuno svolge un ruolo specifico e si ritaglia spazio in attività parallele (Maffucci, per esempio, ha pubblicato Disco interno, un policromo album lo-fi con l’alter ego Mangiacassette), ma nessuno potrebbe essere sostituito altrimenti: “La partecipazione è enorme e riusciamo a sfondare in un blocco unico”. Un blocco di asperità, deviazioni nevrotiche, minimalismo, bizzarria e melodie di una dolcezza malsana, ottenuto grazie alla bellissima, duttile voce di Serena – in grado di passare da carezze al velluto a urla al vetriolo – che si unisce, oppone o alterna a quella aspra di Mirko, lanciato a sua volta in incontenibili virtuosismi chitarristici mentre Lorenzo maltratta con piglio stralunato il basso e Graziano scandisce ritmi marziali alla batteria.

 

Per dedicarsi ai mixaggi Carla si è infine spostata sui monti indiani dell’Himalaya e a Parigi, con conseguenze imprevedibili: “In India c’era un gran casino: monaci con campane, cani e uccelli… Ecco perché ha inserito nel disco il suono di un enorme corno. Nella capitale francese, invece, ha aggiunto una tastiera del compagno John Eichenseer. Le modifiche sono state aggiustate assieme, ma ricevere i file è stato avventuroso”. L’avventura prosegue soffermandosi su testi che emettono flash di un surrealismo disturbante, a richiamare un incrocio fra Italo Calvino ed Edgar Allan Poe. Detto dei riferimenti acquatici, la natura gioca un ruolo fondamentale a livello lirico, come ribadito da titoli come Fishes, Rabbits, Birds o Spider e dall’artwork firmato dalla talentuosa, goticheggiante Alessia Castellano, nota come Cuore di Cane: “Il ricorrere di figure animali era evidente e l’immagine di copertina è come una sfera di cristallo organica, abbastanza inquietante”. Rabbits è per inciso una delle tracce che colpisce di più, una ballata sinuosa, “una sorta di standard jazz che il trattamento della Bozulich ha fornito di colpi di scena nella sezione più scura e tribale, a scapito del lieto fine”. Potremmo poi citare l’articolata Eyes Attention, che apre la scaletta (“Serena l’ha composta e Mirko vi ha sommato i cori centrali, che Carla ha reso immensi impiegando un microfonino amplificato che manda le voci al contrario e creando un ingresso, dove sembra di udire dei passi fangosi”), oppure il travolgente singolo Good Glue, che all’epoca dei provini si chiamava provvisoriamente Punk (“È un cortocircuito tra Serena e un arpeggio. Doveva essere dritta, primitiva e concisa. Quasi onomatopeica, come nel tentativo di restituire il suono di un martello pneumatico”). Come rivela Serena, “il punk è la lettura esatta della mia tempra. Mi sono sempre sentita sostenuta dall’adrenalina dei vari Sex Pistols o Ramones. Cantare un pezzo punk è volare. È auspicabile per tutti perché è alla portata di tutti!”. I Blue Willa abbinano l’aggressività alla foggia sperimentale delle strutture, sancendo un’intrigante unione fra l’aspetto più fisico e la ricerca prettamente intellettuale, arty. È lecito tirare in causa blues, (indie) rock, noise e pop, ma è l’attitudine assolutamente punk a renderli una band necessaria in relazione al presente. Una band che, per citare il brano Moquette, si preoccupa soltanto di affondare “i denti in un mondo fatto di suoni” e si pone in totale rottura con le convenzioni, i giri che contano e le scene partorite a uso e consumo del chiacchiericcio, così come con il finto maledettismo o la ribellione per posa. Una band nuova: “Non c’è nulla di programmato e non riusciremmo mai a fare in altro modo. È semplicemente una questione di ebollizione”. (Pubblicato sul Mucchio 702)

I Blue Willa portano l’Italia al Primavera Sound insieme ai Foxhound e Honeybird & The Birdies. Qui un breve documentario di Pamela Maddaleno per capire meglio chi sono e perché ci piacciono tanto.

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