CCCP

30 anni di Ortodossia

Il lungo articolo di copertina del numero 41 di Extra è dedicato ad "Ortodossia", il disco dei CCCP che compie trent'anni. Alla tavola rotonda dei ricordi partecipano Massimo Zamboni, Danilo Fatur, Umberto Negri e soprattutto Giampaolo “Giampi” Giorgetti, oggi Helena Velena, fondatore e animatore dei RAF Punk e di Attack Punk Records, che quel disco volle farlo. Figura chiave del punk anarchico italiano, attivista e scrittrice, Helena non ha mai parlato molto della sua storia coi CCCP, e in genere lo ha fatto malvolentieri. Ha accettato di farlo in questa circostanza.
CCCP- 30 anni di Ortodossia
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Come sai, Giovanni non rilascia interviste”, scrive il manager. Non rilascia interviste, ma a cuor contento canta – ancora – le canzoni dei suoi CCCP. I comunicati stampa dei tour annunciano nelle scalette “pezzi come quelli dei primi dischi in vinile rosso”: Spara Jurij, Annarella, Emilia paranoica. Un dato che, probabilmente, ci dice qualcosa di questa storia. Degli altri, neanche Annarella concede interviste, ma ha presentato da poco un libro e una mostra che nascono “dall’idea di rivisitare la sua storia per riportare alla luce una parte inedita del gruppo: l’espressione e l’immagine punk emiliana filosovietica”. Revival, e ideologicamente corretto: “Il percorso tematico – si spiega – è fedele, sia nelle immagini che nei parlati, alla linea del gruppo”. Massimo Zamboni, Danilo Fatur e Umberto Negri invece parlano, e hanno parlato molto in passato. Negri, uscito dal gruppo nel 1985, ha scritto anche un libro con la sua versione dei fatti: Io e i CCCP (Shake), mentre quello di Fatur è in uscita nei prossimi mesi. E Zamboni celebra i suoi 30 anni di Ortodossia in tour dal 2012. Tutti – nessuno escluso – portano in giro a vario titolo e in vari modi il brand CCCP, insomma. Altro dato che ci dice davvero molto di questa storia.

Il pretesto per tornare a parlarne sono i 30 anni veri di Ortodossia: sette pollici in vinile
rosso pubblicato a inizio estate del 1984 da Attack Punk Records, contenente materiale
registrato a maggio presso lo studio Superfluo di Bologna. Le vicende e le idee riguardanti la sua realizzazione, però, non hanno a che fare solo con la memorialistica cara ai nostalgici – vecchi o nuovi – dei CCCP: appartengono alla storia della canzone italiana e delle sue narrazioni. Come pochi altri dischi, Ortodossia è uno snodo epocale, il perno su cui insistono gli ultimi tre decenni della musica nazionale, alternativa e non. Nella sua estrema sintesi, due facciate per tre pezzi totali (più un libretto fotocopiato con collage e testi vari), contiene
già tutto. Intanto i brani: Live in Pankow e Spara Jurij su un lato, Punk Islam sull’altro.
E poi le idee, l’immaginario, un modo diverso di cantare in italiano e di pensare la canzone; tutto racchiuso in un quadrato stampato in rosso e nero, con un logo che recita:
Punk filosovietico – Musica melodica emiliana”. I fili (rossi) di tutta la storia dei CCCP Fedeli alla Linea. Per cominciare, quell’etichetta – punk – accostata provocatoriamente all’Islam, al comunismo e alla musica emiliana, e così messa in dubbio, almeno in parte, dalla musica stessa. Poi l’Emilia, appunto: una “rivoluzione copernicana” del rock, si scrisse,
in cui la periferia si faceva orgogliosamente centro: “Quando l’America indica la luna, gli idioti guardano l’America. Un piccolo sforzo e la pianura padana diventa il Texas, palcoscenico di lusso per le nostre sfighe comuni”, si legge nel libretto. La possibilità stessa di pensare a un rock, o a un punk, italiano nasce anche da qui. Lo stesso concetto di punk (e poi di rock) in Italia muta il suo senso seguendo l’ascesa dei CCCP. Poi, naturalmente, il filosovietismo, ostentato contro ogni moda o logica. Fu quello, soprattutto, il passepartout per i media nazionali, non troppo interessati alla musica ma reattivi alle provocazioni politiche: Belpoliti sul Manifesto, Tondelli su L’Espresso, la Rai… Di tutto questo Ortodossia fu il necessario pretesto.

I CCCP, in quel momento, sono in tre: L.G. Ferretti – cantante, M.U. Zamboni – chitarrista
e U.P. Negri – bassista + batteria invisibile, riportano i crediti. Danilo Fatur si aggrega in quei mesi nel ruolo di ballerino e poi artista del popolo. Dopo l’estate arriva Annarella, benemerita soubrette. E poi altri, comprimari e non: Ignazio Orlando, che registra il disco, e Bounty Scarponacci (alias Carlo Chiapparini, chitarrista dei RAF Punk), che lo produce: entrambi suoneranno nei CCCP, durante la seconda fase della loro storia. E soprattutto Giampaolo “Giampi” Giorgetti, oggi Helena Velena, fondatore e animatore dei RAF Punk e di Attack Punk Records, che quel disco volle farlo. Figura chiave del punk anarchico italiano, attivista e scrittrice, Helena non ha mai parlato molto della sua storia coi CCCP, e in genere lo ha fatto malvolentieri. Ha accettato di farlo in questa circostanza, regalandoci una conversazione torrenziale. Il suo racconto è stato tagliato e montato, come in una “tavola rotonda” del tutto artificiale, insieme a quelli di chi ha voluto, ancora una volta, testimoniare la sua versione dei fatti: Massimo Zamboni, Danilo Fatur, e Umberto Negri. È il modo che ci è parso più efficace: quattro punti di vista (non sempre coincidenti) per ricostruire, in modo corale, un pezzo di storia italiana.

(…)

A Carpi c’erano il Tuwat e un collettivo punk molto in gamba che faceva cose stupende. C’era la festa del santo patrono e il comune aveva organizzato una megafestanella piazza del paese, con un grande impiantoluci e voci, un grande palco… E loro decidono di fare l’antifesta del santo patrono, in una situazione esattamente contraria. In una piazzettina, senza palco, con un impianto voce che – credo – fosse uno stereo di casa. Con lampadine come illuminazione. Andammo a questo concerto e c’era questo gruppo che aveva come scenografia un’enorme bandiera rossa con falce e martello, e faceva questa musica che non era punk. Non avevano nemmeno la batteria: c’era la drum machine. E la chitarra era molto sottile: non era distorta, grossa, potente coi Marshall a picco, come nel punk.

Musicalmente non c’entrava niente col punk, era una sorta di pop… Il problema era che io avevo visto tempo prima suonare a un concerto dei Crass – che seguivo molto, perché la mia identificazione politica all’interno del punk era di area crassiana – un gruppo olandese chiamato Rondos. Non erano anarchici, ma dichiaratamente comunisti. Avevano anche loro la bandiera rossa con falce e martello, e curiosamente, benché avessero un batterista ‘reale’, suonavano la stessa musica: ritmo molto in evidenza, suoni sottili… Erano come una versione un po’ semplificata, più leggera dei Crass. C’era una corrispondenza sia per l’immaginario comunista sia per il suono non hardcore, ma punk più pop, più melodico, basato sulle melodie vocali. Dopo quel concerto andai a parlare con Steve Ignorant, il cantante dei Crass, e gli chiesi: ‘Ma perché, come anarchici, avete fatto suonare un gruppo comunista con voi?’. E lui rispose: ‘Proprio perché siamo anarchici. Vogliamo dimostrare che, al contrario dei comunisti, siamo aperti alle altre forme politiche all’interno di una certa area. E quindi lavoriamo anche coi comunisti, se hanno progetti simili ai nostri’. A me questa cosa sembrò bellissima. E così, quando mi sono trovata a vedere i CCCP mi sono tornati in mente i Rondos: come fossero stati i Rondos italiani.

Dunque fecero il loro concerto, molto bello, rimasi molto colpita, l’immaginario era molto forte, benché non facessero niente di particolare… Ma questa cosa di scandire i testi in quel modo, quasi recitati, su quelle ritmiche, quel tipo di parole… Mi colpì moltissimo. A differenza di tutti gli altri gruppi rock/new wave che circolavano in Italia, i CCCP avevano un immaginario. Gli altri suonavano e basta. E quindi dopo il concerto andai a parlarci e dissi chi ero, che avevamo un’etichetta, e che mi sarebbe piaciuto pubblicare un loro disco. Dissero che non sapevano come fare, perché non si consideravano un ‘gruppo musicale’ con un repertorio, delle canzoni… Era più, diciamo, una performance, con delle basi ritmiche
su cui venivano semi improvvisate delle poesie. Mi raccontarono che si erano conosciuti a Berlino, che questa cosa era nata quasi per caso. Io dissi che pensavo che avrebbe avuto una grande forza fare un disco così, e loro risposero: ‘Ci pensiamo…’. Un paio di settimane dopo mi telefonarono, vennero a Bologna e dissero che ci stavano. ‘Scriviamo dei brani più definiti e facciamo un disco’. Magari se quella sera a Carpi non li avessi visti, sarebbe potuta andare diversamente, e tre mesi dopo si sarebbero buttati in un’altra cosa”. Helena Velena

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