Chelsea Wolfe

Dell'amore e di altri incubi

In occasione dell'imminente data italiana al Musica W Festival, riproponiamo la nostra ultima intervista con la cantautrice statunitense. È notte fonda quando parliamo con l’autrice di "Abyss", l'album uscito lo scorso anno. Sprofondiamo assieme a lei in un irrinunciabile sogno gotico, dove si allungano le ombre di Carl Gustav Jung e Johann Heinrich Füssli. Un ascolto potente, a occhi chiusi, cuore trafitto.
CHELSEA WOLFE
Una cupa estate italiana al Musica W Festival

Sono le una antimeridiane quando Chelsea Wolfe, con una voce soffusa, che diremmo quasi provenire da un’altra dimensione, risponde con pacatezza al telefono. Tutto l’opposto rispetto a quel che ci aspetterebbe da questa magnetica strega degli anni Dieci, lunghi capelli corvini, carnagione bianchissima, occhi come laghi ghiacciati, trucco marcato, vari tatuaggi dalle forme esoteriche. Il suo quinto album, Abyss, trova un punto nevralgico nella sesta traccia in scaletta che trascina l’ascoltatore in un baratro, scosso da boati di rumore e improvvisi mulinelli elettronici: “After The Fall è un viaggio dal quale non si è in grado di svegliarsi, come quando ci si trova imprigionati nel sonno. Il disco, nell’insieme, è ispirato a Jung: non tanto alle sue teorie, quanto agli ultimi scritti di Ricordi, sogni, rifessioni, dove guarda indietro alla sua vita e richiama le sue esperienze. Compaiono ovviamente anche riferimenti ai suoi studi della psiche umana, ma si tratta più che altro di una considerazione personale. C’è l’inizio di un sogno, nello specifico, in cui racconta ‘I let myself drop’: ecco, questa visione è stata il catalizzatore per il concept che ho poi elaborato sul sogno, sul sonno, sulle emozioni”.

"Ero seduto alla scrivania, meditando ancora una volta sui miei timori. 
Poi mi abbandonai. Improvvisamente fu come se il terreno sprofondasse, 
nel vero senso della parola, sotto i miei piedi, e precipitassi in una 
profondità oscura. Non potei fare a meno di provare un sentimento di panico; 
ma poi, di colpo, a non grande profondità, poggiai i piedi su una massa 
soffice, viscida. Ne provai sollievo, sebbene fossi ancora in una totale 
oscurità. Dopo un po' i miei occhi si abituarono al buio, che era piuttosto 
simile a un profondo crepuscolo. Dinanzi a me c'era l'entrata di un'oscura 
caverna, dove si trovava un nano. Mi parve che avesse una pelle coriacea, 
come se fosse mummificato. Gli strisciai accanto attraverso la stretta 
entrata e, a guado, attraverso un'acqua gelida, che mi arrivava al 
ginocchio, giunsi all'altra estremità della caverna, dove, su una roccia 
sporgente, vidi un cristallo rosso, lucente. Afferrai la pietra e 
la sollevai, e sotto scoprii una cavità: lì per lì non ci vidi nulla, ma 
alla fine vidi poi che in profondità c'era un corso d'acqua, e sull'acqua 
galleggiava il cadavere di un giovinetto biondo con una ferita al capo. 
Seguì un gigantesco scarabeo nero, e dopo apparve, emergendo dal fondo 
dell'acqua, un sole rosso, appena sorto. Abbagliato dalla luce volevo 
ricollocare la pietra sull'apertura, ma allora ne scaturiva un liquido: 
era sangue! Ne sprizzava un fitto getto, mi sentii male. Mi sembrò che 
il sangue continuasse a scorrere per un tempo interminabile. Finalmente 
cessò il fiotto di sangue, e con ciò ebbe termine anche la visione”. 
(Carl Gustav Jung, da Ricordi, sogni, riflessioni).

Abyss è dedicato ai confini, sottili se non addirittura impossibili da stabilire, tra sogno e realtà, argomento che ossessiona Chelsea Wolfe. C’è di più: Chelsea soffre di paralisi ipnagogica, un disturbo percepito come una spaventosa dissociazione poiché la mente è presente – in preda a frequenti allucinazioni di apparizioni malefiche, durante la fase REM – al contrario del corpo, incapace di reagire. Forse è per questo motivo che la sfera onirica, spesso interpretata come una via di fuga dalle afflizioni quotidiane, assume qui tratti non di rado ansiogeni. Laddove il sogno sfuma direttamente nell’incubo. “Eheh, penso che i confini tra realtà e sogno non siano netti. Perché la mente è sveglia, ma il corpo è ancora addormentato. Nel mio caso, invece, la mente è sveglia e anche il corpo è sveglio, ma sono costretta all’immobilità mentre vedo cose nella mia stanza. Sono strane apparizioni in una specie di limbo. Tutto ciò si è riversato naturalmente nell’album”. Scontato domandarsi se la coscienza non sia una limitazione alle potenzialità del nostro cervello, mentre i deliri siano al contrario ben più lucidi di quanto si possa presupporre. “Tutte le aperture della mente sono interessanti da perlustrare. Mentre stavo scrivendo il disco, mi interrogavo sui processi profondi della psiche, ma pensavo pure a concetti universali. Per me c’è sempre il confronto fra il macro e il micro, il tentativo di adottare uno sguardo su una scala più vasta ma di pari passo osservare maggiormente da vicino. Non c’è conflitto perché tutto avviene allo stesso tempo”.

In Color Of Blood, su pulsazioni che si evolvono in battiti martellanti, Chelsea canta “In sleep there is no sorrow”. Nella plumbea Grey Days, attraversata da strumenti classici, si chiede: “How many hours did I throw away?”. Nell’ultima frase della title track, che chiude le danze, o per meglio dire il sabba, invoca: “Then sets me free from my slumber” (“Infine liberami dal mio sonno”). Prevale quindi l’esigenza di neutralizzare la sofferenza, costi quel che costi, oppure il desiderio di non perdere tempo? “In Grey Days non mi riferisco al sonno come a uno spreco, piuttosto al volgersi alle proprie spalle per capire il tempo che si è dissipato come essere umano, perché quando la mente è davvero sveglia si vuole davvero vivere. È una metafora. Di solito qualsiasi assunto sviscero in un disco, come in questo caso il sonno o il sogno, viene restituito in modalità differenti, più positive o più negative”. E quali associazioni ci sono fra il ticchettio delle lancette e i ricordi? Anni fa Chelsea ci rivelò di avere problemi di memoria riuscendo per paradosso a non provare grandi nostalgie. Non si dorme, del resto, anche per dimenticare o esperire altro? “Sì, il ricordo di un sogno può sembrare un ricordo reale e un incubo che ti perseguita può confondersi con un flashback”. Non mancano gli incubi in Abyss, tra creature misteriose che divengono macchine, sfere solari spente, vene e sangue, urla e lacrime, diavoli, fauci ferine e il fiume Stige, follia e solitudine, foschie blu, luci bianche e tempeste nel deserto, peccatori e santi, notti e panorami senza fine, “generazioni di tristezza”. Ma le visioni sono anche quelle del cuore: “Where are you” è la domanda che aleggia nel minimalismo delicato di Maw, “I don’t want to live without you” parrebbe la replica che compare più avanti, nell’acustica dolcezza di una Crazy Love pronta per far impazzire tutti i Mark Lanegan dell’universo – lui che in passato ha già coverizzato la magnifica Flatlands e di cantautori tormentati se ne intende.

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Abyss, come si sarà capito, è un album che si alimenta di contrasti, in cui coesistono distorsioni e giri suadenti (Dragged Out), vulnerabilità lacerante e crescendo cacofonici (Survive). Sì, hai ragione, ci sono assolutamente molti cambiamenti, molti alti e bassi. Mi piace giocare con le dinamiche”. Insomma, Abyss racchiude tutte le anime della Wolfe. Ci sono gli affondi heavy rock ben rivelati in Apokalypsis del 2011 (il secondo disco dopo l’esordio ufficiale The Grime And The Glow), c’è il noir folk acustico emerso in Unknown Rooms del 2012, ci sono le nuance sintetiche utilizzate in Pain Is Beauty del 2013. Una sintesi voluta? “Qualcosa di simile è probabilmente avvenuto in maniera spontanea. Sai, stavamo sperimentando con suoni differenti, che fossero elementi elettronici o roba ricollegata al r’n’r e alle canzoni folk. È stato un po’ come unire tutto assieme, a modo nostro. È una combinazione delle sonorità che stavamo sondando, ma far sì che confluissero nell’album non è stato deliberato”. L’ordine dei pezzi parrebbe comunque studiato: la partenza semi-industrial di Carrion Flowers è forte e altrettanto lo è la conclusiva, avanguardistica title track, che conduce in una voragine di loop pianistici e archi dissonanti. “Sì, la tracklist è indubbiamente importante per me. È l’ultimo passaggio che curo, quando ho i mix pronti. Ascolto il materiale e prendo in considerazione anche i testi, perché il tutto scorra, come fosse una storia”.

Al di là dello stile assolutamente personale, questa varietà timbrica fa sì che si pensi tanto ai primi Black Sabbath quanto alle spirali discendenti dei Nine Inch Nails, tanto al songwriting fantasmatico della PJ Harvey di White Chalk o di Marissa Nadler quanto a certe soluzioni strumentali tipiche di Constellation Records. “Ascolto Pentagram, Earth… Ma non ascolto molto quando compongo, anzi ci sono periodi in cui non ascolto proprio nulla perché non voglio canzoni altrui nella testa. A volte desidero solo finire di lavorare al mio disco per riprendere ad ascoltarne altri! Però voglio creare la mia musica, quindi faccio avanti e indietro”. Ne è scaturito un disco importante: le undici tracce sono abbastanza articolate, la durata complessiva ammonta a circa un’ora. Ad oggi, il capolavoro di Chelsea Wolfe? “Uhm, non mi chiedere una cosa simile!”, bofonchia ridacchiando, nell’unico momento dell’intervista in cui si lascia andare appieno. Di sicuro è una prova eccellente e coraggiosa, per niente accomodante a dispetto dell’attesa generata attorno al personaggio: “Non posso dirlo con certezza, ma forse è il capitolo più a fuoco a livello di band. Magari perché, avendo già fatto quattro dischi, abbiamo imparato a prenderci i nostri spazi. Io di solito abito a Los Angeles, ma per l’occasione mi sono trovata sulle montagne, dove eravamo liberi di concentrarci a lungo sui brani”. Già, la band acquisisce ulteriore compattezza ed è ormai una sicurezza: Ben Chisholm e Dylan Fujioka, con la partecipazione di Mike Sullivan dei Russian Circles – con i quali Chelsea stessa ha collaborato – ed Ezra Buchla. Dall’altro lato, però, ci sono novità ambiziose, ovvero la decisione di chiamare John Congleton, uno che sta mettendo le mani su quasi tutti i titoli più significativi dell’attuale pop rock alternativo: “Beh, mi sono improvvisamente chiesta se avessi voluto fare tutto per conto nostro, come avviene tipicamente, o coinvolgere un produttore e avevamo solo due nomi in mente: John era uno di loro; i tempi erano propizi e ci sembrava una buona scelta. Siamo andati in studio, a Dallas, per un mese”.

Un’altra connessione peculiare è quella con Sargent House, etichetta losangelina che presumibilmente influisce sull’attenzione ricevuta persino dagli appassionati di musica più estrema: “Uhm, mi sento fortunata a farne parte. È una collocazione ideale per un artista che prova a crescere, perché è una label che incoraggia a essere se stessi, seguire i propri desideri. Vi sono diverse sonorità nel suo catalogo (tra gli altri, i succitati Earth e Russian Circles, Boris, Deafheaven e i Marriages di Emma Ruth Rundle, NdR) e sono stata in tour con vari compagni di scuderia, inclusi i Wovenhand”. I sermoni southern gothic di Dave Eugene Edwards si abbinano senz’altro bene alle dark song di Chelsea, che non ha mai né del tutto sposato né respinto la “cornice gotica”. Ma come si destreggia Abyss tra buio e luce? “Talvolta in Abyss divento parecchio cupa e non c’è nessun sollievo, ma in genere cerco di bilanciare con episodi più chiari, per esempio ricorrendo alla melodia. Ci sono brani senza speranza, ma non lo faccio apposta. È che le situazioni delle persone nel mondo sono proprio così, senza speranza, e mi piace riportarle con onestà”. Prima della sua scomparsa, la scrittrice gotica Chiara Palazzolo rifletteva che “Dopo l’11 settembre il mondo è completamente cambiato ed è diventato più cattivo, ostile, difficile da decifrare”, per cui “Il mood del tempo in cui viviamo è dark” e tale approccio alle materie artistiche non farebbe altro che “scandagliare i lati oscuri dell’animo umano e della situazione sociopolitica che ci circonda”. Concorda, la nostra signora rock dell’oscurità, che nella spettrale Simple Death descrive proprio un “Dark, dark world”? “Sì, in fondo ho sempre cercato di fare reality music”. Saliscendi fra ballata e staffilate doom metal che si risolve in un ritornello funereo (“My heart is a tomb / My heart is an empty room”), Iron Moon prende le mosse dalla vicenda dell’immigrato Xu Lizhi, giovane dipendente della compagnia cinese Foxconn morto suicida nel 2014, dopo aver vergato poesie sulle difficili situazioni lavorative nella città di Shenzhen. “So che il sogno è un tema un po’ più surreale, ma la base delle mie canzoni è la vita vera, il mondo intorno a noi”.

Ho ingoiato una luna fatta di ferro 
Certi la chiamano chiodo

Ho ingoiato scarichi industriali, certificati di disoccupazione 
I giovani ingobbiti sui macchinari muoiono prima del tempo

Ho ingoiato ritmi disumani
 e destituzione 
Ho ingoiato passaggi pedonali, una vita ricoperta di ruggine

Non posso ingoiare più
 
Tutto quello che ho ingerito mi spilla fuori dalla gola

E così srotolo la terra
 dei miei antenati

In una poesia senza grazia. 

Xu Lizhi, I Swallowed
 A Moon Made Of Iron (traduzione di Claudia Durastanti)

Se all’insolita questione della paralisi nel sonno è stato dedicato un documentario, The Nightmare di Rodney Ascher, al Sundance Film Festival del gennaio 2015 (“Oh, non lo sapevo”), la songwriter californiana è stata impegnata a co-sceneggiare e interpretare il film Lone di Mark Pellington, del 2014, che prende i dialoghi dai testi di Pain Is Beauty ed è stato presentato come “uno sguardo voyeuristico nel subconscio astratto, catartico”, “un’esplorazione sonora nei temi di natura, sessualità, memoria, mortalità, perdono, amore, innocenza, fragilità, violenza e bellezza”. Le immagini della pellicola, per ora diffusa in chiavette USB, appaiono misteriosamente inquietanti: “Nelle intenzioni di Mark è un horror psicologico. È stato stimolante connettersi e capire insieme gli argomenti. Ci sono vicende individuali, che lui voleva toccare. È stata una partnership speciale, che mi ha lasciato ottime sensazioni”. Ma Chelsea Wolfe, che ha più volte dichiarato di amare “cicatrici, fallimento, disordine, distorsione” perché “la perfezione è brutta”, che registi vorrebbe per dirigere i suoi incubi? “Apprezzo David Lynch, Strade perdute è fantastico. Adesso amo soprattutto John Waters, Werner Herzog e Lars von Trier, che trovo magici nel semplificare certe tematiche”.

71hOFb3BGNL._SL1500_A proposito di uomini dietro la cinepresa, è curioso rammentare che in Barry Lyndon Stanley Kubrick ammiccò allo stesso quadro omaggiato dalla magnifica copertina di Abyss, dove una pseudo-Chelsea è ritratta fluttuante nell’aria, in un’atmosfera azzurrognola. “È un rimando al famoso dipinto L’incubo di Johann Heinrich Füssli, che è stato una fascinazione opportunamente riadattata: il soggetto sta dormendo in una sorta di limbo e si relaziona bene al contenuto dell’album. Ho conosciuto l’artista che ha realizzato la mia copertina, Henrik Aarrestad Uldalen, l’anno scorso e ho pensato subito a lui perché lo trovavo perfetto (Uldalen affronta ‘the dark sides of life’ ricorrendo ad ambienti perennemente sospesi, dreamy, NdR). Il risultato è molto bello, gliene sono grata”. Andando a ritroso Füssli, che leggenda narra amasse definirsi “pittore ufficiale del diavolo”, introdusse demoni e immagini conturbanti in un background romantico, a puro specchio degli istinti, delle passioni. Per lui non esistevano la ragione né l’affidabilità dei sensi, bensì solo l’ignoto: “Una delle regioni più inesplorate d’arte sono i sogni”, uno dei suoi motti. L’incubo, olio su tela del 1781 riprodotto in più versioni, raffigura una donna addormentata: sopra il suo petto siede un nano ghignante e dalla tenda, sullo sfondo della camera da letto, spunta la testa di un cavallo. A ben guardare, però, la ragazza è pallida, in posizione innaturale e dall’espressione sofferente. Una stampa dell’opera fu inclusa ne L’uomo e i suoi simboli di Jung: il cerchio incredibilmente si chiude. E guardando da vicino e da lontano Abyss? E ascoltando e riascoltando le sue canzoni? Cosa vediamo, cosa sentiamo, cosa sogniamo o ricordiamo di aver sognato? “Some nights I know I’ll find the answer / In silence / I hear it cry / Lost and alone in confusion / I’m screaming / But I can’t wake up”.

IN ITALIA
14 agosto – Musica W Festival, Castellina Marittima (PI)

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