David Bowie

David Bowie ha lasciato un'impronta indelebile sul nostro tempo. Nei suoni, nello stile, nel modo di pensare, nell'arte visiva. Eppure in cinquant'anni di carriera non è mai stato uguale a se stesso, innumerevoli le sue identità come l'eredità raccolta dai musicisti più disparati: a un anno dalla morte l’abbiamo ripercorsa attraverso trenta classici, commentati (anche) da fan illustri e suoi collaboratori storici.
David Bowie
- Accadde un anno fa

Ashes To Ashes
da Scary Monsters, 1980
“Un’ode alla fanciullezza perduta o, se preferite, una filastrocca popolare… Sugli astronauti che diventano tossicodipendenti!”. Bowie aggiunse che Scary Monsters era stato un tentativo di accettare il proprio passato: con i suoi tempi in levare, i tappeti di sintetizzatori, la chitarra funk e il richiamo al Major Tom di Space Oddity, non solo è uno dei suoi grandi classici pop, ma anche l’ennesimo sguardo verso il futuro.

Beauty And The Beast
da Heroes, 1977
“Le registrazioni di Heroes sono state caratterizzate dal divertimento e dalle risate. Ero a New York quando mi chiamò Brian Eno, che era a Berlino con David a registrare. Disse ‘Perché non ti unisci a noi per suonare un po’ di chitarrona rock’n’roll?’. Quando arrivai nello studio chiesi di farmi ascoltare quello che avevano fatto, Brian mi rispose di inserirmi subito, partì con la registrazione e la Beauty And The Beast che c’è sul disco è esattamente la prima take che abbiamo fatto”. (Robert Fripp)

Be My Wife
da Low, 1977
Una confessione di solitudine, un’invocazione d’aiuto in mezzo alle tentazioni suicide della prima facciata di Low, quella schizoidamente rock’n’roll: Be My Wife si apre con il piano bar di Roy Young dei Rebel Rouser e racconta dell’instabilità privata e professionale, non senza il solito velo di ironia, del suo autore. Allora non fu un successo come Sound And Vision, ma il tempo (e il video) l’hanno resa un instant classic.

Black Country Rock
da The Man Who Sold The World, 1970
“Questo brano è una gemma nascosta e la linea di chitarra è tra le migliori di Mick Ronson. Una specie di proto-metal-capellone, un attimo prima che Bowie entrasse nel suo periodo col trucco metallico e i body attillati”. (King Tuff) Come ricorderà in seguito il suo produttore più fidato Tony Visconti, “David diede spontaneamente quell’impronta vocale alla Bolan perché aveva sbagliato a cantare un verso. Lo fece per scherzo, ma pensammo che non fosse male e l’abbiamo mantenuta”.

Changes
da Hunky Dory, 1971
Pietra miliare, spesso ritenuta manifesto del Bowie camaleontico, Changes è piuttosto un brano che riflette sull’inesorabile scorrere del tempo, sulla percezione che si ha dell’identità e dell’immagine dell’artista, sull’effimero e i vicoli ciechi che illudono di aver preso la strada giusta. Bowie allo specchio, che camuffa le preoccupazioni con un brano pop dal ritmo e tonalità fluttuanti come il tempo che passa. Citazioni più o meno tra le righe degli Who di My Generation e del Dylan di The Times They Are A-Changin.

fabio_magnasciutti
Illustrazione di Fabio Magnasciutti

China Girl
da Let’s Dance, 1983
L’imperialismo, il saccheggio culturale e l’allucinazione nazista datata 1976 di David e Iggy riversati nel pop melodrammatico di China Girl sono il frutto di una notte brava allo studio di registrazione Château d’Hérouville. Dopo l’originale pubblicazione su The Idiot, trova una seconda vita nel 15esimo album del Duca: Nile Rodgers ci aggiunge un riff di chitarra orientaleggiante, che Bowie interpreta con vigore e trasforma in successo.

Fame
da Young Americans, 1975
“La semplice presenza di John Lennon in studio, la sua influenza, è stato il fatto che ci ha aiutato di più. Quando c’è lui in giro entra in circolo un sacco di adrenalina, ma il suo maggiore contributo è stato il modo di cantare Fame su una tonalità così alta”. Bowie lo mette quindi nei credit del pezzo funky per eccellenza, segnato dal riff groovy di Carlos Alomar e da un estenuante lavoro di cut up a cura dello stesso autore.

Five Years
da The Rise And The Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, 1972
“È stata una delle primissime cose che ho ascoltato di Bowie, ricordo che comprai l’album appena uscì. Ero estremamente curioso, la cover era così intrigante ed evocativa… Guardandola, mi sembrava di scoprire Londra. Notai che questo brano si apriva con un pattern di batteria un po’ bizzarro, che allora era sperimentale e all’avanguardia. C’era la chitarra acustica, quella voce quasi banale, poi cresceva con questa struttura dalla A alla Z, diversa da quella tipica A-B-A. Per me è stato un ascolto completamente radicale”. (Thurston Moore)

Golden Years
da Station To Station, 1976
C’è ancora qualcosa del “plastic soul” di Young Americans nel primo singolo di Station To Station, canzone d’amore da Top 10 e da pista caldissima, che pare fosse stato inizialmente offerto a Elvis Presley. Epocale il video registrato nel programma “Soul Train” della ABC, istantanea di un Bowie che a quel punto aveva conquistato anche l’America.

Heroes
da Heroes, 1977
“Si è alzato e ha cominciato a cantare nel microfono a pieni polmoni. In Heroes si può ascoltare quello che lui stesso definisce ‘l’istrionismo alla Bowie’, il suo peculiare modo di strillare e urlare”. Tony Visconti ricorda le registrazioni del brano che mette insieme la sua ingegnosità in veste di produttore, la chitarra di Robert Fripp, le magie di Brian Eno, la voce grandiosa di Bowie e la storia di due amanti al cospetto del Muro di Berlino (forse proprio Visconti e un’amante). Epocale.

Bowie by Luca Ralli
Illustrazione di Luca Ralli

I’m Afraid Of Americans
da Earthling, 1995
“L’aspetto dell’America che dobbiamo subire è quello imperniato sulla triade McDonald’s/Disney/Coca Cola, quella omogenea, blanda invasione culturale che ci assedia – ed è un peccato, perché sembra rifiutare gli aspetti dell’America che per noi sono magici, come la musica nera o i poeti della Beat Generation”. Un Bowie sempre molto aderente al suo presente, anche nelle riedizioni del brano, in sei remix, tra cui quelli di Photex e Nine Inch Nails.

It’s No Game, part 1
da Scary Monsters, 1980
“È la mia canzone preferita di Bowie. Un esempio della sua immensa abilità nel comporre musica pop estremamente gradevole ma allo stesso tempo distopica. Amo la chitarra di Fripp in questo brano, è così perversa. È disgustosa. E la adoro”. (St. Vincent)

Jump They Say
da Black Tie, White Noise, 1993
Chitarre distorte, tromba e sax registrato al contrario, testo ermetico: Jump They Say è il frenetico salto nell’ignoto che ha spesso caratterizzato la carriera di Bowie, un taglio, seppur non eccessivamente netto, con la sua produzione post 1983 (e infatti torna Nile Rodgers in veste di co-produttore dopo 10 anni). Soprattutto un brano sulla vicenda personale relativa alla morte del fratellastro schizofrenico, tra i brani più personali che abbia mai scritto. Video citazionista di culto.

Let’s Dance
da Let’s Dance, 1983
“La prima volta che David mi fece ascoltare questo brano pensai che avesse qualcosa di folk… Mi sembrava veramente bizzarra, ma lui era convinto che sarebbe diventata un grande successo e allora cominciai a lavorarci sopra”. Nile Rodgers su Let’s Dance: capolavoro pop, tra i più grandi singoli degli anni 80 e tutto da ballare, in cui l’atmosfera tipicamente alla Chic avvolge la consueta, enigmatica amarezza del testo di Bowie.

Life on Mars
da Hunky Dory, 1971
“Inspired by Frankie”, si legge sulle note di copertina di Hunky Dory. Nel 1968 Bowie riadattò il testo di un brano francese – Comme d’habitude di Claude François – intitolandolo Even A Fool Learns To Love. La Decca lo respinse e affidò il compito a Paul Anka, che tirò fuori quella My Way divenuta standard con Frank Sinatra. Life On Mars nasce su quella stessa sequenza di accordi: surreali giustapposizioni testuali e l’arrangiamento di Mick Ronson che lo rende un classico. “È la reazione di una ragazza sensibile al mondo dei media (…) che si sente delusa dalla realtà. Adesso mi farebbe pena, allora provavo empatia con lei”, dichiarò Bowie nel ‘96. Indimenticabile il video di Mick Rock.

Modern Love
da Let’s Dance, 1983
“Quando faccio quei piccoli esperimenti col canone vocale di domanda-risposta in canzoni come questa, deriva tutto da Little Richard”. Brano d’apertura di Let’s Dance, tra i preferiti dell’album sia da Tony Visconti sia dal produttore Nile Rodgers, Modern Love unisce il pianoforte martellante da bettola a un sofisticato arrangiamento jazz dei fiati.

Moonage Daydream
da The Rise And The Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, 1972
“Tutto è azzeccato. La sua visione e la band, la voce e l’estetica, le storie che racconta. Tutto prende forma in maniera autentica, come se comunicasse con un’entità geniale di un altro pianeta. È impossibile parlare di questa canzone senza menzionare Mick Ronson – il suo lavoro alla chitarra è stellare. L’interazione tra la voce e la linea di chitarra è il punto forte di questo brano; la chitarra dà l’energia e il movimento, il solo finale è epico, meravigliosamente schizoide”. (Mary Timony, Ex Hex)

Bowie by Nicolò Pellizzon
Illustrazione di Nicolò Pellizzon

1984
da Diamond Dogs, 1974
Pur mantenendo il senso di sventura incombente di Diamond Dogs, 1984 anticipa quella che sarebbe stata l’imminente svolta musicale del Duca Bianco, che nel 1974 si era trasferito negli States: chitarra col wah wah, sontuosi arrangiamenti d’archi a cura di Tony Visconti e il ritmo che flirta col soul e il funk del Philly Sound. Il brano è concepito come motivo conduttore del suo adattamento del romanzo di George Orwell (mai realizzato) ed è una delle tracce dell’album preferite da Bowie.

Quicksand
da Hunky Dory, 1971
“Soltanto con voce, chitarra acustica e un testo pazzesco arrangiati incredibilmente, questo brano è quello di Hunky Dory che più di tutti mi colpisce nel profondo. La scelta delle parole e la voce espressiva comunicano uno stato mentale ed emozionale unici, che rendono Quicksand più grande della somma delle sue parti”. (Aaron Hemphill, Liars) Melodia semplice, arrangiamento sontuoso e testo indecifrabile: un Bowie spiazzato tra politica e religione, sogno e realtà, narrazione e surrealismo.

Rebel Rebel
da Diamond Dogs, 1974
Musicalmente meno geniale di tanti altri suoi brani, eppure inno generazionale, Rebel Rebel è il saluto di Bowie al suo periodo glam. Allora vicino di casa di Mick Jagger nella west London (leggenda vuole che la moglie Angie li abbia trovati a letto insieme), qui Bowie rievoca chiaramente il suono stonesiano del periodo Satisfaction, cristallizzato nel riffaccio, quasi garage, che per anni non è mai mancato nelle sue esibizioni live.

Sound and Vision
da Low, 1977
Low è stata un’epifania. Ricordo che stavamo facendo le prove a Sheffield quando arrivò Adi Newton dei Clock DVA a dirci che quella sera John Peel avrebbe trasmesso tutto l’album, dall’inizio alla fine. Ci sedemmo religiosamente attorno alla radio e ascoltammo. Dopo averci visto live, Bowie disse a ‘NME’ che eravamo il futuro della musica: conservo ancora quel ritaglio di giornale”. (Martyn Ware, The Human League) Ritmo contagioso ma testo frammentario e introspettivo, nel ’77 Sound And Vision finisce anche in un trailer della BBC. Nel podio tra i brani seminali del Duca.

Space Oddity
da Space Oddity, 1969
“Quando avevo sei anni, mio padre mi fece ascoltare questa canzone mentre eravamo in macchina. All’inizio del brano pensai che avesse una voce orribile. Alla fine me ne ero già innamorata. La mia passione per Bowie è cominciata in quell’istante e non è mai finita”. (Anna Calvi) Quello fatale compiuto dal Maggiore Tom è uno dei viaggi per antonomasia della mitologia pop. “Riguarda l’alienazione”, dirà Bowie, ma anche la paura della perdita di controllo (e il flirt con l’eroina), l’ossessione collettiva per lo spazio, la rinuncia e la rassegnazione. L’Odissea di Kubrick negli occhi e i primi Bee Gees nelle orecchie.

Bowie by Martoz
Illustrazione di Martoz

Starman
da The Rise And The Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, 1972
“Mi ha fatto venire voglia di essere ascoltato. Quando vidi Bowie a Top Of The Pops, pensai che volevo indossare anche io quei pantaloni. Ero lì che fissavo il suo inguine e pensavo che avevo ancora un sacco di pubertà davanti a me”. (Ian McCulloch) Il leader degli Echo And The Bunnymen si riferisce a una delle più iconiche apparizioni televisive di sempre, quando nel ’72 Bowie irrompe sugli schermi vestito con una tuta da paracadutista color arcobaleno e capelli tinti di rosso. Melodia contagiosa, ancora l’arrangiamento di Ronson, sottotesto autocelebrativo: è Starman e va dritta nella Top 10.

Station To Station
da Station To Station, 1976
L’apertura con l’effetto sonoro del treno che lascia intendere l’influenza di Autobahn dei Kraftwerk, il Thin White Duke che fa per la prima volta ingresso sulla scena, ma anche la confusione spirituale, il fascino magico della combinazione di riferimenti sessuali, razziali, occulti e psichedelici avvolti in una produzione scintillante che da un velato motorik passa a un ritmo prog-alieno, fanno di questo brano uno dei capolavori di Bowie. Il brano più lungo della sua carriera: “the side effect of the cocaine”.

The Jean Genie
da Aladdin Sane, 1973
“Anche se ha scritto brani più arguti, questo è l’esempio di cosa significhi essere un ottimo cantante rock. Ha un distacco, un’ambiguità affascinante ed è estremamente sexy. Non conta che sia un pezzo che va dritto, senza fronzoli, anzi è un aspetto che lo rende un brano inusuale rispetto al repertorio di Bowie, in cui le canzoni sono qualcosa come cinque in una. E poi ha qualcosa di sottilmente violento, bizzarro aspetto tipicamente inglese”. (Johnny Marr)

The Man Who Sold The World
da The Man Who Sold The World, 1970
“Il debito che tutti abbiamo nei confronti di David”, per citare Kurt Cobain, passa per questo brano. Riff circolare della chitarra, voce spettrale, pathos solenne ma circospetto. “Penso di averla scritta perché c’era una parte di me che stavo ancora cercando” rivelava Bowie nel 1997 “Per me quella canzone esemplificava lo stato d’animo che si prova quando si è giovani e c’è un grande bisogno di comprendere chi siamo”. Crisi d’identità, cancellazione dell’individuo e paura della morte si specchiano in un titolo che riflette il disgusto verso se stesso. E la svendita della propria vita.

TVC 15
da Station to Station, 1976
“Chi se ne fotte di cosa significa il titolo di questo brano: è un gran pezzo rock. E quando le parole riescono a stagliarsi sulla propulsione strumentale, come nuotatori presi in un vortice che non sanno se chiamare il bagnino o godersela e basta, be’, in quei momenti quelle parole hanno un senso!”. (Lester Bangs)

Bowie by Marco Corona
Illustrazione di Marco Corona

Warzawa
da Low, 1977
Come un rito in una chiesta ortodossa, ma celebrato da Edgar Froese dei Tangerine Dream. Primo brano ambient/strumentale della seconda facciata di Low, Warzawa viene composto insieme a Brian Eno con la tecnica del cut up, descrive il senso di desolazione provato da Bowie nel visitare la città unendo i sintetizzatori funerei dell’ex Roxy Music al canto salmodiante del Duca. “Volevo un pezzo strumentale dal forte impatto emotivo, quasi religioso”. E come sempre c’è riuscito.

Where Are We Now?
da The Next Day, 2013
Il brano che sbuca fuori dal nulla l’8 gennaio 2013, anticipazione del suo nuovo album di Bowie dopo dieci anni di quasi completo silenzio. Una ballata art rock, in cui la performance vocale è volutamente vulnerabile e i riferimenti testuali e musicali risuonano iconici, elegiaci ed evocativi: proprio come la vagonata di autocitazioni che pervadono The Next Day e il video di questo brano, un’opera d’arte a sé come tutti quelli che accompagnano l’album.

Young Americans
da Young Americans, 1975
Veste soul pop anni 70 e accompagnamento vocale gospel, per un brano che tratteggia – non senza cinismo – l’America vista dagli occhi di un inglese. Riferimenti politici (Watergate, McCarthy), cattivo gusto occidentale, violenza, emancipazione dei neri: se la caverà dicendo che la canzone riguardava “Due sposi novelli che non sono sicuri di piacersi l’un l’altro”. Bowie da una parte e l’America dall’altra?

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