Cloud Nothings

Affrontare la vita

Reduci da un lavoro importante e angolare come "Attack On Memory", i Cloud Nothings di Dylan Baldi tornano con "Here And Nowhere Else". Nuovo produttore, da Steve Albini a John Congleton, perché volevano qualcuno che dicesse loro come fare le cose al meglio e non li lasciasse sfogare e basta. Stesso sound. Stessa rabbia. Stessa sensazione di possedere la musica come unica arma per far sentire la propria voce e disperazione.
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Alla fine la cosa fondamentale, quella che più conta, è affrontare le situazioni”. Affrontare le situazioni, in italiano, non riesce a rendere l’idea del suo corrispettivo inglese: to deal with things. Quello che qui sembra rassegnazione all’impotenza, e quindi naturale fatalismo in un contesto ostile, lì diventa rabbiosa opposizione dove affrontare vuol dire entrare in conflitto. Sporcarsi le mani. Mettersi in gioco. E tra i gruppi che negli ultimi anni hanno cercato di mettersi in gioco nella maniera più onesta e nuda possibile, spiccano senz’altro i Cloud Nothings, da Cleveland. Una band che gira attorno a Dylan Baldi, alle sue idee, alla sua vita. Lo abbiamo intervistato per l’uscita di Here And Nowhere Else, a seguire l’acclamato Attack On Memory del 2012, che la critica ha messo in cima alle classifiche di fine anno (siti come “Pitchfork” e “Stereogram” ci hanno puntato quando parlavano di ritorno del rock, assieme a Japandroids, The Men, Metz o Titus Andronicus).

Questo ultimo lavoro, il quarto di Baldi e soci – perché il misconosciuto Turning On vale come esordio a tutti gli effetti, seppur nella sua sgangheratezza – conferma la cesura netta operata con Attack On Memory. Prima si scherzava, con un pop noise lo-fi e per certi versi molto “fresco”. Ora si fa sul serio. Ora si cerca di capire come combattere l’apatia e l’ansia della vita moderna. Ora si cerca di risolvere la situazione, per lo meno nella sfera privata, e diventare grandi. E senza pressioni, nonostante il fatto che, per la prima volta, il gruppo fosse atteso dopo un disco che ha decisamente alzato il livello. “Per come sono fatto, se avessi cominciato a scrivere canzoni preoccupandomi di cosa pensavano gli altri mi sarei focalizzato solo su quello augurandomi andassero bene per tutti. Invece ho cercato di concentrarmi sul fatto che se a me piacevano, allora andavano bene. Perché ne sarei stato felice e anche fiero”. Dimensione personale fortissima, quindi, proprio perché: “ho fatto finta di scrivere un disco che non sarebbe interessato a nessuno. E questo ha reso tutto più facile”.

E’ curiosa questa ricerca ossessiva della dimensione personale, solitaria, quasi a volersi isolare dalla realtà circostante per poterla metabolizzare. Isolarsi o anche fuggire. Ma più che fuggire è un continuo movimento, l’impossibilità di stare fermi per non sentirsi morire soprattutto quando si è cresciuti in posti dove le cose, semplicemente, sembrano non accadere: “Non ci sono tante fonti di ispirazione o sistemi di influenze che posso citare. Alla fine molto di quello che scrivo o dico viene fuori mentre viaggio o cammino. Sono cresciuto a Cleveland e ho sempre avuto voglia di andarmene. La mia fidanzata abita a Parigi, quindi sono spesso da lei e mi piace andare in giro. Rifletto su quello che voglio fare e cerco sempre di essere in movimento perché non voglio avvertire le sensazioni provate quando mi trovavo fermo nella mia città”. Ed è per questo che i testi di Dylan Baldi sembrano un insieme di slogan. Sono parole che diventano inni con molta facilità. Questa attitudine, in Attack On Memory, era fortissima. Ogni canzone era un inno, da urlare a squarciagola come se non ci fosse un domani. No Future/No Past, Our Plan (“No one knows our plan for us / We won’t last long”), Wasted Days (“I thought / I would / Be More / Than this”), eccetera. “Cerco di concentrarmi sulle cose. Non sulle parole. Cerco di essere diretto. Nella musica come nei testi”.

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Ed è forse la ragione per cui tutto il sistema visivo su cui si basa la “seconda vita” dei Cloud Nothings, ovvero la vita cominciata dopo il secondo disco omonimo passato in sordina, è esplicito a livelli quasi retorici. Le copertine, i cui scatti sembrano ritrarre città fantasma e luoghi di purissima desolazione. I video, in bianco/nero. L’aspetto della band, che ripropone quella tradizione indie per cui non era centrale vestirsi come un musicista alternativo bensì essere un musicista alternativo. Si può quasi dire che quello che interessa di più a Baldi sia fotografare la realtà e catturare gli istanti. “Figo. Non ci avevo mai pensato. Sì, direi che è un paragone azzeccato. Mi ci ritrovo”. Ma la caratteristica più importante è che questa energia nervosa sia espressa attraverso il suono urticante delle chitarre elettriche che suonano come se da loro dipendesse il senso delle cose nel momento in cui le si fanno. Come se, decenni dopo il punk e il grunge, suonare incazzati sia la maniera migliore per incanalare in maniera strutturata la rabbia esistenziale. “Non credo che tenere dentro le emozioni sia positivo, anzi è stupido. Ti stressi, ti fai male e fai male a tutte le persone che hai attorno. E credo che il mio approccio alla musica, ai testi e a quel che faccio, sapendo che bisogna affrontare i problemi, sia un modo di fare terapia. L’energia che viene fuori dal disco è dovuta al fatto che, quando suoniamo, non ci importa di come siamo e come stiamo. O meglio, non ci pensiamo, suoniamo e basta. Non riesco proprio a immaginarmi eseguire una ballad”.

Questo crea un contatto tra le band che oggi cercano di buttare tutta l’energia del mondo in una canzone da tre minuti con alto tasso di distorsione e le band che negli anni Ottanta e Novanta credevano di poter essere la nostra vita, a ragione. Se ci pensate, la situazione è un po’ la stessa. Quei gruppi su cui abbiamo costruito una mitologia avevano una missione: riempire il vuoto dell’esistenza. Non avevano punti di riferimento, non avevano un orizzonte e non avevano nemmeno un’utopia verso la quale tendere. Suona familiare? Come se l’originale spirito indipendente, come modo di essere onesti, sinceri e spietati, fosse tornato basilare: “Ritengo che alla fine gli adolescenti pensino e provino sempre le stesse cose, in qualunque periodo. L’idea del non avere futuro e cose simili. Ogni generazione ha il suo tipo di musica e il suo tipo di orizzonte, che vede più o meno chiaramente. Non sono neanche in grado di creare un collegamento tra le due situazioni perché io suono la chitarra e compongo senza pensare a niente e nessuno, quasi come un cantante folk. Siamo solo l’ennesimo capitolo di un flusso di band che hanno qualcosa da dire. Se stessimo conversando normalmente, non in un’intervista, per me sarebbe difficile parlare di tutto ciò. Proprio perché non ci sono tanti ragionamenti da fare. Non voglio che tutto diventi arte, ma solo fare una cosa che sia buona per me e possa arrivare a molte persone che magari condividono ciò che percepisco io. Tutto qui. Attack On Memory e Here And Nowhere Else non sono nati come risultato di un percorso artistico particolare, ma sono impregnati della vita che vivo, delle idee confuse che mi vengono in mente mentre attraverso il mondo. Per il resto, mi interessa soprattutto che l’energia arrivi”.

Ecco, l’energia. Alla fine di questo lungo discorso si capisce che – sebbene si fugga da ogni ragionamento programmatico – le chitarre suonate come se si fosse su un’automobile lanciata a velocità folle contro un muro sono un mezzo per incanalare e far esplodere l’energia. Quello che si prova dentro. Lo stesso vale per la forza che certe parole riescono ad assumere: “I miei testi non vengono concepiti come poesie, ma più come degli slogan, delle affermazioni. Per far percepire che tutto è vero, compresa la merda che vedi quando vagabondeggi per Cleveland, che ti auguro di non vedere mai”. Il suggerimento, anche in tal caso, sarebbe un ritorno allo spirito indie così come lo possiamo intendere noi, periferici abitanti dell’industria culturale che leggono Michael Azerrad e pensano che tutto funzioni a ciclo continuo perché non può piovere per sempre. Ma se glielo chiedi, Baldi nicchia e si divide come al solito tra l’estrema consapevolezza delle cose che stanno succedendo e l’aderenza a una sana ingenuità. “Mi pare strano stare ancora qui a dare etichette. Se metti in piedi una band, probabilmente vuoi essere popolare, indie o non indie, e far sì che la musica diventi qualcosa di simile a un lavoro. Non penso troppo a queste cose, ma a fare bene il mio lavoro arrivando a più gente possibile nonostante operi su scala ridotta. La mancanza di senso nel categorizzare sta nel fatto che devi cercare a fondo per trovare qualcosa che sia, come dire, davvero indipendente. Non mi sembra ci sia più quel tipo di obiettivo, semmai la voglia di essere sponsorizzati per suonare davanti a un ampio pubblico, anche grazie a Internet. In conclusione penso che, nonostante tutto, se la musica è buona e la gente che la suona è genuina, ne sarà valsa la pena”.

E ne sarà valsa la pena, sì. Perché i Cloud Nothings sono vivi e progrediscono, a dispetto degli schermi protettivi, della voglia – comprensibile – di non farsi etichettare, del desiderio di agire indisturbati per elaborare un’identità precisa e inseguire il qui e ora che distingue le band capaci di lasciare un segno da quelle che passano e basta, regalando magari canzoni carine ma inconcludenti. Mentre si ascoltano e vagliano centinaia di dischi all’anno per tenersi aggiornati, qui invece ci si ferma perché, ehi, “sta succedendo qualcosa”. Stiamo parlando, principalmente, di musica generazionale, che riesce a farsi portatrice di un sentimento comune, che racconta gli anni in cui viviamo e il casino in cui siamo affondati. Non ci sono punti di riferimento, ma dobbiamo affrontare le cose. Qui, e da nessun’altra parte.

 

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