Dream Syndicate

Dalle 22 alle 24, minuto più minuto meno. Due ore di carica esplosiva. Con gli strumenti caricati a pallettoni, nonostante un volume tenuto inizialmente a bada. Locale esaurito.
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Steve Wynn e soci salgono sul palco con Halloween, riesumata, è il caso di dire, da The Days Of Wine And Roses, pubblicato il 28 ottobre 1982, esattamente 35 anni fa (l’età di chi scrive), e suona ancora fresco. Si prosegue con The Circle, tra i pezzi più impattanti di How Did I Find Myself Here?, l’ultima fatica marchiata The Dream Syndicate. 80 West, sono chitarre che evocano strade polverose della Pennsylvania: “Something happen out on 80 west…”; dall’ultimo lavoro sono ripresi sei brani su otto, e la differenza rispetto al passato non si sente, non c’è, segno che le canzoni reggono il confronto, e anche, volendo, che il genere si è cristallizzato senza evolversi.

Gli ultimi incendi di un mondo antico rivivono stasera, e c’è qualcosa di definitivo e al contempo nostalgico. I partecipanti dell’arcaico rito, risalente, per gli storici, alla seconda metà del Novecento, sono perlopiù maschi (sob), appassionati o scrittori di musica, recensori. Ciò che colpisce, in negativo, è la mancanza di un ricambio generazionale: non c’è un ventenne a pagare oro. Pochi trentenni, dove l’età media dei partecipanti, a occhio, oscilla tra 45 e 55, ventenni sì, ma all’epoca dei primi dischi della compagine californiana. Chi porterà avanti il fuoco?

In ogni caso il concerto è tirato dall’inizio alla fine, con la rodata sessione ritmica (in ottimo stato, composta da Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria) che ruota con devota abnegazione intorno alla voce, sempre pulita e “giovane”, del carismatico Wynn, e al chitarrista Jason Victor, che lancia potenti note da una Fender imbracciata alla stregua di un AK47.

Il pubblico, tra l’incredulo e l’estasi, segue a ritmo di cranio le sferzate provenienti dal palco. Dai capolavori The Medicine Show e The Days Of Wine And Roses (sapreste immaginare un titolo più seducente?), sono ripresi quattro brani ciascuno; spiccano That’s What You Always Say, con il riconoscibile giro di basso, e un’incantevole, immutabile nello spessore emotivo, When You Smile (“…i don’t know what to do, i could lose everything in a minute or two…”), e sono lacrime di commozione; questi gli apici, al pari almeno di Armed With An Empty Gun, The Medicine Show, e una Boston che non lascia prigionieri.

Due ore filate di Paisley underground, e i quattro, e gli adepti, data l’età non più giovanissima, si congedano stremati, senza forze, le fronti madide di sudore. Se non è il Raji’s poco ci manca. Uscendo dal locale, stipato, una birra non basta a mitigare il sogno che svanisce. Si torna a casa, con il sorriso a metà di chi sa di avere assistito a un evento irripetibile.

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