Chelsea Wolfe

Queste materie oscure

Il 3 settembre è il giorno di "Pain Is Beauty", il nuovo album di Chelsea Wolfe.
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Io dico “gotico” e voi pensate a Robert Smith, agli anni Ottanta, a un esercito di ragazzini con il cerone anacronistico rispetto alla vita di tutti i giorni, o rispetto alla vita e basta. Io dico “gotico” e voi pensate a gente che avete preso in giro a scuola perché indossava i gadget di Nightmare Before Christmas, indicativi del modo in cui il “gotico” si è disperso e fumettizzato. Perdendo, forse, quello che lo caratterizzava più di tutto: una forma di militarizzazione estetica e morale, quasi sacerdotale, che rendeva chi ne faceva parte un prescelto.
Ho visto i pochi dark della mia generazione vivere in attesa di tempi e ispirazioni migliori, nascondendo i Death In June in un posto molto privato del loro cuore. Anni dopo li ho visti tirare un sospiro di sollievo dinnanzi Interpol: dark was cool again. Sono passati circa dieci anni e il “gotico” si è affrancato da quei precipitati metal o emocore che ne hanno appesantito la struttura in modi che molti di noi preferiscono dimenticare.
Se queste materie oscure godono oggi di nuova popolarità, è anche grazie ad artiste come Chelsea Wolfe. Se la sera passeggio per Dalston e vedo ragazze con le labbra color fegato e le croci ai lobi e le gambe pallidissime che si stagliano da un paio di goffe Creeper, dev’essere anche per colpa sua. Faccio attenzione a usare la parola “popolarità” in relazione al dark, che non necessariamente aspira a essere rilevante: quando fai parte di una setta, non ti interessa essere quota maggioritaria di una società. Il tuo obiettivo è stare proprio lì, al margine. Ma se c’è una cosa che vuoi, è essere prescelto. E vuoi essere bello, perché la bellezza è qualcosa a cui hai diritto.

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Wolfe non è “gotica” nel senso in cui molti sono portati a immaginare il genere: non ha un’oncia di sfiga addosso e non è monocolore. E se lo è, non è detto che scelga per forza il nero. Ma è proprio la sua attenzione verso forme di malinconia diversa – in questo ultimo disco può ricordare Grouper (Lone), le Breeders (Destruction Makes) e persino Lana Del Rey (They’ll Clap Hand) – a farne una delle paladine più credibili del movimento. Perché Wolfe non fa caricatura di un genere, non lo illanguidisce come Zola Jesus e non lo “cristallizza” come la pur bravissima Soap And Skin. Chelsea Wolfe non ci dà una nuova Nico perché sa che non è quello di cui abbiamo bisogno.
Ricordo quando non era dark nessuno, o quando quelli che lo erano lo facevano in maniera sbagliata. Davanti a un ragazzo conciato come Peter Murphy che appendeva volantini per una serata eloquentemente chiamata “TodtTendenz” durante l’università, chiesi a un amico cosa ne pensasse. Un amico che era dark quanto potevo esserlo io: triste, ma senza la divisa. E lui disse: “niente, che devi contestualizzare il tuo dolore“. Ecco, se il “gotico” oggi vive una condizione particolarmente felice è perché ci sono artisti che ci aiutano a fare proprio questo. Artisti meno militarizzati, meno esoterici e spesso vicini al dancefloor (sono pronta a scommettere su un’imminente collaborazione tra Chelsea Wolfe e gli M83), che forse del gotico prendono solo la morbosità e l’abbigliamento monocromo (vedi gli XX) o una certa simbologia (vedi Fever Ray), ma non per questo sono meno tragici o maestosi. A volte, rimescolare le materie oscure è l’unica arma che abbiamo per far sì che sopravvivano. Ed è l’unico modo per far sì che, in questo scenario musicale in cui tutto cambia e niente cambia, in futuro io possa dire “gotico” senza che vi vengano in mente solo i Cure, Nightmare Before Christmas o i romanzi di Anne Rice. L’unico modo per far sì che nella vostra accumulazione di esperienza ci sia spazio anche per Chelsea Wolfe, Stoker di Chan Wook Park e Jon Snow di Game Of Thrones, che gradualmente andranno a cambiare la vostra idea di cos’è “gotico” e di cosa significa. Perché dark is beauty, oggi come trent’anni fa, e diffidate di chi vi dice il contrario: tutto quello che è successo in mezzo non importa.

Pubblicato sul Mucchio 710, intervista sullo stesso numero.

 

 

 

 

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