Disappears

Canone alieno

Cinque album all’attivo, un brillante percorso di destrutturazione/rigenerazione sonora maturato col tempo e un (riuscito) tributo a "Low" di David Bowie licenziato a novembre da Sonic Cathedral (e in cassetta da Maple Death Records): solo alcuni dei buoni motivi per non perdere i Disappears dal vivo, in Italia per cinque date a inizio dicembre.
disappears-intervista-Il-mucchio

Era l’ottobre del 2013 quando nel web spuntava una superba rivisitazione di Trans Europe Express a opera dei Disappears. Una scelta – quella di cimentarsi nella (relativa) umanizzazione di un brano dei Kraftwerk – che non stupiva più di tanto: fin dall’esordio del 2010, Lux, la ripetizione e poi anche la dilatazione tipica della musica sperimentale tedesca tra anni 60 e 70 (o musica cosmica, o krautrock) avevano fatto parte dell’estetica sonora della band di Chicago, seppur inizialmente sommerse dai fumosi riverberi garage di quattro musicisti cresciuti negli anni 90 (il cantante e chitarrista Brian Case arrivava già dalle esperienze con il math rock dei 90 Day Men e con gli indimenticabili The Ponys della scuderia In The Red). Una scelta, però, che oggi appare come un primo tassello di un puzzle che mette insieme riferimenti per certi versi disparati. Ma solo in apparenza.

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Bowie e l’Iguana ai tempi della “Trilogia Berlinese”

Back to Düsseldorf City, meet Iggy Pop and David Bowie”, era l’allusione con cui nel 1977, tra le righe di Trans Europe Express, i gelidi e imperscrutabili Kraftwerk esplicitavano l’affinità con una coppia di musicisti che, giusto per dirne una, il punk o lo avevano anticipato o lo consideravano vecchio fin dalla sua nascita. Se la leggenda vuole che nel 1975, durante le registrazioni di Station to Station, Bowie – già orientato verso “Il canone europeo” rappresentato dall’avanguardia teutonica di quegli anni – sfrecciasse per le strade di Los Angeles ascoltando ossessivamente Autobahn, è superfluo rimarcare quanto il successivo Low sia immerso in un approccio influenzato dall’elettronica di gruppi come quello di Ralf Hütter e Florian Schneider, Tangerine Dream o Neu!. E non tanto in qualità di primo album della “Trilogia berlinese” (fu registrato in Francia, poco prima che il Duca si trasferisse nella città del Muro), ma per la volontà di lasciarsi alle spalle i numerosi demoni del mainstream e lavorare a un disco che fosse sperimentale, supportato da quella figura chiave, in fatto di sintetizzatori e avanguardia, che corrisponde al nome di Brian Eno.

Considerato “Un’opera di genio” anche da Philip Glass, tra le vette più autorevoli ed emblematiche nella carriera di David Bowie e della musica moderna tutta, Low è un album caratterizzato non solo dalle nevrosi personali del suo autore, ma pure da un rimarcabile bagaglio culturale: l’espressionismo cinematografico tedesco (“Non raccontare secondo gli eventi, ma secondo gli stati d’animo”), la spiritualità decadente della Germania della Guerra Fredda e gli esperimenti sonori di Brian Eno e del produttore Tony Visconti – che avrebbero fatto scuola per molta new wave a venire. Eppure, quando a metà 2014 Brian Case si è trovato a scegliere, su richiesta del Museo di Arte Contemporanea di Chicago, quale disco di Bowie rivisitare con i Disappears, la risposta gli è sembrata ovvia. “Low, insieme a Station to Station, è il suo lavoro più originale. Quello che Bowie aveva fatto in precedenza, ad esempio con Young Americans o Hunky Dory, era stato prendere lo stile di qualcun altro, farlo proprio e reinterpretarlo. In quei due album, invece, comincia a mettere in musica una visione e delle idee assolutamente personali. Quando dal MAC mi hanno chiesto quale disco volevamo suonare dal vivo nell’ambito della mostra itinerante David Bowie Is, non c’ho pensato un attimo: Low è il più vicino ai miei gusti, ed era anche quello che avrei voluto sentire suonare da un’altra band; le sue canzoni aprono molte possibilità interpretative, sembrava una delle scelte più difficili, ma era anche quella che ci avrebbe permesso di suonare a modo nostro”.

Low-Disappears-Chicago

 

Nel novembre del 2014, i Disappears sono protagonisti di due live per David Bowie Is: il risultato viene messo su supporto fisico in cassetta da Maple Death Records e su vinile dall’etichetta britannica Sonic Cathedral (responsabile anche dell’uscita del singolo tributo ai Kraftwerk) e masterizzato da Peter Kember aka Sonic Boom (responsabile anche dei riverberi e del master del suddetto singolo, per aggiungere qualche tassello al puzzle). Via skype, dalla sua casa di Chicago, Brian Case risponde in maniera diretta, senza troppi fronzoli dialettici e con tono moderatamente serio che lascia spazio a qualche risata sarcastica – esattamente come ti aspetteresti da uno che viene dalla città di Kranky e Touch and Go. “La prima facciata del disco ci è venuta immediatamente. Sulla seconda, quella strumentale, abbiamo dovuto scegliere come interpretarla. Dopo un tentativo poco convincente con le tastiere, abbiamo capito che volevamo usare solo chitarra, basso e batteria; è stato divertente trovarsi nella situazione in cui vuoi e sai di dover rispettare quello che ha fatto qualcun altro, ma senti anche il bisogno di darne la tua versione. Sapevamo ci fossero molte aspettative per un album così, ma per noi l’importante era che l’atmosfera finale, non tanto i singoli episodi, ci facesse sentire a nostro agio”.

 

Durata qualche mese, la preparazione del live di Low è arrivata subito dopo le registrazioni di Irreal, che con il primo album della trilogia berlinese condivide più di un’assonanza in termini di approccio. Se tra il 1975 e il ’76 – in seguito alle riprese come attore protagonista de L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg e il tunnel di ossessioni sull’asse occultismo/cocaina delle registrazioni di Station to Station – Bowie viveva in un mondo parallelo e irreale, il quinto album dei Disappears è altrettanto scaraventato in una dimensione astratta e asfittica, che si allontana parecchio dal suono degli esordi; Low lascia trasparire i barlumi di luce della terapia di riabilitazione (creativa e personale) in corso, ma i testi sono scarni, allusivi e ossessivi: come in Irreal, fanno sì che siano i tessuti sonori a definire l’atmosfera. “In Era e soprattutto in Irreal, ci siamo trovati a sperimentare e cercare soluzioni nuove molto più che in passato; il suono è cupo, oscuro, ma sono dischi che sentiamo più vicini alla nostra idea di musica, anche perché nati da un maggiore processo collaborativo. Al contrario, i primi due – Lux e Guider – sono lavori che avrebbero potuto scrivere anche altri.

disappears-irreal-cover“Fin dal titolo e dalla copertina (disegnata da Case come tutte le precedenti, NdR)Irreal sembra arrivare da un altro posto e un altro tempo, vive in una dimensione strana, astratta, in cui ci si sente sospesi, senza vedere con chiarezza cosa stia succedendo. Abbiamo cominciato a registrare qualcosa del nuovo album ed è diverso, ripeterci non ci è mai piaciuto. Le nuove canzoni sono più corte, non sembrano così tetre come quelle di Irreal… E questo, anche perché suonarle dal vivo è faticoso, essere sempre in quella dimensione mentale alienante non è facile. Ovviamente, ciò non significa che i nuovi brani siano solari (risate, NdR)”.

 

In sette anni, cinque album e un ep, i Disappears hanno mantenuto poche costanti e tante variabili. Partiti con un rock robusto tra Stooges e krautrock e passati attraverso una fase intermedia quasi alternative rock alla Sonic Youth (con, non a caso, Steve Shelley alla batteria sul terzo Pre Language), negli ultimi due lavori in studio hanno accelerato la mutazione frantumando le chitarre in un pulviscolo tra noise e post punk, divenuto più informe e minimale null’ultimo Irreal. Se c’è un elemento, però, rimasto costante nel loro suono, è l’uso della ripetizione. “Ci piace perché ha il potere di mettere chi suona e chi ascolta nella stessa dimensione spaziale, crea una tensione che rende la musica più fisica. È come se ci fosse un attrito, che stimola una connessione e una reazione più facilmente; la ripetizione ci dà l’opportunità di entrare nella testa del pubblico, parlargli e farlo reagire. Ogni tanto possiamo farlo con la musica, invece che con le parole. Ma è fondamentale non abusarne, non usarla sempre come soluzione». Tra le variabili, impossibile non considerare i cambi di batterista avvenuti nel corso degli anni.

 

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I Disappears con Steve Shelley alla batteria (2011-2012)

A posteriori sono certo che cambiare tre batteristi non sia stato un ostacolo ma una spinta propulsiva, la possibilità di ricominciare da capo. I primi due dischi li abbiamo registrati con Graeme Gibson – ritmo spedito, recording session veloci: in quel momento era perfetto perché agli inizi hai bisogno di energia, anche fisica. Quando è subentrato Steve (Shelley, NdR), ci ha dato l’opportunità di aggiungere nuove sfumature al suono ed è stato l’inizio del cambiamento, che si è concretizzato in maniera più significativa con l’arrivo di Noah Leger; a quel punto, stavamo scrivendo le canzoni in maniera nuova, partendo dai suoni, dai loop, eravamo in ricerca di altri modi di operare. È come se ogni disco appartenesse a una band diversa, ognuna connessa allo stile del batterista, perché la musica dei Disappears è molto basata sul ritmo, sugli spazi e le dilatazioni”.

Dilatazioni che hanno preso forma anche nei viaggi in macchina, non per le strade di Los Angeles ma per quelle di Chicago, non ascoltando krautrock ma dub “Che è un’influenza importante nella struttura sonora delle canzoni di Irreal: ci siamo focalizzati sulla ripetizione, gli spazi, l’essenzialità. Abbiamo ascoltato tanto dub in macchina e credo sia impossibile non rimanere affascinati dalle sue tecniche di produzione, dal modo in cui viene maneggiato il suono. E non è un caso che al festival Le Guess Who? di Utrecht faremo un live con il master of dub Adrian Sherwood”.

Kranky

Un’altra costante, a dirla tutta, nella storia dei Disappears c’è. Un elemento immutato dal primo album, che da allora conferma l’atipicità del quartetto in quanto unica band “rock” del catalogo Kranky, etichetta nata circa venti anni fa a Chicago e dedita a suoni che vanno, perlopiù, dal post rock all’elettronica ambient sperimentale. “Conosco Joel (Leoschke, NdR) di Kranky da tantissimo tempo, da ragazzi lavoravamo insieme in un negozio di dischi della città. Il punto è che abbiamo la stessa idea rispetto alla musica, o quella che oggi viene chiamata industria musicale: fare ciò che vogliamo e farlo al nostro meglio. Mantenere la nostra visione ed estetica, senza curarci delle mode. Nonostante le diversità sonore, i gruppi di Kranky hanno tutti questo approccio… Dietro il suono minimale di molte band c’è un modo di prendere le decisioni che è messo al centro di tutto. Credo che quando si sono ritrovati a essere i precursori del post rock sia stato strano anche per loro. Ma sono certo che il criterio fin da allora sia ‘Non ci importano le aspettative delle persone. Se ci piace, fanculo, facciamolo'”

 

IN ITALIA  w/His Clancyness

1/12/15 Milano – Sotto La Sacrestia

2/12/15 Bologna – Freak out

3/12/15 Roma – Init Club

4/12/15 Napoli – Cellar Theory

5/12/15 Firenze – Glue

6/12/15 Genova – Altrove

 

 

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