DIIV

18 marzo 2016 - Londra, Heaven

“You ain’t the first / You ain’t the first”, sussurra Zachary Cole Smith durante "Is The Is Are", il brano di apertura di questa unica data londinese. La frase sembra riassumere il dilemma dei suoi DIIV: come rinnovare l’indie rock angloamericano senza ricadere nei soliti cliché?
DIIV

Zachary Cole Smith “non è il primo” a rivisitare shoegaze e indie anni 80 alla ricerca di un’estetica decadente e una propria iconoclastia. Eppure quello che rende i DIIV un progetto attraente è l’onestà con cui i riferimenti di Cole vengono messi allo scoperto. Durante l’esecuzione del brano Is The Is Are, nel video sullo sfondo compare l’interno di un bagno pubblico: il WC è sormontato da un’immagine di Kurt Kobain, vituperata con croci rovesciate e lacrime purpuree. Idolatria e decadenza, ça va sans dire.

La scelta delle immagini di accompagnamento all’intero concerto è piuttosto teenageriale, va detto. Quasi tutti i video proiettati ritraggono interni in completo disordine, spesso ricoperti di sporcizia, uno scenario da eterno post-party in cui alienazione e disorientamento finiscono per ridimensionare le scariche di adrenalina. L’indie rock dei DIIV si divide tra due spiriti, quello più derivativo, indebitato agli idoli di Cole e al rock alternativo degli anni 80 e 90, e quello più sperimentale, appena intravisto nel debutto Oshin (2012) e maggiormente esplorato nelle ben più intricate texture di Is The Is Are (2016), un monumento alla trasparenza, al racconto senza filtri delle peripezie e dipendenze del frontman. Il pubblico londinese sembra a suo agio con entrambe le anime del gruppo, ma sono quasi sempre i classici da Oshin (Doused, Follow, How Long Have You Known) a scatenare mosh pit e cori. Incappucciato, impacciato e sorridente, Cole non smette mai di flirtare con l’estetica cutie, con quel suo bramato ritorno all’adolescenza, finanche all’infanzia: durante Under The Sun, uno dei brani più effervescenti del set, Cole porta in groppa un piccolo alieno gonfiabile, a scanso di equivoci (al termine del brano dice “il prossimo pezzo si chiama Under The Sun”, un escamotage ben poco “maturo”, converrete).

Le interazioni col pubblico regalano qualche ottima richiesta (Bent), mentre un paio di false partenze ingenerano qualche momento di imbarazzo, ma nel complesso tutto fila senza grandi scossoni, motivo in più per notare l’insistita monotonia del set, tanto generoso quanto indulgente nella sua durata di quasi 90 minuti. Nonostante una devastante Waste of Breath, arriviamo agli encore con un senso di saturazione, come se la formula vincente dei DIIV abbia dimenticato i suoi assi nella manica strada facendo. Ai DIIV non resta che replicare i passi da gigante fatti in studio di registrazione nella loro dimensione live, mettersi in testa di “essere i primi”, più che rinunciare al nuovo.

 

Foto di Stefania Fiorendi

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