Club To Club

7-8-9 novembre 2013, Torino

Perdonate l'eccesso di prima persona, ma quest'anno un rocker impenitente è andato al Club To Club entrando in contatto con l'altro da sé rendendosi conto che non è poi così male.
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La domanda che mi sento fare più spesso dagli amici e conoscenti che incontro in questa tre giorni di Club To Club (d’ora in poi C2C), una delle più importanti rassegne di musica elettronica in Italia che anno dopo anno raggiunge dimensioni sempre più importanti, è proprio quella: “ma cosa diavolo ci fai qui? Non ci sono le chitarre!“. Esatto. Non ci sono le chitarre. La mia immagine di conservatore inveterato mi precede. Non che elettronica sia uguale a progresso per statuto, ma ci siamo capiti. Quello che mi sembra di aver colto, dopo aver annusato un po’ di concerti in giro per i festival europei e dopo essermi immerso in una manifestazione del genere, però, è una cosa fondamentale. Il pregiudizio ce l’abbiamo noi “popolo del rock”, non il contrario. Mi sembra che ci sia una parte che vive ancora questa opposizione come una cosa politica e identitaria, mentre l’altra semplicemente se ne frega. Da un lato per ignoranza (il pubblico analfabetizzato musicalmente che ha cominciato a infestare il padiglione del Lingotto sabato attorno alle 3 di notte, dopo i Modeselektor – che già erano molto poco raffinati, se mi passate l’eufemismo – sicuramente non ha intenzione di riflettere sulla musica elettronica come materiale sintomatico dell’epoca contemporanea), dall’altro perché le porosità sono  tantissime e le emozioni che suscitano concerti come quelli di Jon Hopkins e Four Tet non hanno niente di meno rispetto a quelle suscitate da [nome grosso a caso] su cui ci spelliamo le mani e spendiamo soldi per andare a vederlo principalmente a Barcellona. Per quanto mi riguarda, non è che adesso mi metterò ad ascoltare John Talabot e James Holden a ripetizione, ma il mio approccio profano mi ha fatto vivere in maniera laica un mondo che in effetti non vive la sacralità così come la viviamo noi.  E forse un po’ possiamo imparare. Perché le uniche distinzioni che vanno fatte, alla fine, sono queste: tra musica bella e musica brutta; tra musica significativa e musica inutile.

Il giovedì si entra al Carignano, teatro storico di Torino, uno dei “salotti buoni” in cui di solito si assiste a una parata di grandi autorità intente a fare atto di presenza mentre una manica di sballati si siede passandosi bottiglioni per fare un dispetto al buonsenso di Massimo Gramellini, che probabilmente non approverebbe lo scempio ai danni del simbolo della Torino di Cavour. Idiozie a parte, l’anteprima del C2C è di assoluto livello, con James Holden live. Lui costruisce i suoi sample seguendo una precisa strategia retorica. Il suo lavoro di composizione è frutto di un ragionamento importante sul suono e sul suo effetto. Un suono contaminato da molti ascolti e che alle mie pavide orecchie consolate dalle chitarre suonano come un qualcosa di psichedelico e kraut. Peccato solo che l’amico batterista non sia all’altezza della situazione limitandosi ad accompagnare la faccenda. Poca personalità. Ad un certo punto mi beo di riconoscere in un brano di Holden – The Caterpillar Intervention – gli echi dei Battles di Atlas. Non so se sia un chiaro omaggio, ma visto che i Battles sembrano proprio essere uno di quei risultati della contaminazione, porosità, e approccio laico alla musica, potrebbe benissimo essere. La serata si conclude ai Cantieri OGR – ex stabilimenti di manutenzione ferroviaria rimessi a nuovo per la manifestazione Italia 150 e adesso sottoutilizzati per arcinoti motivi di fondi pubblici – dove principalmente si ascoltano i Factory Floor. La serata è a inviti, soprattutto per i tizi di Artissima, che proprio in questi giorni si contende con il C2C la palma di eventone torinese (il che tra l’altro mi fa pensare che la commistione tra arte contemporanea e musica elettronica sembra per certi versi molto più naturale di altre commistioni e bisognerebbe ragionarci, ma io non ho gli strumenti adatti quindi lancio la suggestione e torno a fare cronaca). I Factory Floor sembrano essere molto convinti di loro stessi, e a ragion veduta. Come ogni buona band di neo-new-wave che capisce di dover cambiare un po’ per non far la figura dei retromaniaci, si sono messi a fare una sorta di electro vibrante capace di essere ipnotica e distruttiva. Il pubblico sembra apprezzare molto. Forse anche per l’ora tarda, e per il fatto che il bar sponsorizzato dalla Absolute stia continuando a macinare vodka come noccioline (bere birra è troppo poco raffinato, e infatti sarà la cosa che mi mancherà di più della serata, ma solo perché al bar che vendeva birra c’era troppa coda).

Il secondo giorno puoi decidere di andare alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (vedi sopra) già dal pomeriggio, per poi andare alle OGR la sera, e finire la nottata all’ora in cui una volta si iniziava il primo turno in fabbrica (siamo pur sempre a Torino) all’Hiroshima Mon Amour. Il vostro inviato, anche un po’ per pudicizia, decide di non esagerare e di limitarsi alla serata delle OGR. Dove il programma prevede alcuni nomi grossi. Come un dj set di James Holden che sembra effettivamente coinvolgente, salvo leggere il giorno dopo status su Facebook in cui si maligna sul fatto che l’inglese non avesse fatto altro che schiacciare “play” su un iPad (sembra di no, eh, ma è interessante vedere che queste accuse non sono arrivate da rockettari come il sottoscritto, ma da altri che sono molto più coinvolti nelle questioni del clubbing). Come gli opener The Haxan Cloak, che come dice un mio amico lì presente non hanno molto di diverso dai Sunn o))) o da qualunque altro disco di drone-metal. In effetti non ha tutti i torti. Salvo che io non capisco molto neppure i Sunn o))) (e li ho visti dal vivo ben due volte) e alla fine mi sembra tutto una versione elevata al cubo della colonna sonora di The Dark Knight. Hans Zimmer approverebbe. Anche io, in fondo, ma con distacco. Altri invece mi parlano di viaggione. Poi ci sono i Ninos Du Brasil, che partono in maniera un po’ fessa portando sul palco un’allegria manierata che sembra effettivamente la versione “live music” del joga bonito che fondamentalmente mi infastidisce molto. Poi mi rendo conto che sono italiani e allora mi dico “boh”. Però man mano che passano i minuti i ragazzi ingranano e coinvolgono. Il pubblico sembra rispondere bene. E l’ultima parte di concerto è assolutamente da tenere (forse perché sono alla terza birra e ho mangiato poco). Di James Holden abbiamo già detto. Passiamo quindi a quella che a detta di tutti, e anche del sottoscritto, è stata l’apoteosi. Il live di Jon Hopkins. Un coinvolgente electro-shoegaze o qualcosa del genere capace di avvolgerti e proiettarti un po’ ovunque. La cosa che mi piace della musica elettronica è il suo diventare una sorta di liquido amniotico coinvolgente e onnicomprensivo. Come se fosse davvero un flusso.

Il sabato del C2C è, come prevedibile, il momento clou. Quello che tutti aspettano. Quello per cui la gente prende i treni e viene a Torino. Un rituale collettivo che si celebra nei padiglioni del Lingotto (anche lì, ex fabbrica) in cui il pubblico segue più o meno un andamento specifico e abbastanza scontato. All’inizio ci sono quelli interessati alla musica, che ballano, sì, ma da un certo punto di vista ballano serio. Cercano, insomma, di dissociare il corpo dalla mente interessati anche a capire cosa sta succedendo. E non è un caso che si apra con John Talabot, la cui opera, che per quanto mi riguarda definirei house, ricorda tantissimo quel kraut che si citava prima. E non è nemmeno un caso che nella saletta rossa – uno spazio angusto che col passare delle ore diventerà sempre più invivibile rendendo impossibile il godimento di gente come Kode9 o Machinedrum su cui sto leggendo meraviglie ma che io non ho visto proprio per limiti di resistenza fisica (fate conto che in quello spazio ci fanno gli incontri per il Salone del Libro e non ci stanno più di 250 persone ad occhio, mentre durante il C2C potrei quasi aggiungere uno zero) – ci siano dei set più di ricerca. Come il torinese Vaghe Stelle, che sembra puntare molto sulla contaminazione tra stessi pattern ritmici creando momenti di scarto interessanti. Purtroppo per lui, è piazzato in mezzo a due pezzi da novanta come Fuck Buttons – che rinunciano all’assalto sonoro che li avrebbe effettivamente fatti risaltare per un set più affine alla platea che vorrà ballare serio, sì, ma anche ballare e basta – e Four Tet, che tira fuori un concerto potentissimo. Certo, “potentissimo” per Kieran Hebden, che fondamentalmente fa indie potrebbe sembrare un termine azzardato, ma come coinvolgimento emotivo siamo a livelli altissimi. Il suo set, che prende appieno dal suo ultimo, fantastico, Beautiful Rewind, rende perfettamente l’idea di quel flusso che prima andavo evocando. Alla fine, perso come sono nel flusso vagamente estatico di un qualcosa che potrei definire tranquillamente uno dei miei set preferiti dell’anno solare 2013, mi perdo il momento in cui nei visuals appare il nome di Burial. Probabilmente qui qualcuno ha voluto scherzare (e il giorno dopo questo era uno degli argomenti di discussione preferiti su Facebook). Ecco. Per quanto mi riguarda il festival è praticamente finito qui. Da un lato perché il mio attention span sulla musica elettronica non è ancora così alto e certe cose ancora non le capisco. Dall’altro perché comincio a girare tra un palco e l’altro e non mi resta impresso niente né di Kode9 (come ho già detto, entrare in quella saletta per cinque minuti equivaleva a tre ore di sauna senza nemmeno gli effetti benefici), né di Diamond Version. E in più c’è il momento fondamentale del cambio di pubblico. Quando oltre a quelli che ballano serio, che cominciano anche a essere stanchi, si aggiungono quelli in piena presa bene (mi si perdoni la caduta di stile, ma a questo punto possiamo considerarlo un termine tecnico) che sfoggiano gli improbabili quanto giustamente osteggiati occhiali alla Kanye West e cominciano a prevaricare con modi di fare abbastanza sgraziati. Niente che non capiti ai concerti rock, s’intende. E infatti non giudico. Ognuno ha diritto alla sua dose di divertimento nei modi che ritiene più necessari. E al C2C c’è di tutto. Infatti arrivano i Modeselektor, che spingono in maniera abbastanza accelerata in questo mix di IDM e elettronica pestona che compiace un pubblico che è lì per questo. In fondo mi dispiace non avere abbastanza energia per restare fino a Andy Stott, di cui mi han detto grandi cose. Ma alle 3 smettono di servire alcolici. La festa va in fase discendente. E forse è giusto levare le tende anche per tenere fermo il ricordo di quel trip pazzesco su Parallel Jalebi in cui Four Tet ha dimostrato ancora una volta di essere un pezzo grossissimo.

E comunque quando arrivo a casa sono le 5 del mattino, eh.

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