BluesFest

Londra, Royal Albert Hall - 29/10/2014

Uno dei luoghi simbolo della musica londinese, la prestigiosa Royal Albert Hall, da qualche anno a fine ottobre si anima a suon di blues.
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L’iniziativa si chiama BluesFest e unisce, ai grandi nomi della scena internazionale che si esibiscono nella hall principale, una costellazione di eventi di certo non meno spessore che si articolano nel corso delle varie giornate. Quest’anno, dal 26 al 31 ottobre, tra gli headliner in cartellone c’erano Level 42, Gregory Porter, Van Morrison, Elvis Costello, Georgie Fame, Beth Hart, Robert Cray, Sheryl Crow.

Le danze si aprono tutti i giorni alle ore 13.00. L’orario può sembrare inconsueto per un concerto, ma non in quel contesto: qualche minuto prima dell’inizio le sale sono già gremite con il pubblico che aspetta in coda fuori. La formula del festival d’altronde, con grande lungimiranza, agevola chi vuole godersi i live pomeridiani. Il prezzo è più che onesto (considerando un’offerta di 9 concerti dalle 13.00 alle 17.30, distribuiti su tre spazi al’interno della Royal Albert Hall) e i figli entrano gratis.

Il risultato è che quanto Andy Fairweather Low, sessantasaienne chitarrista e a lungo sideman di Eric Clapton, ha aperto all’ora di pranzo la carrellata di concerti del 29 ottobre in programma alla Elgar Room, la sala era tutta esaurita e l’atmosfera quella caldissima delle grandi occasioni. Fairweather Low è salito sul palco con una formazione in quartetto con lui a chitarra e voce e poi basso, batteria, clarinetto e sassofono. Nonostante l’età, Fairweather Low ha sfoggiato una voce ancora intatta, una musicalità invidiabile e tanta voglia di divertirsi, con una scaletta sospesa tra passato e presente, da una scanzonata I’ll Get You In The End alla strumentale Lightning Boogie, con tanto di medley finale e ironiche citazioni di alcuni brani noti a cui negli anni ha prestato la sua chitarra.

La sorpresa è giunta, a seguire, dalla più giovane delle band in cartellone per la giornata, The Hoax, grintoso combo dedito a un rock blues con influenze anni ’70, compatto eppure ricco di aperture alla Allman Brothers e con ampio spazio per gli assoli alla Mike Bloomfield di Jesse Davey.

The Hoax hanno quindi lasciato spazio ai Dr.Feelgood, storica band di Canvey Island che nella sua attuale incarnazione vede la presenza dell’armonicista e cantante Robert Kane, del chitarrista Steve Walwyn e di Phil Mitchell e Kevin Morris alla sezione ritmica. Un set tiratissimo, carico di adrenalina ed energia, nel quale i Dr. Feelgood hanno dato nuova vita a brani della formazione storica (quella con il compianto Lee Brilleaux e Wilco Johnson) come l’apertura All Through The City. Un set al fulmicotone, suggellato dall’ottima scelta di includere in scaletta anche alcuni dei brani recentemente eseguiti da Johnson e Roger Daltrey nel loro ultimo album, come Going Back Home.

Per i concerti conclusivi degli headliner, l’attenzione si è spostata dalle varie sale più piccole a quella principale, con una doppia presenza d’eccezione. Ad aprire la serata, l’organista Georgie Fame, classe 1943,  con i suoi The Blue Flames. Già icona della scena mod e jazz inglese, Fame ha aperto il concerto con la citazione del classico Green Onions. È stato un set all’insegna dell’eleganza e della signorilità, con Fame circondato da musicisti di prim’ordine e una formazione composta, oltre che da chitarra e sezione ritmica, da tromba, sassofono e vibrafono. Ottima la performance vocale dell’artista inglese, che, oltre a vestire comodamente i panni di virtuoso dell’organo, ha intrattenuto il pubblico con storie vissute in prima persona sulla scena jazz inglese, ricordando personaggi, dischi allora difficilissimi da reperire e omaggiando Ronnie Scott (sassofonista e cofondatore dell’omonimo club) a cui ha dedicato Don’t Send Me No Flowers When I’m In The Graveyard. Tra i momenti migliori del suo set, l’omaggio a Willie Nelson con Funny How Time Sleeps Away, una dilata versione di Moondance di Van Morrison e un conclusivo duetto con Elvis Costello, anticipazione del concerto successivo.

Dopo aver duettato con Georgie Fame (che nel corso della serata gli ha poi ricambiato il favore), Elvis Costello è salito sul palco per uno show che lo annunciava come solista ma che ha poi visto l’inaspettata (e gradita) partecipazione di Steve Nieve al pianoforte su molti dei brani (già tastierista con Elvis nei suoi Attractions). Costello ha attinto a fasi diverse della sua lunga carriera, spaziando dai classici a brani più recenti, che hanno trovato un comune denominatore nella nuova veste completamente acustica. I Don’t Want To Go To Chelsea, emblema dei suoi esordi, è stata così presentata al pubblico in un arrangiamento sostenuto solamente dal pianoforte frenetico di Nieve, che su Almost Blue ha invece imbracciato la melodica. Tra i momenti migliori, oltre all’apertura Accidents Will Happen e ad una Watching The Detectives suonata con la chitarra elettrica (che non avrebbe sfigurato anche su qualche brano in più), ottimi i pezzi tratti da dischi recenti come When I Was Cruel e The Delivery Man. Bel concerto, anche se non semplice per le interpretazioni vocali e che ha lasciato il dubbio che la dimensione ideale per i brani di Costello sia quella con l’arrangiamento che li ha resi celebri. Questo, tuttavia, non ha certo limitato la riuscita della serata, tanto che Costello ha già annunciato un tour da solo nel 2015, “Detour”, che toccherà ventuno città inglesi.

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