Cat Power

Ode a Chan Marshall


“A volte ricordo che il pubblico è lì davanti e vado nel panico. Allora mi dico: forza, Chan, quale canzone? E non so cantare, non riesco a concentrarmi e mi odio. Non sono una entertainer professionista. Non sono Neil Diamond." Grazie al cielo, Chan. Grazie al cielo.
Cat Power_Ode a Chan Marshall

C’era un sacco di gente alla Carnegie Hall, la sera del 31 marzo 2016, per “The Music of David Bowie”. Tanto il pubblico accorso a rendere tributo alla memoria del Duca Bianco, scomparso da neanche tre mesi, e molti i musicisti coinvolti: nomi come Pixies, Laurie Anderson, Michael Stipe e Flaming Lips tra gli altri. Che io sappia, non esiste una documentazione video ufficiale della serata, ma in rete si possono (ovviamente) trovare alcune riprese amatoriali. Credo di averle viste tutte, e non ho alcun dubbio su quale mi abbia colpito di più: una appassionata Five Years affidata alla voce di Cat Power. Non si tratta di una grande versione: la band – con al basso Tony Visconti – eseguì il compito senza slancio, assecondando la vaga (e un po’ svagata) impronta soul della cantante di Atlanta. Ma in mezzo a quella parata di talenti di lusso, l’interpretazione di Chan Marshall – la postura incerta, le dita che tormentano l’orlo della maglia – spiccò come uno di quei momenti in cui il farsi dello spettacolo s’inceppa ed esita sull’orlo di una frattura, illuminandosi.

La voce di Chan è una cosa strana: sembra ripiegarsi su se stessa nel momento del massimo abbandono, in uno struggimento rattrappito capace però d’ispessirsi e scivolare di colpo in un tepore languido, di cadere nella brace. Come un uccellino che si è fidato troppo del bordo del nido, come una ferita che si riapre. Quando Chan Marshall canta – quando è Cat Power, l’improbabile moniker ispirato alla scritta sul cappellino di un cliente della pizzeria in cui lavorava – ci pone di fronte alla visione impietosa della sua sconfitta assieme alla possibilità della sua grandezza. È come una promessa che si spezza davanti ai nostri occhi, nelle nostre orecchie. Sarà per questo che, nelle due occasioni in cui l’ho vista dal vivo, l’ho sentita scusarsi – quei “sorry” sospirati, strascicati – decine di volte, più di quanto mi sia capitato di sentire in tutti i concerti a cui ho assistito nella mia vita. Ma è proprio in questo che Chan è impareggiabile: ti mostra quanto la sua fragilità sia sostanza stessa del suo talento, frutto del procedere sul filo di una carriera che ha dovuto fare a pugni con la vita, sempre con l’espressione da ragazzina stesa come una maschera su quel groviglio che non riesce a celare. Una carriera che somiglia a una frase ripetuta all’infinito: non so come sia possibile, ma eccomi ancora qui.

Qualche anno fa ha dichiarato al New York Magazine: “Sono una sopravvissuta”. Un’affermazione per nulla sensazionalistica, pensando alla Chan Marshall che nel maggio del 2003 vidi letteralmente accartocciarsi sul palco della Leopolda, dopo essersi scolata una bottiglia di bourbon nel giro di sette/otto canzoni. Ma il modo in cui si riscosse e rialzò la testa per regalarci due pezzi – uno era Moonshiner, l’altro forse Good Woman? – così intensi da strapparci la pelle dal cuore, ecco, quella sua capacità di polverizzare i mostri quando pareva che l’avessero ormai ingoiata, mi ha sempre fatto credere alla potenza – felina – di quel suo sopravvivere.

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