Die Antwoord

In concerto a Milano e Roma

Gioca con gli stereotipi del white trash bianco, estremizzali in modo ambiguo (per criticarli?, per cavalcarli?), fallo utilizzando il linguaggio di stile e di suono più invasivo degli ultimi anni, il rap: lo ha fatto Eminem, e ha funzionato, lo fanno i Die Antwoord, funziona più o meno di nuovo. Ma non è così che si spiegano le milioni di visualizzazioni su Youtube dei sudafricani Ninja, Yo-Landi Vi$$er e DJ Hi-Tek.
Die Antwoord
Descriverne uno per educarne cento

Eh, ma in fondo la loro è una critica all’acqua di rose, tutto superficie e niente sostanza, sono solo un baraccone mediatico funzionale al sistema”. Se con Eminem non lo si poteva dire perché la sua abilità tecnica era indiscutibile, ora finalmente ci si sfoga con Ninja (che è meno bravo) e Yo-Landi Vi$$er (che tecnicamente non è brava per niente). Si fa bella figura facendo intuire che si capiscono eccome i trucchi dello show business; ci si dà un tono disprezzando il chiassoso cattivo gusto di quel rap-rave da Luna Park dei due che se nel primo disco, $O$, fa capolino, nel secondo, Ten$ion, trionfa. E poi via, liquidata la pratica ci si torna ad occupare di musica seria, non prima di aver commentato acidamente che i “fenomeni da web” – con le quasi dieci milioni di visualizzazioni ad oggi del loro singolo di debutto Enter The Ninja i Die Antwoord indubbiamente lo sono, ma se è per questo lo sono anche i gattini che fanno no-no-no-no-no – in musica sono fondamentalmente fuffa.
Le cose, però, non stanno proprio così.

Abbiamo toccato con mano la vertiginosa crescita di popolarità del gruppo in Europa (se nel 2011 al barcellonese Sonar erano in poco più di mille quelli davanti al palco espressamente per loro, nel 2012 erano dieci volte tanti), e soprattutto abbiamo toccato con mano il gruppo stesso, passando un’intera giornata con loro e la loro crew, lavorandoci assieme, durante il concerto a Milano dello scorso giugno. Abbiamo anche studiato, certo, acquisendo informazioni che grazie a Internet sono lì alla portata di tutti: dal fatto che Ninja, Watkin Tudor Jones all’anagrafe, non è un giovinetto alle prime armi quanto invece un veterano della scena hip hop sudafricana (le sue prime tracce risalgono al 1994, ovviamente con altri progetti) a quello un po’ più faticoso da controllare – ma anche lì, basta un po’ di pazienza – che dimostra come i riferimenti realmente basso popolari usati dai due nei testi siano reali, ben conficcati nella tradizione culturale di un certo Sudafrica (le parti meno raccomandabili di Cape Town) con citazioni di spot televisivi anni 80 o di detti popolari vecchi di decenni. C’è insomma anche un bel po’ di concretezza storica e sociale, c’è cioè sostanza, oltre alle filastrocche morbose e stralunate che sono il primo elemento riconoscibile della proposta dieantwoordiana. Non lo capiamo, non la riconosciamo magari, ma in modo subliminale la percepiamo.

La percepiamo soprattutto se ci siamo liberati dell’ormai datato gioco/giogo interpretativo del “Quanto un gruppo è antisistema e anticommerciale?”. L’accusa ai Die Antwoord di essere inoffensivi non è tanto sbagliata quanto, semplicemente, insensata. È figlia di una metodologia d’analisi che, purtroppo o per fortuna, è superata dagli eventi. Una stanca rifrazione del principio del rock come antisistema (lui, e il punk suo nipote, e l’elettronica e l’hip hop spesso associati al nipote in questione) da contrapporre al zuccheroso pop che invece dal sistema è nutrito e vezzeggiato. Una visione delle cose a lungo corretta, nobile e utile, sì; ma che sta cominciando a scricchiolare. Perché il punk non fa più paura a nessuno, l’hip hop è oggi spesso la cosa più pop che ci sia, l’elettronica che nasce dalle iconoclaste declinazioni techno e house adesso nel 2012 può anche essere la musica delle sciampiste. Oggi è tutto molto più mischiato. Ecco che quindi diventa inattuale ragionare secondo schemi che contavano invece su confini (abbastanza) chiari e definiti, schemi dove la musica rock era controcultura, per quanto di massa. A parte pochi, pittoreschi giapponesi a cui non è stato detto che la Seconda Guerra Mondiale è finita, vedere oggi il rock o in generale una qualunque corrente musicale come musica della ribellione suona, come dire?, più polveroso di un discorso di Napolitano. E allora: perché stroncare i Die Antwoord dicendo che la loro è in fondo una ribellione innocua, una provocazione spuntata?

I punk nel 1977, provocavano. Oggi no. Oggi non provoca più nessuno, tanto s’è visto (di) tutto. Soprattutto non lo fanno quelli che dichiarano esplicitamente di volerlo fare. Oggi le vere sfide sono due: raccontare e catturare l’attenzione. Ottenere la vittoria nell’una o nell’altra è relativamente alla portata, riuscire in entrambe le cose è rarissimo. Raccontare nel 2012 è difficile perché l’informazione schiacciata e plasmata ai tempi del Web ha una fame di immediatezza totale, vuole ragionamenti brevi; catturare l’attenzione lo è altrettanto, perché la democratizzazione dei mezzi di produzione artistica ha portato al fatto che il numero di canzoni, video, cd, eccetera sia letteralmente esploso, esistere ora è facile, ma farsi notare è mille volte più difficile.
I Die Antwoord nel loro stesso modo di presentarsi sono un racconto, non solo due-tre immagini choccanti nei video ma tutta un’intelaiatura socio-concettuale che parla di questa famigerata cultura zef (il white trash / la civiltà redneck in chiave sudafricana), creandoci attorno una declinazione estetica molto personale (e quindi artistica e creativa) che ormai sta durando da anni – siamo infatti già a quota quattro. Sul catturare l’attenzione, ci sono i numeri, c’è la riprova quotidiana di quanto siano presenti nelle citazioni sui social network. Un’attenzione tra l’altro reale, non effimera: la gente ai concerti ci va veramente, lo si è visto pure in Italia. Ci va, e si diverte anche.

Perché si diverte? Per vari motivi, perché ci sono diversi livelli di lettura nella proposta dei Die Antwoord ma sono tutti svolti bene (buoni suoni, buone cazzatine nelle trovate sceniche, buona anzi ottima presenza sul palco). Cosa, questa dei livelli di lettura, che implica tra l’altro che il loro pubblico sia molto più intergenerazionale del previsto, con un mare di trentenni/quarantenni: gente che non si pone il problema se ciò che sta ascoltando e applaudendo sia figo (la malattia dell’hipsterismo, che sta rendendo la scena indie ed eventi come il Primavera Sound piuttosto fastidiosi) o invece iconoclasta e rivoluzionario, ma che più o meno consciamente apprezza piuttosto un discorso, molto intelligente e vistoso, di invenzione e narrazione creativa di un immaginario, nato e cresciuto lontano anni luce dal medium televisivo o radiofonico così come dalle liturgie discografiche. Ecco, la via del futuro è questa. Non basta più essere espressione di un genere o di una nicchia definiti, e/o essere la bandiera di qualcuno o qualcosa. O meglio: non basterà nel futuro, così come non bastano più già ora i quindici minuti di celebrità warholiani. I Die Antwoord davvero te lo fanno capire, come forse nessun altro progetto in questo momento. Confondono le acque.
Potremmo, infine, ricordare di come abbiano mandato al diavolo la Universal per non subire ingerenze artistiche, di come abbiano respinto l’invito di Lady Gaga ad aprire i suoi concerti, di come i due Die Antwoord siano giù dal palco persone molto cortesi e alla mano pur mantenendo vene di follia (tipo farsi un giro improvviso a Ostia e tornare col trenino per la Magliana e l’Ostiense, confusi tra la folla dei bagnanti romani), di come la crew di roadie e tecnici con cui girano sia deliziosa umanamente tanto quanto quella dei Melvins… potremmo raccontarvi questo ed altro. Sì, potremmo. Ma sarebbe la schiuma, e non la sostanza, del discorso.

In concerto

23 GIUGNO 2013  MILANO  –  JAZZ RE FOUND
SPECIAL GUEST: DUB FX
ingresso: 15 euro + d.p.

25 GIUGNO 2013  ROMA – VILLA ADA

SPECIAL GUEST: DUB FX
ingresso: 15 euro + d.p.

http://www.dnaconcerti.com/d/die-anterwood.html

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